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Postcards   gli speciali di RootsHighway

 

 

a cura di Marco Denti


Californiano di nascita, sudista per vocazione, Jim White alias Michael Davis Pratt è un personaggio che sembra uscito da True Stories di David Byrne o da un racconto di Sam Shepard e che non è difficile da vedere in compagnia di Beck. Uno che in poco più di mezzo secolo di vita ha fatto di tutto e l'elenco comprende: surfer professionista e boxeur dilettante, attore e modello, studente e insegnante, taxista e clochard su e giù per le strade di New York. E' un curriculum più adatto al protagonista di una canzone di Tom Waits, che a trovare un lavoro normale e quando se ne è accorto, Jim White deve aver optato con decisione per le sue (non poche) velleità artistiche.

La musica non è arrivata come un'idea professionale. Per Jim White è stata l'ultima spiaggia mentre affogava, parole sue, "in un periodo di depressione, malattia e povertà". Alcuni amici (tutti appassionati di cinematografia, come lui) conoscendo le passioni maturate fin dalla tenera età per il gospel, il blues, il country & western e tutte le altre derivazioni sudiste dell'american music, lo convinsero a provare a esibirsi dal vivo. Con un occhio di riguardo per la cultura delle immagini, un gusto ricercato ed eccentrico, Jim White ha esordito nel 1997 con The Mysterious Tale of How I Shouted "Wrong-Eyed Jesus" (conosciuto anche come Wrong-Eyed Jesus), un disco che ha fornito le basi per tutte le successive esplorazioni, a partire da Searching for The Wrong-Eyed Jesus il documentario di Andrew Douglas per la BBC.

Jim White è l'anfitrione di un viaggio in un profondo Sud degli Stati Uniti, dove la gente prega a ogni ora e negli intervalli pulisce le pistole. Lo accompagnano gli Handsome Family e i Sixteen Horsepower (se riuscite a capire David Eugene Edwards non avrete problemi con Jim White), Cat Power e David Johansen alla scoperta, per dirla con Harry Crews (anche lui parte della compagnia) di un mondo che sa cosa fare del dolore "e non ha mai saputo che cosa fare della felicità e dell'esultanza". Il mood è quello e non è cambiato negli album successivi (il più accessibile resta Drill a Hole In That Substrate and Tell Me What You See) e così fino a Waffle Triangles & Jesus, ma intanto Jim White si è convinto a trovare una parvenza di stabilità (con un ultimo trasloco ad Athens, Georgia) concentrandosi sugli sforzi artistici. Quelli musicali, soprattutto, allargati a dozzine di collaborazioni più o meno estemporanee e alla produzione, ma non solo.

Jim White è anche un bricoleur concettuale che sforna sculture e oggetti con materiali scartati e riciclati, in fondo una versione visuale del suo songwriting, che recupera storie, suoni e (non pochi) rumori in mezzo alla strada e li assembla in mosaici incontrollabili.


L'intervista
a cura di Marco Denti


Waffle Triangles & Jesus, Wrong-Eyed Jesus (in The Mysterious Tale of How I Shouted) e, naturalmente, Searching For The Wrong-Eyed Jesus, ma anche If Jesus Drove A Motor Home (in Drill a Hole In That Substrate and Tell Me What You See): Gesù è ovunque nelle tue canzoni ma... Qual è davvero il tuo rapporto con la religione?

Vivo nel Deep South, e lo spettro di Gesù è ovunque, probabilmente come lo è Allah nei paesi fondamentalisti islamici. Non puoi schivare un gatto senza capitare in qualche cristiano rinato che si dannerebbe per portarti in paradiso. Anche se non sei interessato ad andare nella loro particolare versione della terra promessa. Ovviamente religione e spiritualità sono due parole che spesso, in modo errato, sono diventate intercambiabili. Per la religione spesso oscura la vera nozione di un dio, nello stesso modo in cui un eclisse nasconde l'immagine del sole. Togli la religione e molte persone resterebbero cieche, così c'è sempre del buono nella religione, ma la maggior parte della gente resta confusa a guardare il centro nero dell'eclisse. Dicono: "Dio è lì", ma è proprio l'opposto, perché è quella luce bianca nascosta dietro le proiezioni della mente umana.

Perché la cultura sudista è così importante per te?

Il Deep South genera un potente campo gravitazionale. La gente è piena di contraddizioni e di poteri irrealizzati, il che spiega un po' anche qual è la vera origine del potere. Il governo è invariabilmente deciso dai voti sudisti. La musica americana è profondamente influenzata dalla musica sudista. Il Sud degli Stati Uniti è potente per molti motivi, ma è altrettanto sfortunato. E' questo ciò che lo rende così affascinante.

Quali sono gli aspetti della cultura sudista che preferisci?

Anche se non sono nato qui e non ho otto generazioni di "southern blood" in me mi è molto familiare il mondo del Sud. Più di tutto, lo storytelling, ovviamente. C'è gente nei posti più disparati che è influenzata dallo storytelling e dalla musica del Sud. Quello è davvero il punto. Le sue influenze nella cultura del mondo anglofono sono davvero profonde e nessuno ha ancora provato a raccontarlo. E poi la presenza del sovrannaturale nella vita di tutti i giorni.

Perché lo storytelling è così importante, per te?

E' la cura per la mia particolare forma di malattia mentale. Più parlo e più contano i traguardi che raggiungo con l'obiettivo di una mente di cui possa fidarmi, e più mi sento guarito. Credo di poter ottenere attraverso l'iconografia sudista tutto quello di cui ho bisogno, e che non saprei dove trovare altrimenti. Del resto, mi sono chiesto spesso: avrei scritto canzoni come queste se avessi vissuto da un'altra parte? Ora so che è impossibile.

Okay, ma in pratica come funziona?

Oh, mi piace stare a sentire la gente normale che sa come raccontarti una storia e, ascoltandola, riconoscere la ricchezza del loro vocabolario. Vado al mercato delle pulci tutti i weekend perché è una cornucopia di gente affascinante. Se ti sforzi di conoscerli, sentirai ogni sorta di storie. Uno mi ha raccontato che era un predicatore ma poi ha sbandato e si è fatto dieci anni di prigione. Poi vedi il tizio successivo con le lacrime tatuate sotto i suoi occhi e quando gli chiedi il motivo ti risponde che ogni lacrima è per qualcuno che ha ucciso in galera. Ti basta sederti con loro per sentire la ricchezza della cultura, non ti serve cercare nella letteratura.

E' qualcosa che ha ispirato il tuo songwriting? Comunque, come hai cominciato a scrivere canzoni?

Definitivamente. Ero molto incasinato. Avevo bisogno di liberarmi e il songwriting sembrava la via d'uscita più semplice per l'energia che sentivo intrappolata nella mia mente e nel cuore.

Con queste premesse, hai qualche rituale mentre ti accingi a scrivere?

Nessuno. Sono proprio una di quelle persone disastrate che non sa dove finirà il suo prossimo passo. Di solito scrivo quando devo fare qualcosa di davvero importante e lo sto procrastinando. L'unico posto in cui le canzoni mi arrivano in modo direi automatico è al mercato delle pulci, mentre cammino su e giù tra le bancarelle piene di oggetti scartati da così tante vite diverse. Playing Guitars, E.T. Bass At Last Finds The Woman Of His Dreams e Reason to Cry sono state tutte scritte camminando lungo il mercato delle pulci in cerca di chitarre di seconda mano.


Playing Guitars
è un canzone molto divertente. Puoi dirmi cosa te l'ha ispirata?

La responsabilità di quella canzone è tutta di Ray Stevens. Se non avesse scritto tutti quei capolavori come The Streak, Mississippi Squirrel e Gitarzan, sarei stato capace di vivere in pace per tutti i miei giorni sulla terra senza tormentarmi alla ricerca della famosa "canzone magica", ma eccomi qui. Qualche anno fa mentre camminavo intorno a un posto dove, quella sera, dovevo suonare la chitarra, ho notato un mio manifesto appeso al muro vicino alla porta. Promozione dello show, okay. Nella fotografia che avevano usato avevo in mano una chitarra. Niente di eccezionale, giusto? E comunque, in quel momento, mi ha colpito il fatto che in pratica tutte le mie fotografie promozionali erano state scattate con me, e una chitarra in mano.

Beh, non c'è niente di strano, in effetti.

Già, in effetti non ci avevo mai pensato fino a quel momento e avrei continuato a non pensarci se non fosse che nel manifesto dello show dopo il mio c'era un altro songwriter in posa. Anche lui con la chitarra in mano. E sopra quei manifesti? Uomini e donne tutti con le chitarre in mano, e ancora, e ancora, e ancora, tutti con le chitarre. Mi mancava il respiro, ho dato un'occhiata alla strada, su e giù, e proprio in quel momento un paio di hipster passavano brandendo le custodie delle chitarre. Sembrava un episodio di Twilight Zone con le chitarre come protagoniste della storia principale. Proprio là, in quel momento, l'intera, infernale canzone è apparsa nella mia mente, ma non date la colpa a me. E' colpa di Ray Stevens.

Come percepisci i modi in cui la gente interpreta le tue canzoni?

Questo va chiesto a quei musicisti o a quelle persone che provano a interpretare le canzoni. Per quanto mi riguarda, una volta che ho finito una canzone e che l'ho spedita nel mondo, non è più di mia proprietà, se non altro da un punto di vista estetico. D'altra parte non mi piacerebbe vedere le mie canzoni associate in un film o in televisione in scene su cui avrei da ridire. Ti dico questo dopo aver sentito un brano di Nusrat Fateh Ali Kahn come colonna sonora di un violento omicidio nel cupo film di Oliver Stone, Natural Born Killers. Mi sono infuriato quanto ho visto degradare della musica sacra in quel modo.

Per esempio, mi interessa molto capire il senso di quel feeling che chiami Transnormal Skiperoo, proprio come il titolo dello stesso album.

E' la natura di un piccolo, discreto momento di estasi derivato dal sentirsi connessi a modi di essere più espansivi che prima ti erano esclusi. Ho cercato a lungo una vita più convenzionale, ma mi è sempre sfuggita. E più tentavo di raggiungerla e più si allontanava. Finché non ho capito che la mia ricerca era chiaramente una parte del problema, così ho smesso e mi sono arreso, o almeno ci ho provato. Arrendersi è la parte più difficile della vita.

E' lì che è manifestato questo Transnormal Skiperoo?

All'inizio non è successo niente, probabilmente perché non ero proprio attrezzato alla resa. Dopo un po' di pratica ho cominciato a vivere alcuni momenti di grazia nei frangenti più strani: un giorno, la luce del sole che cadeva sul pavimento come tutti gli altri giorni, ma in qualche modo sentivo che aveva qualcosa di magico. Un momento dopo quella sensazione era già sparita. E' un feeling che è andato e venuto nel corso degli anni, ma non è come una marcia a tappe forzate, piuttosto come i movimenti di una qualche enigmatica marea. Adesso, quanto tutto intorno a me comincia a illuminarsi, quando mi ritrovo a ballare nel mio cortile senza particolare ragione se non quella di sentirmi bene giusto per il fatto di essere vivo, quando provo questo profondo senso di gratitudine per cui non mi servono droghe o dio o un rapporto stregato per aiutarmi ad attraversare un giorno normale, ecco, è quello il feeling che chiamo Transnormal Skiperoo.

Oltre a Transnormal Skiperoo credo che tra i tuoi dischi migliori ci sia senza dubbio Drill a Hole in That Substrate and Tell Me What You See, che era davvero un grande album. Puoi raccontarmi qualcosa di come è stato realizzato?

Grazie. Sono molto orgoglioso di quel disco, ma devo dire che non ha ottenuto la risposta che mi aspettavo. Sono rimasto stupito quando ho letto che dipendeva dalla partecipazione dei miei amici Barenaked Ladies. Come se mi stessi vendendo. C'è un certo snobismo nei circoli della critica musicale e mi piacerebbe scoprire se hanno capito in quali canzoni hanno suonato o se qualcuno avesse detto qualcosa se li avessi fatti apparire con un altro nome. E' la musica che fanno o il nome che ha generato questi dubbi? Difficile da dire. Loro sono artisti che hanno avuto una serie di hit e sono persone splendide che mi hanno sempre supportato. Quando ascolto un disco, anni dopo averlo inciso, posso sentire la condivisione di quegli amici nell'averlo suonato e mi fa sempre sorridere ascoltare le canzoni che hanno suonato con me, a dispetto della loro fama o del loro status culturale.

Questo vale anche per Joe Henry, che lo produsse?

Sì. Nei mesi prima delle registrazioni eravamo in disaccordo su molti aspetti. Joe (Henry) è un purista e crede che il vero spirito della musica sia evocato quando personalità dotate si trovano tutte insieme riunite nello spazio e nel tempo e prendono il volo come una unità. Io tendo a lavorare nel modo opposto, con un musicista alla volta, confrontandomi lentamente per rompere con i suoi riflessi convenzionali. E' una delle ragioni per cui i miei dischi suonano differenti dagli altri. C'è una lenta crescita di elementi che mi fanno capire come prenderanno forma. Così, Joe (Henry) voleva fare un disco di canzoni riprese dal vivo, con tutti i musicisti nella stessa stanza, ma mi sono rifiutato. Ci abbiamo ripensato e lui, alla fine, mi ha detto che forse non era il giusto produttore del disco. Mi piace Joe, sia come musicista che come persona, così non volevo tornare indietro dal proposito di lavorare con lui. Ci ho pensato a lungo e infine siamo giunti a un compromesso e ci siamo accordati su quattro musicisti che avrebbero suonato insieme, dal vivo, in una stanza, ma da lì in poi avrei potuto aggiungere tutte le sovraincisioni che volevo con altri musicisti.

Come è andata?

Joe seleziona sempre i musicisti per gli album che produce e per il mio ha assemblato una selezione di artisti fantastici David Pilch al basso, David Palmer alle tastiere e Jay Bellrose alla batteria. E' stato interessante scoprire che Joe aveva ragione: ho dovuto dargli soltanto delle piccole istruzioni per vederli volare a un livello altissimo. Hanno intuito immediatamente dove volevo andare e come volevo arrivarci.

Per esempio?

Per esempio, ho chiesto a Jay Bellerose come aveva fatto a suonare le sue parti così alla perfezione, in pratica senza alcuna indicazione da parte mia, che di solito lavoro davvero duro con i miei batteristi per trovare forme alternative nei passaggi di batteria. Lui si è messo a ridere e mi ha detto: "Ho capito, ascoltando i tuoi demotape, che ti piace il suono della batteria elettronica e così ho provato a suonare come una batteria elettronica". Capisci? Questo è un tizio con qualche Grammy alle spalle, ma nessuna questione di ego: solo la voglia di ascoltare dove è il cuore dell'artista e di aiutarlo a esprimerlo nella musica. Tutti i musicisti scelti da Joe erano incredibilmente umili: è stata un'esperienza meravigliosa, tra le migliori in assoluto di quelle che ho vissuto come musicista.

Karl Blau, Ollabelle, Victoria Williams, Aimee Mann, Morcheeba, Bill Frisell, David Byrne e molti altri ancora: le tue collaborazioni sono state tantissime e diverse tra loro. Con che spirito ti avvicini ogni volta?

Non saprei rispondere. Il mio cuore, la mia mente, la mia anima e tutto il resto non sono configurati per rispondere in generale e per tutti. Ognuna delle persone che hai citato è benedetta dal talento a modo suo, e ogni volta mi avvicino assecondando quello spirito.


Tu stesso sei stato un produttore, anche con altri artisti. Cos'hanno in comune e/o di diverso il songwriting e la produzione dei dischi, almeno dal tuo punto di vista?

Ricordi quello che ti dicevo a proposito di Jay Bellerose e il principio del non avere ego che gli artisti al suo livello riescono a mostrare? Ecco, è quello che fa la differenza. Ho dovuto imparare ad avvicinarmi alle mie produzioni senza questioni di ego. Tucker Martine, quando stavo giusto cominciando a produrre, mi ha detto: "Il lavoro del produttore è raccogliere la miglior idea che arriva nella stanza, non importa da chi arrivi". Quello mi è rimasto. La mia tendenza è di trasferire questo approccio agli altri artisti e se è questo il motivo per cui vengono da me, allora diventa una bella partita. Se non è per quello, allora devo imparare semplicemente ad aiutarli a esprimere il linguaggio dei loro cuori al meglio che riescono. Questo è ciò che è davvero difficile per me. Mi entusiasmo sempre quando si presenta l'opportunità di aiutare gli altri e ciò a volte mi rende anche un po' miope.

Cosa c'è di simile, allora, tra la produzione e il songwriting?

Quello che non cambia è semplice. Arrivi con una tela vuota e sai che deve essere adornata con i linguaggi simbolici della musica in modi che siano irresistibili. Il mio studio è zeppo di strumenti e oggetti che ho ritrovato e che sono adatti per far rumore ed è davvero una gioia prendere, per dire, un barattolo di zuppa vuoto che è rimasto lì per anni e scoprire che ha il timbro perfetto per la canzone a cui stai lavorando.

Hai seguito la stessa attitudine realizzando Waffle Triangles & Jesus?

Per vent'anni ho fatto dischi propri e impropri, ovvero fatti in casa con il mio quattro tracce, per cui a questo punto il mio approccio è decisamente intuitivo. Qualunque cosa stia facendo, sia che si tratti della mia arte visuale, o delle storie che scrivo o dei dischi che registro, comincio collezionando un mucchio di foglie che poi lancio in aria cercando di intuire una qualche forma, per quanto enigmatica possa essere. Sono sempre i ricordi che mi guidano nella costruzione di un disco. Una volta che ho avuto un'idea del particolare artistico su cui sto lavorando, viene il momento di capire come creare una struttura che possa supportare una forma così poco ortodossa. Questo coinvolge strumenti di registrazione esotici e bizzarri, come è successo spesso nei miei primi dischi, anche se poi ho capito che strutture troppo complesse non aiutano molto i fondamentali del disco. Da allora ho imparato come creare dei pazzi mosaici sonici.

C'è un tratto distintivo di Waffle Triangle & Jesus che lo differenzia rispetto agli altri?

Tendo a pensare che sto cercando di fare lo stesso album, ancora e ancora, e allora sempre di più sono orientato in direzione delle collaborazioni con altri musicisti che sanno comprendere le parti essenziali della musica a cui stiamo lavorando. Con alcuni di loro lavoro da più di dieci anni, abbiamo un rapporto intuitivo e senza di loro Waffle Triangle & Jesus non sarebbe mai esistito. Per il resto, credo che ognuno dei miei dischi sia un po' un mosaico, da Wrong Eyed Jesus fino a Waffle Triangle & Jesus. L'unica differenza sono i colori che usiamo di volta in volta. E il tocco finale di John Keane, che in fase di missaggio ha aggiunto alcune stupende armonie, dove abbiamo concordato che gli arrangiamenti non erano proprio trascendentali. Per dire, lui ha una background rock'n'roll e quando mi sono presentato con sedici tracce di campane a vento non ha battuto ciglio, ci si è buttato a capofitto e gli ha dato un senso, e anche questa volta il mosaico ha preso forma.

I tuoi riferimenti visivi non sono un caso, visto che sei anche un artista visuale. Quanto è importante, per te, poter contare su un'altra forma di espressione?

Sono un pensatore visuale. Le astrazioni richiedono di essere manifestate in qualche forma, che siano delle tracce su una pagina o degli assemblaggi. La mia arte visuale è propedeutica a tutto ciò: me ne occupo quando le sfide delle altre forme di espressione si complicano, ed è così che libero la mia mente, e riesco a ricordare cosa può servirmi e cosa è inutile.

C'è qualche particolare ricordo del tuo passato che ti porti dietro come un talismano, o che ti ricorda da dove provieni?

Ricordo che ero un bambino, forse avevo tre anni, e che mi sono arrampicato su un albero, nel cortile di casa mia. Il vento sbatteva i rami da una parte e dall'altra e dall'alto vedevo mia madre girare per tutto il cortile chiamandomi, confusa perché suo figlio era sparito. Non sapeva che ero in aria, al di sopra delle possibilità del suo sguardo e delle sue aspettative. Il vento sibilava nelle mie orecchie, il cielo era blu, l'aria trasparente, qualcuno mi stava cercando e io stavo attraversando tutto con la magia dell'invisibilità.

Un'ultima domanda. Potendo, che lavoro avresti scelto, invece di intraprendere la carriera di musicista?

Avrei fatto il fotografo! E l'insegnante in un corso di scrittura creativa!


    



 

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