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Il concerto

a cura di Matteo Fratti
foto: © Matteo Fratti



Teatro San Domenico, Crema, 19 maggio 2018

La sagoma del bluesman col cappello a tesa larga si staglia un'altra volta nella controluce di un palco. Chissà quante volte è successo, eppure la combinazione emotiva è sempre la stessa e la visione, prima ancora dell'ascolto, muove qualcosa. Ed è già on stage Eric Bibb, quando dagli ingressi laterali entriamo al Teatro San Domenico di Crema, il concerto molto più in là da iniziare e l'artista in questione a provare i suoni di un altro come back italiano, l'unico per questa serata di passaggio al Sud, che già l'incontrammo anni orsono a Treviglio e prima ancora a Pistoia. Questa volta però, porta in giro lo show dell'ultimo ed eccellente Migration Blues, che poi è solo la coda dei live il cui pretesto a tale distanza non è più solo quello di promuovere un disco, ma il piacere di fare buona musica in un paese che, ce lo garantisce direttamente, gli piace davvero. Chissà se lo sa quanto in realtà noi ci vergogniamo del non avere ancora un governo, non gliel'abbiamo chiesto (..o forse l'abbiamo inconsciamente taciuto) nell'intervista programmata dopo il sound-check, ma lui che è americano, magari può capire come l'indecisione a volte, possa essere anche meglio di scelte sbagliate. In ciò di cui sopra comunque, l'uomo Bibb ci suggerirà qualche interessante riflessione di cui leggerete qui di seguito; noi che giungiamo in loco con l'amico ed italico Francesco Piu one-man band che aprirà la serata, aspettiamo che anche il musicista, piuttosto, entri in scena e ci diletti com'è tra i pochi a saper fare.

Perché il bluesman newyorkese di nascita, ma ormai da tempo di stanza in Svezia, è in realtà assiduo frequentatore di una tradizione blues più esplicitamente Piedmont-style, portata avanti con un'identità che non è solo geografica, e che trova nel suo avviato percorso di ricerca culturale recenti affinità persino con il più approfondito panafricanismo di Corey Harris. E se dopocena abbiamo avuto per un attimo l'impressione che il coinvolgimento totalizzante di Piu si allargasse oltremodo in un opening act dirompente, com'è solito fare il mattatore sardo che proprio dalla produzione di Bibb ha tratto gli insegnamenti migliori (già in quel suo disco di svolta che fu Ma-Moo Tones, in primis con l'uso potente di una voce veicolata al punto giusto e di un cantato anglofono divenuto più convincente; quindi, con un capace uso degli strumenti a corde in maniera percussiva, ma vibrante come sulle corde per le percussioni più primitive, quali washboard & banjo; a sé un'armonica "talentuosamente" a parte) gli evergreen come I Don't Need No Doctor o Trouble So Hard (che non mancano mai dagli spettacoli dal vivo del nostro, più recentemente radi in loco, ma per qualche tempo onnipresenti ai festival blues) lasciano presto spazio al maestro headliner della serata.

Entra Eric Bibb, e subito seduto ci fa Going Down Slow con quell'eleganza che gli è consona non solo nell'abbigliamento, il cui cappello ne delinea l'immagine ad archetipo dell'uomo di blues. E' la stessa, del suo approccio musicale idiomatico, fraseggiare stilisticamente raffinato anche quando attacca il classico di Mance Lipscomb che apre alle danze, e s'ode nel silenzio attento di un pubblico di nicchia il battito del piede. Sfuma allo scrosciare degli applausi, che già è la presentazione del sodale Michael Jerome Brown a integrare la scena: un supporto mai comprimario per il taciturno "secondo" ai cordofoni, chitarrista canadese a fianco di Eric in talune produzioni, ivi ad imbracciare ciò che al meglio arricchisce il tessuto delle songs in scaletta. Ed è la volta della solare On The Way To Bamako ad estendere a echi di world music la cifra musicale del front man, prima che With A Dollar In My Pocket torni a quanto di esplicitamente blues infili a seguire anche la grandiosa With My Maker, su di una linea immaginaria spezzata dagli accenni di roots music a tutto tondo, che i due musicisti sul palco sembrano riproporre come se il tempo non fosse mai passato dai fasti del canzoniere popolare americano. E Jerome Brown è ora alla dodici corde, ora al mandolino, ora all'armonica, capace poi di farsi da parte allorché Bibb, in piedi, appresta come un predicatore un canto a cappella nella stessa vena spirituale di Needed Time, altro spartiacque in una serata emotivamente coinvolgente. Così, seguono cose come Refugee Moan o Diego's Blues, ora da Migration Blues, prima che assieme, Come Back Baby o New World Coming Through ci avviino verso i saluti, permanente una conversazione chitarristica disinvolta e mai banale tra i due, già con Don't Ever Let Nobody Drag Your Spirit Down in un abbraccio caloroso al pubblico, pronto a chiedere i bis. E' allora la bella I Heard The Angels Singing a chiudere una serata che più spesso ci piacerebbe vedere. Una sera di blues, certo, ma con tanto di cappello.


L'intervista
a cura di Pie Cantoni


Arrivato in ritardo dopo qualche decina di chilometri di coda in autostrada che lo hanno rallentato, dopo un sound check fatto in maniera molto attenta, ma cercando di dare spazio anche a Francesco Piu che gli aprirà la serata, Eric Bibb ci accoglie nel “dietro le quinte”. Il primo pensiero è quello di lasciare il giusto riposo ad una persona che, sulla soglia dei 60 anni e con un tour continuo in Europa, avrebbe giustamente voluto ricaricare le batterie. Ma Eric ci accoglie con un sorriso e con tanto calore da farci sembrare vecchi amici. Allora il mood per partire è quello giusto, rilassato e colloquiale, e, fra un bicchiere di vino ed un taralluccio, iniziamo a fare domande ad Eric. Partendo dal suo ultimo disco, fresco di nomination ai Grammy Awards intitolato Migration Blues, dedicato alla migrazione e a questo doloroso fenomeno.

Innanzitutto congratulazioni per la nomination ai Grammy, ad essere onesti quelli che hanno vinto, lo hanno fatto soprattuttto perché sono...

...Quelli che sono!

Eh si! Il tuo disco (Migration Blues) era assolutamente incredibile! La prima cosa che volevo chiederti è che tu sei un musicista di mondo, un viaggiatore, ma oggi il mondo è sempre più diviso da muri fisici e non. Il tuo album Migration Blues parla di migrazione, che è uno dei temi più ricorrenti della tua musica e del Blues in generale. Come ti senti quando vedi questi cambiamenti così negativi nella società? Come metti queste emozioni nella tua musica?

Beh, penso sia una questione di scoprire cosa hai in comune con qualcun altro nel mondo. Per esempio quando vedi la foto di un rifugiato che esce dall’acqua nelle coste italiane o greche per cercare una nuova casa, realizzi quanto hai, quanto sprechi e realizzi che situazione dev’essere non avere niente, nessuna casa... devi trovare un modo per identificarti con quella persona. Potresti essere tu. Tutti hanno una storia di migrazione, non possiamo coscientemente decidere queste cose, può succedere un terremoto o altro, e finiresti nella stessa condizione. Penso che sia una questione di incoraggiare le persone attraverso le canzoni ad aumentare l’empatia. Invece di vedere queste persone (i migranti) come problemi, sono esseri umani, con un potenziale per avere una vita felice e con cui dovremmo identificarci. Quindi voglio solo ricordare alle persone che non c’è niente di nuovo. La migrazione è un fenomeno molto vecchio, c’è sempre stato. È sia per disastro naturale sia per guerra, e fa muovere le persone in cerca di qualcosa di nuovo. Non capisco l’isteria che rende la gente così arrabbiata. Dovrebbero ricordare. Abbiamo una memoria molto corta.

Sempre legato a questo, non so se hai sentito l’ultimo disco di Ry Cooder.

Ne ho sentito parlare. Un album gospel.

E’ un ottimo disco e si rifà alle radici della musica americana, come ha sempre fatto, ma da una visione nuova di quei temi. Sia The Prodigal Son che Migration Blues sono dischi che sono usciti oggi ma che avrebbero potuto benissimo essere pubblicati 70 anni fa senza che ciò facesse molta differenza. E allora mi sono chiesto perché alcuni musicisti capiscono meglio della classe politica quello che accade nel mondo?

Ci ho pensato a lungo. E sono arrivato alla conclusione che i musicisti viaggiano di più dei politici. Incontrano gente sempre, in circostanze molto positive, e condividono con loro l’amore per la musica. Che è un linguaggio universale. Noi musicisti siamo in una posizione in cui possiamo vedere il meglio dell’umanità. E grazie a questo noi siamo ottimisti circa un nuovo mondo che possiamo realizzare insieme. Penso che i musicisti siano avanti rispetto ai politici. Mostrano alla gente che siamo tutti connessi, e non è solo una stronzata romantica da hippie, è reale, noi siamo collegati e queste divisioni sono solo una manipolazione di poteri che vogliono separere la gente perché questo rende più semplice sfruttarci e manipolarci. Ma quando la gente capirà veramente quanto potrebbero essere uniti, allora inizieremo a vedere cose miracolose sulla terra!

L’ultima domanda politica, lo giuro… Uno dei tuoi ultimi dischi si intitolava Jericho Road. Quando stavo preparando l’intervista, ci sono stati quei fatti terribili a Gerusalemme (66 morti e 2000 feriti all’apertura dell’Ambasciata USA fortemente voluta da Trump) e non ho potuto evitare di collegare le due cose. Sebbene tu viva in Europa, vorrei chiederti cosa sta succedendo secondo te nella politica americana oggi?

Sono disturbato dal fatto che siamo in una stagione dove una cosa superficiale come una celebrità può prendere la parola su dibattiti intelligenti e sulla consapevolezza storica. Sembra che molti americani in questo momento stiano vivendo in una bolla artificiale che non ha niente a che vedere con la realtà. Totalmente distante dalla conoscenza della storia e di come siamo arrivati al punto in cui siamo. C’è un livello di lavaggio mentale e la gente ha una visione del mondo tutt’altro che precisa. E gli americani in particolare sembrano essere più ignoranti del mondo che li circonda rispetto ad altra gente. Forse perché sono lassù (fa segno con la mano) e dall’altra parte dell’oceano, ma penso che se tu vai in giro dichiarando di essere la democrazia occidentale più potente, allora dovresti avere cultura e consapevolezza ad un alto livello, invece di essere ad un livello così basso e con così tanti cittadini in carcere. Questo è il livello di una società con dei grossi problemi. Penso che ci sia una crisi d’identità in corso, penso che ci sia ancora il vecchio spettro del razzismo, la schiavitù che ancora aleggia sopra gli USA e la sua cultura, e questo porta alla necessità di affrontare la storia invece di negarla. L’America ha una drammatica, traumatica e sanguinaria storia. Ma la maggior parte degli americani non unisce i punti. Non capisce il “perché ci sono così tanti neri arrabbiati attorno a me”.

Hai fatto dei tributi nella tua carriera a Bukka White (Booker’s Guitar) e Leadbelly (Lead Belly’s Gold). C’è qualche altro artista a cui vorresti dedicare un album?

No, niente di diretto in questo senso. Il prossimo progetto è già mixato e masterizzato. Si intitola Global Griot, ci suonano alcuni dei miei cari amici dell’Africa Occidentale, suonatori di kora senegalesi come Habib Koité. E’ un doppio album e ne sono molto molto felice. Sono oltre il settimo cielo! Ve lo farò avere appena possibile. Verrà pubblicato in ottobre ma è già finito.

Fantastico, e questo anticipa anche la mia domanda su quali progetti hai in cantiere per il futuro! E allora ti chiedo: vieni spesso in Italia…

Vorrei poter venire più spesso! Mi piace venire qui, mi piace tutto. Mi piace la passione per la buona musica, l’entusiasmo del pubblico, mi piace il cibo! Amo l’Italia!

Qualche anno fa registrasti il disco di “rottura” di Francesco Piu, Ma Moo Tones. Un disco fantastico. C’è una grande differenza fra gli album prima e quello, per cui mi domando qual è stata il principale contributo che hai dato al disco e cosa hai insegnato a Francesco?

Ho una relazione molto bella con Francesco sin dalla prima volta che l’ho incontrato. Riconosco che ha una voce meravigliosa, conosce il linguaggio del Blues in un suo modo personale, ma quello che volevo che facesse era cantare in inglese in maniera convincente così come avrebbe potuto fare nella sua lingua originale. Quindi abbiamo lavorato su quello, ma non abbiamo dovuto lavorarci troppo perché Francesco impara alla svelta, ha un orecchio pazzesco, e ci siamo divertiti. Mi piacerebbe rifarlo di nuovo.

Penso che se glielo chiedi anche lui sia d’accordo…

Magari troviamo un accordo, perché mi piace davvero e penso che abbiamo un ottimo rapporto.

Sarebbe fantastico vedere qualcosa insieme di nuovo! Eric, ti ringrazio per il tempo che ci hai dedicato e non vediamo l’ora di sentirti suonare!

Grazie a voi e grazie delle ottime domande!


Ci stringiamo la mano, gli facciamo firmare la copia di The Spirit & the Blues, un disco per noi seminale, e ce ne andiamo, convinti che avremmo potuto chiedere di più e che avremmo potuto sviscerare tanti temi di grande rilevanza, sia sociale che musicale, con una persona come Eric, che sembra uno dei pochi rimasti a portare avanti la fiaccola dei temi sociali e del vero blues. Ma la sua grande passione e il suo calore ci hanno toccati. Come ha detto lui i musicisti sono fortunati perché incontrano le persone in momenti sempre particolarmente favorevoli in cui si condivide qualcosa di grande come l’amore per la musica e anche noi questa sera ci siamo sentiti parte di questa positività.


    



 

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