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RootsHighway 2018 Revisited
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Postcards   interviste, racconti live, speciali

 

Una questione americana
La detestabile "normalità" del razzismo

E' impossibile non notare il ruolo che occupa di recente - sia nelle produzioni più mainstream, sia in quelle "indipendenti" - il tema delle minoranze in America, e in particolare quello della comunità afro-americana. Il movimento Black Lives Matter ha fatto riemergere una "questione" che in realtà non aveva mai lasciato il tavolo, una condizione che accompagna il vissuto sociale e politico della nazione anche a cinquanta e passa anni dal movimento per i diritti civili e nonostante la presidenza Obama. Proprio in queste settimane ci siamo occupati di queste tematiche grazie al disco del mese di marzo, Songs of Our Native Daughters, il progetto della Smithsonian nato attorno alla presa di coscienza della condizione femminile nella storia dello schiavismo, unendo dunque il problema delle origini del razzismo americano con quello altrettanto dirimente della parità di genere. L'argomento rimane centrale nell'opera di molti musicisti, cineasti, scrittori e giornalisti e in questo speciale allarghiamo l'indagine con l'uscita nelle sale italiane di un film come Il coraggio della verità (The Hate U Give) e riprendendo gli spunti di uno degli scritti di Ta-Nehisi Coates.


Il coraggio della verità (The Hate You Give), regia di George Tillman Jr.
Usa, 2018 - 133'

di Gianni Del Savio

Un altro “capitolo” sull’infinita storia delle lotte razziali che, nonostante alcuni grandi momenti e personaggi leader, vive tuttora di fatti drammatici che contrastano il “sogno” che Martin Luther King Jr e altri, prima e dopo di lui, hanno profetizzato, e a cui anche l’arte, narrativa e saggistica, musicale e cinematografica, continua a dare il proprio apporto.

Titolo originale, e trama basati su The Hate You Give, brillante romanzo scritto da Angie Thomas (Giunti, 2018), il film prende spunto da un verso di 2Pac che in Thug Life recita “The hate u give little infants fucks everybody” (qui il brano è interpretato da Bobby Sessions). Il film ruota intorno alla figura di Starr Carter (Amanda Stenberg), giovane afroamericana che vive in Garden Heights, immaginario quartiere popolare. Oltre a lei, la famiglia è composta da padre, madre e due fratellini, che tengono presente il “decalogo comportamentale”, scandito ogni mattina a tavola, prima di colazione, dal genitore: punti di riferimento del vivere quotidiano - ripresi anche da quelli delle Black Panthers -, soprattutto nei confronti dei poliziotti. Lontano da casa, Starr - bella e brillante -, frequenta una scuola “borghese”, dove ha amiche e un boyfriend bianchi. Lo “sdoppiamento climatico” a cui è sottoposta non pare avere effetti taglienti, fino a che non succede qualcosa che riporta in primo piano i ruoli razziali. Assiste all’uccisione dell’amico d’infanzia Khalil (Algee Smith) da parte di un poliziotto, bianco, che li ferma mentre sono insieme in macchina. Paure, dubbi e senso della giustizia - il ragazzo era disarmato -, che la dovrebbero portare a testimoniare contro l’agente. Sulla sua reticenza a farlo pesa anche il fatto di avere uno zio poliziotto e di vivere in un quartiere infestato da una gang, i King Lords, per la quale Khalil agiva come piccolo corriere della droga.

Il racconto è ispirato a una storia vera accaduta ad Oakland, CA, e guarda alla ferita sociale tra chi considera Khalil una vittima del razzismo, e chi invece semplicemente uno che se l’è cercata essendo (anche) uno spacciatore, di piccolo calibro. Seppure soffra un po’ di “giovanilismo” e di qualche episodio da sitcom, meglio trattati nel libro, il film è significativo, e ha momenti di forte impatto, alcuni ben supportati dalla colonna sonora hip hop - due i brani di Tupac -, che a sua volta alterna incisività descrittiva a una certa ripetitività del sound.




Tra me e il mondo
, di Ta-Nehisi Coates
Codice, 208 pp.

di Marco Denti

Cresciuto tra le gang di Baltimora, dove “la strada trasforma qualsiasi giorno normale in una serie di domande difficili”, Ta-Nehisi Coates si ritrova, adulto e genitore, a fronteggiare il terrore come prima, unica e urgente forma di risposta alle necessità della vita quotidiana. La deportazione, la schiavitù, la segregazione pesano per secoli e secoli e, anche se è vero che “il furto del tempo non si misura in termini di intere esistenze, ma di momenti”, le radici sono avvelenate per sempre. Allora il padre si rivolge al figlio, quindicenne, che deve diventare “un cittadino di questo mondo terrificante e splendido” con una lunga lettera e gli dice, come premessa: “Non hai ancora dovuto fare i conti con i miti in cui credi, devi ancora scoprire l’imbroglio che ci circonda”. La dimensione del legame impone un tono accorato e Ta-Nehisi Coates non si esime, ma essendo cresciuto nella trincea della sua pelle americana Tra me e il mondo è diretto, estremo, impietoso.

Nella condizione di un popolo confinato nei ghetti, costretto a misurarsi con i limiti imposti dall’odio e dall’avidità, dall’ignoranza e dall’indifferenza è naturale vedere una proiezione del futuro perché “la distanza è intenzionale come lo è una legge, e l’oblio che ne segue. La distanza consente la selezione mirata tra i derubati e i predoni, i contadini e i padroni della terra, i cannibali e il cibo”. La linea è nitida, senza un cedimento, senza forme consolatorie, nemmeno per rivendicare un’appartenenza, nemmeno per salvare le apparenze, che ormai si sbriciolano ogni giorno di più. Ta-Nehisi Coates sembra gridarlo, mentre lo scrive in Tra me e il mondo: “La banalità della violenza non può scusare l’America, perché l’America non fa proclama di alcuna banalità. L’America si crede eccezionale, la più grande e nobile delle nazioni mai esistita, un campione solitario che si erge tra la bianca città della democrazia e i terroristi, i despoti, i barbari e gli altri nemici della civiltà. Non si può sostenere di essere supereroi ma poi chiedere venia per i propri errori umani”.

La lettura è istintiva e immediata, nonostante la complessità delle considerazioni di Ta-Nehisi Coates perché la sua lucidità è un grido d’allarme, anche senza volerlo: la tensione si scioglie soltanto quando ricorda la libertà di un viaggio a Parigi, dove, nonostante l’invalicabile differenza linguistica, si è potuto muovere alleggerito dall’angoscia di essere identificato solo per il colore del suo corpo. Il perno, a cui ruotano intorno tutte le frasi di Tra me e il mondo, è, di fatto, la sospensione più o meno occulta di un diritto inalienabile quale è l’habeas corpus. Ta-Nehisi Coates è soltanto un reporter, non è un avvocato e nemmeno un giudice della corte suprema, ma è proprio quello il solco scavato perché “gli americani hanno letteralmente divinizzato la democrazia, eppure di tanto in tanto l’hanno sfidata e oltraggiata, sebbene non se ne rendano del tutto conto. Ma la democrazia è un dio misericordioso, e le eresie dell’America, la tortura, il saccheggio, lo schiavismo, sono così comuni negli individui e nelle nazioni che nessuno può considerarsene immune” Se c’è una speranza è la consapevolezza che “forse la lotta è tutto ciò che abbiamo perché il dio della storia è ateo, e nulla del suo mondo è perché così deve essere”. Non ci sono sconti, né al figlio, né a nessun altro. Anche davanti a Ground Zero, l’epicentro del futuro, Ta-Nehisi Coates ricorda che laggiù, a Manhattan, c’era il mercato degli schiavi di New York e uomini e donne venivano venduti all’asta.