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Barry Gifford
Polaroid americane

- a cura di Marco Denti -

Barry Gifford
Il mondo di Roy

[Jimenez, pp.592]

Scuoiare un coccodrillo, scrutare le ascelle di una supplente, fare attenzione a chi va in giro con un martello in tasca, schivare i mariti della madre, sopravvivere nella mappa di Chicago, scoprire Elvis: Il mondo di Roy è la celebrazione di una prospettiva unica, che poi è quella dell’infanzia e dell’adolescenza, una corda tesa all’infinito tra opposti ed estremi destinati a collidere.

Le storie si susseguono velocissime, come dei flash sparati a raffica, e sono incastrate una nell’altra con un ritmo forsennato, senza una particolare coerenza cronologica, se non l’età di Roy. È un continuum inarrestabile e, a tratti, incontrollabile: la trama è costituita soltanto dalla loro successione e dalla personalità di Roy, che è un osservatore acuto, a cui non sfugge nessun dettaglio, ma è anche un soggetto capace di svolte repentine, motivo per cui Barry Gifford alterna con disinvoltura la prima e terza persona. Attorno a lui ruota un’intera galassia di personaggi: figure singolari e picaresche come quella del Sultano alias James Word, amici e nemici nelle strade, volti del cinema (Hedy Lamarr, Ava Gardner, Orson Welles), del jazz (Art Blakey, John Coltrane, Thelonious Monk, Ben Webster, Dizzy Gillespie) e del rock’n’roll (Buddy Holly ed Elvis, che “fa tutto meglio di chiunque altro”), ma soprattutto una moltitudine di ritratti da cogliere al volo, e in fretta, prima che svaniscano nel nulla.

Sparire è uno dei refrain più insistenti che distinguono Il mondo di Roy: è scomparso suo padre, e poi c’è gente rapita dagli alieni, ammazzata per un niente, il più delle volte per un’arma di troppo in circolazione, partita per destinazioni sconosciute o diventata invisibile nei bassifondi o soltanto sbattuta fuori di casa, senza un destino a cui aggrapparsi, se non fuggire. Una panoramica che è un’ossessione americana, e non è così ovvio perché Barry Gifford intinge i dialoghi nelle forme del baseball, delle stazioni di servizio, dei bar, delle automobili, di interi paesaggi a Chicago come a Cuba, freddo e caldo, dentro e fuori, i contrasti che alimentano un vivaio di protagonisti (e un’infinita teoria di nomi snocciolati uno dopo l’altro) che durano meno della fiamma di un fiammifero.

Eppure è da quell’effimera e diffusa condizione che Il mondo di Roy (a cui bisogna aggiungere Wyoming) genera un moto propulsivo capace di contenere tuareg e gangaceiro, la scoperta del sesso e la segregazione e le mille avventure assemblate da Barry Gifford in una folle e ipnotica catena di montaggio. Il mondo di Roy è l’America, un’America popolare colta sul fatto nelle sue difficoltà, negli eccessi e nei limiti e che, in gran parte, è svanita insieme ai suoi eroi. Come del resto ha suggerito lo stesso Barry Gifford, Il mondo di Roy è “un tentativo di evocare il ritratto di un tempo e di un luogo che non esistono più, un ritratto su cui ho lavorato per quasi mezzo secolo”. È proprio questa la natura “ellittica” delle storie che si inanellano dentro Il mondo di Roy, con l’atmosfera di tante Polaroid ritrovate e accostate secondo uno schema del tutto casuale, in cerca di un ordito che appartiene alla natura dei sogni e della memoria e che soltanto la scrittura può, infine, svelare.

(dal blog di BooksHighway - bookshighway.blogspot.com)





L'invenzione del rock'n'roll
Un racconto tratto da Il mondo di Roy
(per gentile concessione di Jimenez Edizioni e di Barry Gifford)

Il primo disco in assoluto comprato da Roy fu un 45 giri, un singolo di Little Richard che cantava Good Golly, Miss Molly, quando aveva nove anni. Poi, in quello stesso anno, il 1956, comprò il suo primo lp, la colonna sonora del film L’uomo dal braccio d’oro, in cui suonavano Shorty Rogers, Shelly Manne, Conte e Pete Candoli e altri musicisti jazz. Nessuno di questi due dischi poteva considerarsi un esempio del tipo di musica che sua madre e sua nonna suonavano al piano e cantavano spesso; quei brani erano standard e canzoni popolari come La vie en rose, Satan Takes a Holiday e It Had to Be You. A Roy queste canzoni piacevano ma non appena ebbe sentito Little Richard sparare fuori dal piano i primissimi accordi di Lucille e urlarne le parole, passando poi a Good Golly, Miss Molly, Tutti Frutti e Slippin’ and Slidin’, capì che c’era un altro mondo oltre a Autumn Leaves o If I Didn’t Care e alla scoperta andò fuori di testa.
    C’era un tipo di nome “Gin Bottle” Sam che appariva ogni tanto su Blackhawk Avenue seduto su una cassa di metallo per le bottiglie del latte suonando la sua armonica per qualche spicciolo che i passanti riconoscenti gli tiravano in un cappello capovolto a tesa stretta che teneva ai suoi piedi sul marciapiede di fronte a sé. Roy si era fermato ad ascoltare Sam già un paio divolte e quando lo rivide gli domandò che genere di musica fosse quella che stava suonando.
    “Più che altro blues” disse. “Metti un po’ di pepe in un motivetto che tutti conoscono, qualcosa di familiare, e quelli ti danno qualche penny in più”.
    Era un pomeriggio di metà novembre quando Roy chiese a Gin Bottle Sam della sua musica. Il cielo era grigio-marrone punteggiato da macchie scure, e Roy intuì che stava per nevicare. Sam si scaldò con una sorsata da una bottiglia da mezzo litro che teneva in una tasca laterale del lungo cappotto blu. Viper, l’amico di Roy, che era di due anni più grande, gli aveva detto di come veniva soprannominato Sam, “Bottiglia di gin”, ma Roy notò che il liquido nella bottiglia da cui stava bevendo Sam quel giorno era marrone scuro, non limpido come il gin.
    “Tipo, quella che ho appena suonato è Sportin’ Life, scritta da Brownie McGhee. Al prossimo giro, Long Distance di Muddy Waters, all’anagrafe: McKinley Morganfield. Come me, è venuto su a Chicago dal Mississippi per farsi le ossa. Quell’uomo lì, l’ha inventato lui il rock’n’roll, fidati”.
    Sam rimise a posto la bottiglia nella tasca del suo cappotto e cominciò a cantare.
    “You say you love me, darlin’, please call me on the phone sometime. You say you love me, darlin’, please call me on the phone sometime. Give me a call, ease my worried mind”.
    Roy ascoltava attento, mentre Sam soffiava nella sua armonica. Una coppia di passanti lanciò una moneta da dieci o quindici centesimi nel cappello.
    Quando Sam finì la canzone, Roy gli chiese: “Si chiama blues perché soffiavi [blew] nell’armonica?”.
    “Be’, no. Sta tutto nel sentimento, anche se devi soffiare per tirarlo fuori. Non è che devi per forza soffiare in uno strumento vero e proprio, però. Possono essere mani che battono su un tronco, o cani che ululano con le catene strette al collo. O uomini. Fidati”.
    Roy aveva solo un nichelino ma lo mise nel cappello di Sam. Sam strombazzò un paio di volte con l’armonica, poi sogghignò e raccolse gli spicci che aveva guadagnato. Portava dei guanti di cotone rossi e verdi senza le dita. Sam fece tintinnare le monete nella mano sinistra e sorrise a Roy. Gli mancavano parecchi denti e aveva delle macchie di sangue nel bianco degli occhi.
    “Devi ascoltare, ragazzino” disse. “Devi stare attento a quello che senti e forse un giorno comincerai a capire”.
    Sam si alzò e fece cadere le monete nella tasca sinistra del cappotto. Mise l’armonica nell’altra tasca, poi strinse la mano destra di Roy con la sua.
    “Grazie per avere parlato con me” disse Roy.
    “Ero orfano” disse Sam. “Sai cos’è un orfano?”.
    Roy annuì.
    “Non c’era niente di buono, per me, dove mi avevano messo, così quando ero più o meno come te me la sono filata per il mio bene. E adesso qui ci sei tu a farmi le domande. Non è una gran cosa”.
    Il mattino seguente Roy raccontò a Viper della sua conversazione con Gin Bottle Sam. Stavano camminando lungo il canale che attraversava il quartiere e il cielo era più scuro del pomeriggio precedente. Non c’erano ancora state precipitazioni ma per la sera era prevista una forte nevicata.
    “Secondo te che voleva dire Sam quando parlava di battere sui tronchi o dei cani che ululano con le catene strette al collo?” domandò Roy.
    “Gli schiavi del Sud cantavano mentre raccoglievano il cotone e spaccavano la legna” disse Viper. “Fare musica mentre lavoravano li faceva sentire meglio”.
    “Tu sai chi è Muddy Waters?”
    “Sicuro, lavorava in una piantagione, è stato scoperto lì, poi è venuto a Chicago a incidere dei dischi”.
    “Sam dice che è quello che ha inventato il rock’n’roll”.
    Viper scoppiò a ridere
    “Che c’è di così divertente?”.
    “Ogni volta che metto un disco di Little Richard o di Elvis Presley” disse Viper, “mia madre si mette a urlare: ‘Cos’è tutto quel battere e ululare’”.

[2022 ©Jimenez Edizioni]