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Nomadland e i discendenti di Tom Joad

- speciale a cura di Donata Ricci -


Si potrebbe raccontare una storia, bagnata da molta musica e letteratura. Una storia americana ma paradigmatica di altri contesti geografici. Parla di una “quieta povertà”, vale a dire quella situazione di indigenza sempre più diffusa nel mondo occidentale che, anziché deflagrare in forme di disperazione violenta, si sforza di trovare soluzioni, inventandosi nuovi stili di vita e forme inedite di sostentamento economico.

Quanta musica, quanti songwriters si sono dedicati a questo tema? Una quantità incalcolabile, lo sappiamo. Partiamo da una strada sterrata, di quelle che piacevano a Lucinda Williams ai tempi di Car Wheels on a gravel road e inseguiamo un’idea. Un’idea sbocciata dopo aver letto un libro scritto nel 2017. Un libro che, senza alcuna enfasi, riesce a commuovere. E’ a questo libro che s’ispira Nomadland, il film premio Oscar del 2020 diretto da Chloe Zhao e interpretato dalla magnifica Frances McDormand. L’autrice Jessica Bruder è una giovane giornalista del New Jersey con una spiccata sensibilità per le problematiche sociali e le sottoculture. Nomadland, il libro, non è un romanzo, né un saggio, né un reportage; è invece – come recita il sottotitolo – un racconto d’inchiesta. E Jessica Bruder è una tipa che fa sul serio, tant’è vero che, quando decide di indagare l’America nomade, si procura un camper usato e diventa lei stessa nomade. Tre anni e 24.000 chilometri da costa a costa e dal confine messicano su su fino al Canada. E’ così che Jessica incontra i vandweller, persone che a un certo punto della vita decidono – obtorto collo ma non senza una certa eccitazione – di rinunciare a un tetto stabile per trasferirsi in un camper, un furgone, una roulotte o una scuolabus dismesso. In altre parole, qualsiasi cosa si sposti su ruote e ripari dalla pioggia. Il fatto è che, nel Paese opulento che è l’America, sempre più persone si trovano strangolate dalle bolle speculative e dalla 'Grande Recessione' scoppiata ad inizio millennio, oppresse da ipoteche e affitti insostenibili, oppure rimaste senza un tetto a causa della crisi dei mutui subprime, Perciò fanno il loro ingresso nella tribù errante. Una di loro è Linda May, una nonna sessantaquattrenne che l’autrice elegge a protagonista, tracciandone gli spostamenti e i lavori stagionali. Linda dapprima trova impiego in un campeggio come host per dodici ore al giorno, alla faccia delle promesse della compagnia di reclutamento che prospettava una sorta di impiego/vacanza.

Ma il peggio arriva quando il datore di lavoro si chiama Amazon.com. E qui tiriamo dentro per forza i Drive-By Truckers, che in 21st Century USA denunciano esattamente questo: “Se Amazon può offrire la salvezza/la ordino sul mio telefono/Uomini che lavorano duramente per qualcosa che non basterà/e donne che lavorano altrettanto duramente per meno ancora/Lavorano sodo ma non sembra abbastanza/Guardi i tuoi figli e speri e preghi/che possano evocare una giornata migliore/Nessuno ricorda come sia finita in quel modo/ventunesimo secolo USA”. Amazon. Il colosso commerciale ha creato un programma denominato CamperForce, attraverso il quale assume (a titolo temporaneo s’intende) migliaia di lavoratori nomadi, i cosiddetti workcamper, per accaparrarsi un supplemento di manodopera nei periodi dell’anno di maggior richiesta, per esempio attorno a Natale. Questi vengono smistati nei magazzini di stoccaggio che l’azienda definisce fulfillment centers (centri di adempimento) con una terminologia che evoca sinistramente reminiscenze naziste. E già cominciamo ad avvertire qualcosa che va in fumo, qualcosa di simile a Paper in fire, per tirare dentro pure John Mellencamp.

"Let Us Now Praise Famous Men", James Agee, Walker Evans (1941)

Procedendo a zig zag, come del resto richiede lo spirito nomade dell’argomento, si potrebbe andare alla ricerca degli antenati di Nomadland. Impossibile prescindere da un’opera sontuosa: Sia lode ora a uomini di fama. Chi erano questi uomini di fama in realtà? Nient’altro che i contadini fittavoli che, durante gli ultimi anni della Grande Depressione, coltivavano il cotone in Alabama e in altri stati del Sud (la cosiddetta Cotton Belt, la cintura del cotone). E’ l’estate del 1936 quando la rivista Fortune invia in Alabama un ventisettenne giornalista - James Agee - e un fotografo - Walker Evans. All’epoca Walker Evans lavorava per la Farm Security Administration, un’agenzia istituita per conoscere il fenomeno della povertà contadina, che assumeva fotografi per documentare gli effetti della Depressione e per promuovere il New Deal del presidente Roosevelt. L’idea del magazine era quella di pubblicare un reportage sulla vita quotidiana di una famiglia media bianca di contadini fittavoli. Ma di fatto Agee e Evans si trovano, in men che non si dica, letteralmente risucchiati da una realtà complessa e soprattutto toccante, impossibile da restituire con sbrigativi strumenti documentativi. E allora cosa fanno? Decidono di immergersi totalmente in questo mondo, di vivere per alcuni mesi nelle case dei contadini (seguiranno in particolare tre famiglie), di dormire sui loro stessi pagliericci infestati di pulci, ma anche di osservarli mentre indossano l’abito migliore la domenica. In altre parole, cercano di penetrare i loro dèmoni, ma anche le loro speranze. Perché quelle… come si fa a farsele mancare?

Com’era prevedibile, il committente definirà “impubblicabile” l’indagine di James Agee e Walker Evans: troppo complessa, ma soprattutto troppo autentica. Poco male, perché quella che doveva essere una qualsiasi inchiesta, diventerà un magnifico libro dal titolo – appunto - Sia lode ora a uomini di fama, un volume che verrà pubblicato nel 1941 e che col tempo sarà sempre più apprezzato, fino a diventare un vero e proprio oggetto di culto. E si capisce il motivo: le fotografie di Walker Evans sono capolavori, ma è soprattutto la scrittura di James Agee ad essere entusiasmante. Perché è sì racconto, ma baciato da profondo lirismo. Questo perché Agee era stato letteralmente sedotto dalla “quieta povertà” di queste famiglie, dalle loro fatiche sovrumane per campare. Ad alcuni di loro Agee si affeziona particolarmente. Come a Maggie Louise, una bambina di dieci anni che cominciava a costruirsi una vaga consapevolezza che la vita non poteva essere ovunque così miserabile.

E qui si apre un’altra parentesi. La vicenda di Maggie Lousie, la bambina dell’Alabama descritta da Agee, verrà ripresa cinquant’anni dopo da un altro fine saggista americano, Dale Maharidge, il quale nel 1986 recluta anch’egli un fotografo – in questo caso sarà Michael Williamson – e insieme tornano negli stessi luoghi percorsi mezzo secolo prima da Agee e Evans, per conoscere i discendenti di quelle tre famiglie. Un’operazione meravigliosa, da cui infatti sono scaturiti risultati di grande interesse antropologico: quella che trovano è una realtà mutata pochissimo e i discendenti di quelle tre famiglie dell’Alabama pare non abbiano trovato alcun riscatto. E ciò sembrerebbe da attribuire in buona parte a un sistema d’istruzione rimasto mediocre, ma soprattutto al fatto che l’istruzione venisse considerata ancillare all’impiego dei minori nel lavoro, a supporto degli adulti della famiglia. “Ok figliolo, prima vieni con noi a lavorare nei campi, dopo se ti avanza tempo vai a scuola”. Che poi è ciò che accade a Maggie Louise, come ci spiega Dale Maharidge nel suo libro E i loro figli dopo di loro, che è l’epigono di Sia lode ora a uomini di fama. E’ una sorta di storytelling transgenerazionale quello che fa Maharidge e quando racconta il bel momento vissuto, cinquant’anni prima, da James Agee con la piccola Maggie Louise, vengono i lucciconi. “Era una delle limpide notti dell’Alabama. Maggie Louise domandò molte cose. Agee cercava di spiegargliele. Lei si interrogava sul proprio futuro. Avrebbe potuto realizzare i suoi desideri e diventare un’infermiera o una maestra e lasciare quella vita”. E’ alla dura vita di raccoglitrice di cotone che si riferiva, ma i sogni si sa che spesso restano tali, che altrimenti cambierebbero nome.

Di Dale Maharidge è stata pubblicata da poco un’altra ricerca dal titolo esplicito: Fottuti alla nascita. Ricalibrare il sogno americano all’anno 2020. Ed è un altro bruciante, lirico reportage sull’America (questa volta quella colpita dal Covid), attraverso accampamenti di homeless, tastando il polso ad una povertà che, invece di definire “nuova”, si potrebbe dire addirittura “in tempo reale”: la povertà a cui la pandemia ha dato larga mano. “Buongiorno America, come stai?/ Dimmi, non mi conosci?/ Sono il tuo figlio nativo”. Sempre attuale il testo di City of New Orleans, scritta dall’indimenticabile Steve Goodman nel lontano 1971.

E qui torniamo alle storie che Jessica Bruder racconta in Nomadland. Storie che riguardano 60, 70 anche 80enni (“i più fedeli” li definisce Amazon, i più bisognosi di reddito sarebbe meglio dire) che a colpi di paracetamolo resistono agli acciacchi dell’età e si accollano lavori di pesantezza inaudita. Che l’american dream (locuzione divenuta imbarazzante essendo tra le più disattese) si sia inceppato è evidente da ciò che scrive la Bruder, così come emerge in modo inequivocabile in Heartland, il libro-ricerca di Sarah Smarsh nel cuore della povertà americana.

In questo riannodare i fili tra antenati e discendenti, come non riandare a quel libro seminale che è Box-Car Bertha? Questa autobiografia di vagabonda che Bertha Thompson scrisse nel lontano 1937 (perciò in contemporanea con la ricerca di Agee/Evans) rappresenta un’immersione nella mitologia dell’hobo, dei treni merci come mezzi di spostamento, ma anche della cultura operaia e del sindacalismo ante litteram. Certo la bibbia narrativa resta indubbiamente The grapes of wrath (Furore), il capolavoro di John Steinbeck che, prendendo le mosse dal Dust Bowl - le tempeste di sabbia che colpirono gli Stati Uniti centrali negli anni ’30 - narra la migrazione biblica dall’Oklahoma vero la California della famiglia Joad. E quando nominiamo Tom Joad scatta un automatismo e viene in mente Bruce Springsteen. “Uomini a piedi lungo i binari/diretti non si sa dove, non c’è ritorno/ elicotteri della stradale che spuntano dalla collina/ minestra a scaldare sul fuoco sotto il ponte/ la fila per il ricovero che fa il giro dell’isolato/Benvenuti al nuovo ordine mondiale/Famiglie che dormono in macchina nel Sudovest/Né casa, né lavoro, né sicurezza, né pace/La strada è viva stasera/ma nessuno si illude su dove vada a finire/sto qui seduto alla luce del falò/e cerco il fantasma di Tom Joad”.

Motel Life (da ADMR Rock web radio)
Clicca e ascolta il podcast della puntata speciale "Nomadland e i discendenti di Tom Joad"


Bibliografia, blog di BooksHighway (a cura di Marco Denti)

Jessica Bruder, Nomadland
http://bookshighway.blogspot.com/2020/11/jessica-bruder.html

James Agee, Sia lode ora a uomini di fama
http://bookshighway.blogspot.com/2010/05/james-agee.html

Dale Maharidge, E i loro figli dopo di loro
http://bookshighway.blogspot.com/2013/02/dale-maharidge_901.html

Sarah Smarsh, Heartland
http://bookshighway.blogspot.com/2021/03/sarah-smarsh.html

Berta Thompson, Box-Car Berta
http://bookshighway.blogspot.com/2010/10/bertha-thompson.html

John Steinbeck, Furore
http://bookshighway.blogspot.com/2014/02/normal-0-0-1-477-2436-58-1-3343-11.html