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Dylan, etc. - nove riquadri di un artista

Dylan/Schatzberg
[Skira, 262 pp..]

a cura di Marco Denti

1) Tra i fotografi è usanza consolidata suddividere l’inquadratura seguendo l’incrocio di due linee verticali e altrettanti orizzontali, che delimitano quattro punti di forza e una zona aurea centrale. È la regola dei terzi e pensando all’immagine complessiva di Dylan/Schatzberg, vale la pena indagare scegliendo nove riquadri che possano rappresentarla in proporzione. La primissima selezione è nel frontespizio. In un angolo dell’archivio di Jerry Schatzberg, tra scatole classificate come Vintage Prints, Good Prints, Fashion, Cha Cha Cha, Personalities e NYC, sin notano quelle con etichette inequivocabili che dicono Bob Dylan, #111 Dylan, Bob Dylan Drum o Bob Dylan Book. Tra le altre, una dicitura riporta Dylan etc. ed è un’ottima sintesi di quello che succede nel libro. Come dice lo stesso Schatzberg, sono “due anni e mezzo di ricerca su Dylan e il mio modo di vederlo”, etc., etc., ma c’è qualcosa in più.

2) Rivedere Dylan in bianco e nero nelle strade di New York è come varcare la soglia di un universo parallelo che le canzoni di Dylan hanno fissato lì, dove, come dice Jonathan Lethem, l’interlocutore preferito di Jerry Schatzberg, “accadendo qualcosa, anche se non si sa che cosa sia”. È quell’atmosfera indefinita tra quello che è, e che sarà. La fotografia vuol dire “catturare il momento giusto” e per quanto riguarda Dylan (e non solo) il momento migliore è tra il 1965 e il 1966, l’epoca di Highway 61 Revisited e Blonde On Blonde. Tutta un’epoca.

3) Dylan rinchiuso in uno studio di registrazione è energia allo stato primordiale. Non c’è distrazione, non ci sono elementi di disturbo, non ci sono ostacoli. In risalto restano solo lui e le canzoni: Schatzberg lo ritrae con le armoniche, davanti al pianoforte, alla chitarra, mentre scrive, canta, suona, pensa. C’è una foto per cui, per via di uno strano riflesso degno di “una stanza piena di specchi” e dei capelli eternamente arruffati, sembra di intravedere la silhouette di Jimi Hendrix sovrapporsi a quella di Dylan. Sarà per via dell’onnipresente Stratocaster e dei chitarristi che si intravedono tra una fotografia e l’altra (che corrispondono ai nomi di Robbie Robertson e Mike Bloomfield), ma è una sequenza attraversata da una frenesia creativa, vitale, elettrica, come elettrico è diventato il sound delle sue canzoni, nonostante le intemperie da Newport alla Royal Albert Hall. La risposta di Dylan, riportata Jerry Schatzberg, non si è persa nel vento: “Fanculo, non m’importa, questa è la mia strada”. È così che Dylan è diventato Dylan.

4) Il ritratto di Edie Sedgwick è perfetto: sensuale e brillante, ammaliante e trasgressiva, wild & innocent, bellezza e tragedia avvolte in quel dettaglio di bicchiere, sigaretta e sorriso sospesi a un filo. Jerry Schatzberg li colloca nel primo punto di forza, in alto a sinistra e guardandola, il dubbio che Like A Rolling Stone sia dedicata a lei, diventa una certezza. Dylan non poteva sapere come sarebbe finita, ma in prospettiva la canzone si adatta all’ascesa e alla rovinosa caduta di Edie Sedgwick. La favorita della Factory riporta allo storico confronto con l’altro principe della notte, e anfitrione di NYC, Andy Warhol: “Dylan mi piaceva perché aveva creato uno stile nuovo e splendido. Non usava la sua carriera per rendere omaggio al passato, voleva fare a modo suo, e proprio per questo lo rispettavo. Gli regalai persino uno dei miei quadri argentati di Elvis nei primi tempi in cui lo incontravo in giro. Poi, però, ogni volta che sentivo dire che aveva usato il quadro come bersaglio per le freccette nella sua casa di campagna, diventavo paranoico”. Per la cronaca, il Double Elvis venne poi scambiato con un divano di Albert Grossman, manager ripreso solo di spalle da Schatzberg, e un motivo ci sarà.

Dylan/ Schatzberg: la colonna sonora

5) Al centro di tutto, la foto di copertina di Blonde On Blonde: quel Dylan infreddolito e sfocato non è diventato soltanto il simbolo dell’evoluzione di un intero immaginario, ma ha colto anche il senso di un’identità mitica e sfuggente. Come diceva Andy Warhol: “Una bellezza in fotografia è diversa da una bellezza dal vero. È difficile essere dei modelli perché si vorrebbe essere sempre come si viene in fotografia, ma ciò non è possibile. E così si comincia a copiare la fotografia. Con la fotografia entri per metà in un’altra dimensione”. È un Dylan di pubblico dominio, combattivo, esuberante, enigmatico ma non insofferente, visionario ma non criptico. In una parola è cool senza volerlo essere perché, come spiega adeguatamente Jonathan Lethem, “le pose volutamente pop e l’autenticità cruda si sarebbero splendidamente fuse per diventare qualcosa di più potente delle une e dell’altra”. È una svolta che lo proietterà a diventare ciò che è diventato e le immagini di Schatzberg hanno davvero il pregio di fissare il momento, di delimitare il passaggio, la linea d’ombra andando a incorniciare “la rappresentazione del Dylan moderno, una persona come tutti noi, cresciuto sempre di più, fino a diventare Dylan”. È un processo che, partendo dalla fotografia, ha generato quell’aura straordinaria che Dylan ha fomentato e di cui si è nutrito. Il corto circuito (a proposito di elettricità) si può spiegare soltanto riprendendo che Jean Baudrillard diceva a proposito di Andy Warhol e che vale, parola per parola anche per Dylan: “Un’immagine è precisamente un’astrazione del mondo in due dimensioni, è ciò che toglie una dimensione al mondo reale, e in tal modo inaugura la potenza dell’illusione”. Per il resto, c’è Blonde On Blonde.

6) La complicità tra Schatzberg e Dylan ha generato anche una serie di pose insolite, alcune psichedeliche, altre decisamente eccentriche, qui tutte comprese nel prezzo. Ci sono quelle con tanto di maschere, mentre scalda un mazzo di chiavi o al telefono in cima a una scala mentre Bob Neuwirth (non) lo fotografa o avvinghiato a un tamburo. Spiccano gli scatti in compagnia di una croce. Al di là delle irrisolte questioni filosofiche e religiose che lo seguiranno fino alla fine dei tempi, viene spontaneo pensare alla croce rubata e poi lasciata sul tetto di una sinagoga (“Pronto, Rabbi? Il suo tetto brucia”) in La città di Dio di E.L. Doctorow, una vorticosa celebrazione di New York, più che un romanzo, un atto di fede nella narrativa. C’è anche “Dylan, naturalmente”, e Doctorow non sbaglia quando dice che “la città può iniziare da una piazza di mercato, una stazione commerciale, una confluenza d’acque, ma intimamente dipende dal bisogno dell’uomo di camminare in mezzo a sconosciuti”.

7) Dal canto suo Bob Dylan nelle sue Chronicles scriveva che “New York era fredda, attutita e misteriosa, la capitale del mondo”. A quel punto, e in quel momento, il ritratto di Dylan e New York coincidono, tra la movimentata vita notturna (raccontata da un articolo d’antan di Al Aronowitz, qui ricollocato in veste di prefazione) e i tormenti quotidiani, trascinato da una sorta di febbre perché “la città era come un blocco non ancora intagliato, senza nome né forma, e non faceva favori a nessuno. Tutto era sempre nuovo, sempre in mutamento. Non c’era mai la stessa folla per le strade”. Succede con Dylan in circolazione, ed è ancora quella sensazione di essere in mezzo a un guado, protagonisti di un esodo, annunciato ma tutto da definire, improbabile eppure credibile, con una meta che parte dalla Desolation Row e (Jack Kerouac insegna) arriva chissà dove. Basta una ragazza che gli bisbiglia nell’orecchio per essere travolti da un déjà vu. È successo anche a Greil Marcus: “Qualcosa di grande sta per accadere. Nel cuore della canzone, il principe, che dopo anni di peregrinazioni per il paese come un vagabondo è pronto a raccontare quello che ha imparato, a una fiera raduna un po’ di gente perché ascolti la sua promessa di rivelare il segreto del regno e subito si forma una folla”.

8) Tra gli invitati di riguardo si distinguono Terry Southern, Frank Zappa, gli Stones vestiti come le loro madri in una giocosa pantomima sull’ambiguità della distinzione tra maschile e femminile che coinvolge Claudia Cardinale (qualcuno è arrivato a pensare che il suo ritratto, nella prima tiratura di Blonde On Blonde, fosse in realtà Dylan mascherato) e, infine, Cate Blanchett più vera del vero Dylan. Il confronto con l’originale, firmato proprio da Jerry Schatzberg, è sorprendente e succede quando la fotografia, come spiega ancora Jonathan Lethem, “ci ricorda che l’arte sta semplicemente in quel momento, che lì è accaduto qualcosa”. Questo è, senza dubbio, uno dei poteri più affascinanti della fotografia, ma una volta aperta la porta, e Dylan ne ha aperte a dozzine, la direzione non è più univoca. È così che gli Stones in abiti e pose femminili nelle strade di New York sono, sì, irriverenti e inguardabili, ma sono un candido annuncio del futuro perché è istantaneo vedere in loro, nel 1966, le New York Dolls del 1973.

9) La sfida è “fermare il tempo”. Non è impossibile e si capisce perché in un angolo della libreria di Schatzberg tra Rimbaud, Faulkner, Walker Evans (obbligatorio), i dischi e i libri di Dylan, spicca anche Ringolevio. Il titolo del romanzo autobiografico di Emmett Grogan si basa sul gioco preferito dai ragazzi nelle strade di New York che non aveva limiti, intervalli, sostituzioni e (soprattutto) non aveva bisogno di armi, neanche in versione giocattolo. Era solo movimento: qualcuno parte, qualcuno arriva, tutti corrono e sono sempre lì. Dylan non si ferma più, gli Stones sono immortali e, certo, Edie Sedgwick, Andy Warhol, Albert Grossman, Michael Bloomfield sono una bella parata di fantasmi, ma il più grande pregio della fotografia è il pudore del silenzio, che li lascia vivere ancora una volta.

:: Approfondimenti

Bob Dylan, Chronicles Volume 1
bookshighway.blogspot.com/2010/10/bob-dylan.html

Bob Dylan, Lyrics 1962-2001
bookshighway.blogspot.com/2011/08/bob-dylan.html

Bob Dylan, Tarantula
bookshighway.blogspot.com/2010/11/bob-dylan.html

Greil Marcus, Like A Rolling Stone
bookshighway.blogspot.com/2014/12/greil-marcus.html

Andy Warhol, La filosofia di Andy Warhol
bookshighway.blogspot.com/2016/11/andy-warhol.html

E. L. Doctorow, La città di Dio
bookshighway.blogspot.com/2015/08/e-l-doctorow.html