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North Mississippi Allstars
Spazio Teatro 89, Milano, 17 ottobre 2019

Francesco Piu
Spazio Teatro 89, Milano, 19 ottobre 2019


a cura di Fabio Cerbone

Lo Spazio Teatro 89 è uno di quei luoghi di resistenza, tra musica e cultura, che sembrano dare ancora una speranza a chi cerca una via di fuga dall’omologazione. Ritrovarsi due volte, nello spazio di pochi giorni, nella piccola e moderna sala milanese è stata l’occasione per assaporare le diverse declinazioni dell’antico linguaggio blues, fatto di salde radici eppure dei mille rivoli in cui si può ancora evolvere ed espandere, dopo più di un secolo di storia. Due lezioni di talento, due mondi lontani per nascita e geografia, niente affatto per entusiasmo e capacità di trascinare in un autentico vortice di improvvisazione, libertà, trasporto, emozioni assolutamente non filtrate da atteggiamenti di superiorità.

La miccia si è accesa giovedì 17 ottobre con la seconda data del breve tour italiano dei North Mississippi Allstars, un ritorno fortemente sognato e voluto dalla tenacia dell’associazione AZ Blues in collaborazione con la storica voce della rivista Il Blues, dopo che la band dei fratellini Dickinson (Luther e Cody) aveva lasciato splendidi ricordi durante le passate esibizioni. Opportunità imperdibile quindi per metterli alla prova sul palco, anche alla luce del bel colpo assestato con l’ultimo album, Up and Rolling, uscito proprio in queste settimane e conferma del loro buon momento di ispirazione. Che la dimensione dal vivo fosse da sempre la vera espressione della fantasia strumentale dei Dickinson era cosa che davamo per scontata, ma assaggiare il sapore ruspante e terrigno della loro southern music dopo qualche anno fa ancora l’effetto di una rivelazione. Un’onda di paludoso groove e cascate ritmiche, di note blues da juke joint accaldato, rock jammato e spiritualità gospel si sono intrecciate per un paio d’ore in libera uscita.

Il compito non facile di tenere a bada il pubblico prima di questa esplosione di suoni e colori dal Mississippi è stato affidato alla presenza del progetto Gospel Book Revisited, band torinese in attesa di pubblicare a giorni l’interessante Morning Songs & Midnight Lullabies, al quale lo stesso Luther Dickinson partecipa come ospite (è apparso infatti sul palco per eseguire insieme alla band italiana il brano Mine). La presentazione di buona parte del nuovo repertorio ha sortito l’effetto voluto, una innata curiosità per il melting pot offerto dal gruppo, confermando una band giovane, affascinante a livello strumentale e non allineata ad una sola visione dell’idioma rock blues, ma con un’anima divisa fra l’incedere saturo, quasi grungy nella pasta sonora, delle chitarre fangose di Umberto Poli e la delicatezza folk pop del canto di Camilla Maina. Qualche volta ancora combattuti e alla ricerca della giusta amalgama tra irruenza elettrica e canto, i Gospel Book Revisited hanno tuttavia dimostrato che la scena italiana legata all’elaborazione del roots sound americano in queste ultime stagioni si è evoluta e contaminata con idee fresche e credibili, che hanno tutte le potenzialità per crescere. Anche il pubblico sembra avere tributato le giuste attenzioni, apprezzando una scaletta per nulla scontata e con la giusta dose di potenza e sensibilità per preparare il terreno agli attori protagonisti.

I North Mississippi Allstars si sono palesati nella formula collaudata del trio, seppure messa in pericolo dall’assenza all’ultimo minuto dell’attuale bassista Carl Dufrene, che ha ceduto il posto alla figura allampanata di Jesse Williams. Un cambio in corsa per il tour europeo che non ha sortito però cedimenti di sorta e giri a vuoto, quantomeno da ciò che si è potuto apprezzare sul palco, con un’intesa quasi naturale. Soltanto un paio di brani per carburare, prendere le misure, guardarsi in faccia, poi la festa sudista è partita di gran carriera, dando libero sfogo alla semplice voglia di condividere una passione incredibile, di suonare in libertà, una palpabile gioia che si leggeva sui volti, anche stanchi per i continui spostamenti e la dura vita on the road, dei fratelli Dickinson. La chitarra di Luther e la batteria di Cody si muovono come un corpo unico: la prima arriva come la stella più brillante, traboccante a tratti nei suoi up & down, immaginifica spesso nel trovare passaggi mai prevedibili, ma la seconda non è da meno, vera spina dorsale del loro sound, connubio indivisibile dove il downhome blues dei loro padri putativi RL Burnside e Junior Kimbrough tracima nella grande tradizione southern rock dei 70s, tra colpi di slide guitar e inventiva ritmica che mettono in comunicazione le jam di Allman Brothers e Grateful Dead con la potenza blues rock del trio alla Cream e Jimi Hendrix Experience. Nel mezzo c’è molto altro, in definitiva tutto il calore e l’anima soul del Deep South in cui sono stati allevati fin da ragazzini: qualità emerse dai nuovi brani di Up And Rolling, tra cui la stessa title track, Call that Gone e What You Gonna Do?, intervallate dai fantasmi della loro terra e dei loro eroi, sulle cui ginocchia si sono seduti per carpire i segreti di Shake Em On Down, Mississippi Boweavil, Po Black Maddie e Skinny Woman.

Nel corso dell’esibizione c’è stato anche spazio per scambi di ruolo e una piacevole anarchia alla quale abbandonarsi, che è figlia davvero di una concezione del rock’n’roll lontana nel tempo e purtroppo sempre meno praticata, ma che laggiù nel sud è linfa vitale: e allora via con Cody, prima scatetato al washboard, tramutato in elettrica psichedelia hendrixiana, poi persino alla chitarra a duellare con il fratello Luther in una Deep Ellum Blues che trasfigura in Going Down the Road Feelin Bad, nel solco di sua maestà Jerry Garcia, con il giovane Samuel Napoli dei Gospel Book Revisited chiamato a dare manforte alla batteria. È esattamente in questi momenti, nel rincorrersi di sguardi e sorrisi tra i due Dickinson, che si è manifestata tutta la gioia di una serata speciale.

Qualcosa che si è ripetuto magicamente due giorni dopo, 19 ottobre, durante l’esibizione di Francesco Piu, ad aprire la rassegna annuale di "Milano Blues 89", serie di appuntamenti che Spazio Teatro 89, in collaborazione con Slang Music, da diverso tempo dedica sia alla scena blues di casa nostra, sia a quella internazionale. Migliore introduzione non poteva esserci, grazie ad un concerto spesso esplosivo e multicolore, che portava il “peso” non indifferente di presentare in via ufficiale il nuovo Crossing. L’album tributo alla figura di Robert Johnson, che il chitarrista sardo ha saputo maneggiare con coraggio e inventiva, rifugge dai luoghi comuni e da un repertorio che sappiamo bene quanto sia stato saccheggiato e interpretato nel tempo, grazie all’idea di contaminazione che anche sul palco di Spazio Teatro 89 ha avuto la sua piena espressione.

Il debutto dal vivo, insieme al multiforme gruppo di musicisti approntato per l’occasione, ha difatti confermato le impressioni spiazzanti e positive del disco stesso, incrocio di sensibilità e tradizioni che dai famosi crocicchi del Mississippi è approdato chissà come tra i monti della Sardegna, passando anche per l’Africa e il Mediterraneo, attraversando un oceano di suggestioni ritmiche e sonore, amplificate dalla collaborazione con Francesco Ogana, il quale maneggiando bouzouki, oud e seconda chitarra elettrica ha aperto nuovi spazi alle melodie. Ma ciò che ha davvero sorpreso dello show è stato non solo il piglio elettrico di Francesco Piu, a tratti aguzzo, desamente rock e acido sulla chitarra, sempre a suo agio fra tecnica slide e accordature aperte, ma anche l’amalgama azzardata eppure riuscitissima con il cuore ritmico della band, ampliata da due batteristi/ percussionisti (Silvio Centamore e Paolo Succu, in aggiunta al basso di Gavino Riva) e dalla presenza inedita degli scratch e loop elettronici di DJ Cris. Non si è trattato di un matrimonio forzato, né tanto meno di una trovata un po’ furbesca per attualizzare senza costrutto il suono di Robert Johnson e dello stesso Francesco: nell’onda sonora generata in Me and the Devil, Stop Breaking Down, Crossroad Blues, Stones in My Passway, Love in Vain e negli altri classici arcinoti della leggenda blues, sono emerse invece originali sfumature e uno stimolante equilibrio fra antico e moderno, tra l’altro liberando l’immaginazione stessa di Piu allo strumento, capace di dialogare con i nuovi compagni di cordata.

Visibilmente emozionato per la prima, ha sconfitto mano a mano i timori del debutto con una vitalità a tratti debordante sullo strumento, la cui creatività e tecnica non sono certo in discussione, e alla voce, sempre più intrisa di soul, offrendo anche versioni riverniciate a nuovo di alcuni suoi vecchi brani come My Eyes Won’t See No More, Mother, Black Woman, In the Cage of Our Love. Un talento ormai pienamente sbocciato quello di Francesco Piu, che tra le mille difficoltà di un mercato musicale così restio alle espressioni più genuine, speriamo possa condurre e presentare in molti altri luoghi questa versione allargata e contaminata della sua idea di blues. Ce ne sarebbe veramente bisogno.