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Steve Forbert
"What Kinda Guy?", live in Chiari, 02/02/2019


a cura di Donata Ricci



Se la chitarra di Steve Forbert potesse parlare, credo gli chiederebbe: “Perché non mi hai mai assegnato un nome, tipo Lucille, dopo avermi scelta come compagna della tua vita artistica?” Sarebbe la delusione di un’amante trascurata. Oppure potrebbe aver sviluppato la sindrome di Stoccolma ed essergli grata nonostante l'abbia maltrattata con una tale ferocia da causarle la consunzione del battipenna e scrostature diffuse. Comunque sia, questa chitarrina obiettivamente alquanto racchia potrebbe rappresentare una chiave di lettura del concerto che Steve Forbert tiene a Chiari – profonda provincia bresciana – il 2 febbraio 2019, grazie all’incessante impegno dell’A.D.M.R. guidata da Maurizio Mazzotti. Se non altro perché Steve dedica buona parte dell’ora e mezza della sua esibizione ad accordare l’inaccordabile, a cercare la giusta aderenza del capotasto mobile e a sostituire armoniche. E menomale che non incastra la tracolla tra le chiavette, come sulla copertina di Jackrabbit Slim. Cambiarla, che so, con una Martin? Non se ne parla. Piuttosto sottopone il vecchio legno ad accanimento terapeutico, con aggiustamenti liuteristici ostinati.

Però, attenzione, non si tratta soltanto di maniacalità, ma anche di esercizio di semplicità. Una filosofia di vita che si trova già enunciata in una canzone d’inizio carriera Make it all so real: “Singer man do your work. Sing your song. Make it hurt. Sing the tears. Sing the pain. Make it all so real”. Cantante, fai il tuo lavoro che è semplice semplice: canta le lacrime e il dolore e rendi tutto reale. Un approccio che Forbert confermerà negli anni a venire. Ma poi è indispensabile cambiare? L’ha prescritto il dottore che un artista debba necessariamente evolversi? Il dottore ti dice semmai ciò che devi o non devi fare, dopo che un cancro ti ha investito come un tir in autostrada: per esempio i palcoscenici li dovrai calcare con maggior parsimonia. Pensa però che slancio e che leggerezza e che libertà provi quando ti ripresenti al tuo pubblico e superi la ritrosia di mostrare gli avambracci scorticati dalla chemio, proprio come la tua chitarra. Perché la voce, quella è la solita, con la moderata afonia da reflusso esofageo che la rende gradevolmente inconfondibile. In un contesto di urlatori impenitenti, Steve Forbert conserva un tono sommesso, pensate che meraviglia. Persino quando affronta il suo hit per eccellenza, Romeo’s tune, non cambia registro: tutto quel che aggiunge è la slide di Paolo Ercoli, che risulta peraltro provvidenziale perché… come fai a lasciar vacante l’intro di pianoforte che tutti abbiamo in testa?

Per il resto lascia scivolar fuori i suoi southern accents da bravo figlio del Mississippi, gli stessi che portava in valigia da Meridian a New York e, in seguito, fino a Nashville. Quegli accenti che non sopprimeva nemmeno al CBGB’s, nonostante aprisse ai Talking Heads, nè quando poggiava un berretto per gli spiccioli alla Grand Central Station, che darà il titolo ad una sua splendida canzone. Si può definire in diversi modi: coerenza, realismo, senso della misura. Poi, quando superi i sessant’anni, la chiami anche sopravvivenza. Infatti le sane abitudini pare diano l’impronta anche a questo mini tour nord-italiano. Lo si capisce dal fatto che si comincia presto (con l’opening act dei bravissimi Crowsroads, due fratelli innamorati del folk blues che strappano applausi convinti) e si chiude in tempo per la camomilla, inclusi autografi e selfie d’ordinanza. Ma prima, in quei novanta minuti suonati quasi integralmente da one man band, c’è tutto l’impegno, il sudore, il rispetto per il proprio lavoro che costituiscono il bagaglio dei songwriters più autentici. Al punto da convincere che anche il suo disco più recente (The Magic Tree) possa avvicinarsi al valore della prima, indimenticabile, terna di album. E difatti fa la sua figura, le canzoni ci sono. Ecco That’d be alright, Let’s get high e la stessa The magic tree. Certo che se poi estrae una What kinda guy? direttamente dal 1978 o una I’m an automobile del 1980 dal 33 giri Little Stevie Orbit, siamo ancora più contenti.

E ci fa piacere anche che ci definisca “Saturday night people”, visto che effettivamente è un sabato sera, fuori piove a dirotto e abbiamo percorso un bel po’ di chilometri. Una dimostrazione di affetto. D’altra parte si capisce che i suoi frequenti “thank you” sono sinceri e che in cuor suo non sta chiedendosi “che cazzo ci faccio qui a migliaia di chilometri da casa?” Certo, non si può fare a meno di notare un certo nervosismo nei movimenti, soprattutto quando il capotasto – accidenti a lui – non si fissa come vorrebbe. Ma non ce l’ha con noi, piuttosto con le proprie limitazioni. Fa tenerezza quando inciampa nel gradino salendo sul palco, così come quando se ne scende ingarbugliandosi nell’asta del microfono, oppure quando la veemenza con cui batte il tacco su un improvvisato stompbox lo fa sobbalzare per il frastuono. Ragazzi – sembra dire – sono un tipo “all songs written by”, parole e musica tutto da solo, mi sono sempre arrangiato con i miei mezzi. E ora vi offro un concerto onesto, senza effetti speciali. Ma ho una Goin’ down to Laurel nel mio canzoniere e stasera le tolgo la polvere apposta per voi. Poi mi gioco una Say goodbye to Little Jo d’annata e, se mi aiutate con la voce, ci carico anche una Big city cat e una Thinkin’.

Ecco, per dare un’idea di cosa sia Steve Forbert: un essenziale. Nella sua carriera avrebbe potuto fare il botto, non l’ha fatto. Ma non ha perso un grammo di realismo e non si è atteggiato a perdente, magari costruendosi una credibilità sulla sua cattiva sorte. Le cose vanno come devono andare – dice – ho cominciato a strimpellare una chitarra semplicemente perché è successo, ma avrei potuto continuare a fare il camionista se la ditta in cui lavoravo non avesse chiuso. Perché a un certo punto, come ben racconta Marco Denti (Alias Bob Dylan. L’odissea dei Nuovi Dylan – Selene Edizioni, 2001), “per Steve Forbert si aprirà la terra di nessuno in cui prima o poi tutti i Nuovi Dylan si sono ritrovati, un vero e proprio rock’n’roll clichè: un contratto con un’etichetta discografica fondamentale (la Columbia, in questo caso), un disco già pronto che viene rifiutato, un legame che è una catena capace di trascinare a fondo chiunque, una causa legale che si mangia un anno dopo l’altro, avvocati, riunioni, telefonate concitate, il sogno o la terra promessa si ricoprono di muschio e di polvere e il fantasma di Elvis diventa l’incubo peggiore che un songwriter possa avere”.

Un’esperienza dura senza dubbio, ma l’impressione è che, mentre altri “Dylan mancati” sono rimasti incagliati in risentimenti e frustrazioni, Steve Forbert abbia saputo accettare il suo destino e, anzi, apprezzarne gli aspetti positivi. Osservarlo sotto il sontuoso lampadario a gocce di Palazzo Marchetti, mentre strapazza la consunta chitarra con la determinazione di un blu collar del rock’n’roll, fa star bene. Dylan o no, Steve è uno che ha capito che ciò che conta veramente è arrivare “alive on arrival”, vivo all’arrivo.