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BooksHighway   il rock'n'roll tra le parole

 

Jules Evans
Estasi: istruzioni per l'uso
[Carbonio Editore, pp. 300]

a cura di Marco Denti

All'inizio, quella di Jules Evans è un'esigenza molto personale, esplicita e dichiarata: "Sono un accademico, un uomo introverso, cerebrale e al momento scapolo, e in quanto tale volevo sciogliermi e imparare a lasciarmi andare". Non è come dirlo: siamo bravissimi a crearci da soli barriere e censure, paure e ostacoli, ma dipende anche dal fatto che "la società occidentale è decisamente un'eccezione in questa sua mancanza di rituali specifici e nella tendenza denigratoria nei confronti di ogni stato mentale non razionale". Con il risultato che oggi, come scrive Iris Murdoch, "siamo animali dominati dall'ansia. Le nostre menti sono continuamente attive, intente a tessere un velo di ansie, solitamente avviluppato su se stesso, spesso falsificante, che in parte ci cela il mondo". Il presupposto di Estasi: istruzioni per l'uso, con uno spiccato grado di provocazione (e molta ironia), è che la cosiddetta "età secolare" abbia compresso (per non dire tarpato o amputato) la ricerca dell'estasi, e per estensione l'arte di perdere il controllo, confinandola nelle riserve dell'esotico e dell'esoterico. Au contraire, essendo l'estasi "un'illusione della mente", le possibilità sono infinite, ma Jules Evans non si è lasciato intimorire e ha seguito il consiglio di Charles Mingus, citato spesso con il suo adagio: "Devi avere qualcosa su cui improvvisare". Ha radunato così dieci forme dell'arte di perdere il controllo (compresa l'entrata, che non è relativa) in un ipotetico festival, con tanto di padiglioni tematici. Quando comincia a farsi largo tra una tenda e un palco, con la musica ovunque, si avvia a presentare una gamma di opportunità che conducono sulla via di esperienze estatiche. A partire dalle sue vicissitudini (traumatiche) con l'LSD per approdare a una panoramica che abbraccia gli esperimenti psichedelici, la contemplazione della natura, i riti religiosi, la meditazione, il sesso, il cinema, e più in generale "le arti come sogno collettivo" e arriva quasi per inerzia al rock'n'roll. Jules Evans lo mette proprio al centro delle sue "istruzioni per l'uso", ed eccoci qui.

Il primo aspetto da evidenziare riguarda l'essenza stessa della percezione del rock'n'roll in cui, come scriveva Charles Taylor in L'età secolare (un'analisi monumentale a cui Jules Evans deve parecchio), "l'oggetto condiviso è qualcos'altro: non tanto un'azione, quanto piuttosto un'emozione, un potente sentimento comune. Ciò che sta accadendo è che noi ne siamo toccati tutti contemporaneamente, ne avvertiamo l'influsso come un solo corpo, sentendoci fusi nel contatto con qualcosa di più grande, profondamente toccante o ammirevole; il cui potere di commuoverci è stato immensamente amplificato dalla fusione". È un rimedio alla "follia solitaria" e, come nota Jules Evans, in un concerto di Bruce Springsteen trova l'applicazione concreta di quella che Durkheim chiamava "effervescenza collettiva" e dato che, ad occhio e croce, l'abbiamo provata tutti, sappiamo bene di cosa sta parlando. Però tutto ha un prezzo da pagare, altissimo. A partire da David Bowie e Ziggy Stardust (il caso più emblematico) il ruolo dell'alter ego per le rock'n'roll star ha una funzione specifica perché "il culto del rock'n'roll è, in verità, piuttosto brutale nei confronti delle star, le eleviamo, per qualche anno le accogliamo con grida adoranti, poi le scartiamo per fare posto a un nuovo idolo. E alla fine dedichiamo loro attenzioni morbose e macabre, andando a visitare le loro reliquie, una volta che si sono distrutte da sole". Fin qui niente di nuovo: Adorno scriveva già nel 1969 che "i produttori d'arte significativa non sono semidei, bensì uomini fallibili, spesso nevrotici e minorati", ma se si vuole un'immagine più pertinente e documentata qui naturalmente basta rileggere l'incipit di Great Jones Street di Don DeLillo (e poi tutto il romanzo, che non guasta) per comprendere che la rock'n'roll star e il suo alter ego riassumono tanto l'estasi quando la sua negazione.

Jules Evans aggiorna il dato fino ai nostri giorni dove la gelida natura degli elementi digitali implica nuove possibilità e vecchi limiti alla ricerca dell'estasi: "Agli inizi la rete portava finalmente la musica in ogni dove, e così è diventata niente di più che una carta da parati, uno sfondo. Poi l'ha resa gratuita. Non è più qualcosa di speciale o di sacro, come era stato un tempo per il vinile. E noi non nutriamo più la stessa reverenda per gli artisti, né guardiamo a loro per indirizzare i nostri sogni e reinventare le nostre personalità". Era quella la funzione originale che Jules Evans si vede confermare da Brian Eno in persona: "Spero che sia proprio questo il ruolo dell'artista: creare intense esperienze di abbandono, senza la sovrastruttura delle credenze". Il più colto e lucido dei produttori (oltre a Brian Eno, Jules Evans chiede anche a David Byrne) non fa altro che ribadire quello che a suo tempo aveva detto Peter Guralnick, ovvero che il rock'n'roll è "un'estasi laica" ed è quella continuità che lo trova a essere un cardine di Estasi: istruzioni per l'uso. È il fatto, su cui è difficile non concordare, che, dal singolo all'insieme, il rock'n'roll permette di vivere "l'esperienza dell'abbandono, senza nessuno dei relativi obblighi etici". Insomma, se c'è un modo per perdere il controllo senza controindicazioni, okay, è proprio quello.

Qualche inconveniente rimane sempre, perché varcare la soglia delle porte della percezione introduce in aree non definite e piene di incognite. Se c'è un periodo in cui è successo con maggior frequenza, e con una tensione che è diventata storia e leggenda, è stato nel corso dei Sixties, anni attorno ai quali ruotano anche altri importanti capitoli di Estasi: istruzioni per l'uso, a partire da Psychedelic Wonderland per arrivare a Il tempio dell'amore tantrico. Jules Evans senza lasciarsi ingannare da nostalgie posticce, dalle ricorrenze o dagli anniversari ci tiene ad avvisare per tempo: "La verità è che, davvero, nessuno aveva un pieno controllo del fenomeno. La controcultura degli anni Sessanta fu uno straordinario momento di trasformazione sociale, un'esplosione improvvisa dell'estasi di massa. Ma quella supernova avrebbe causato anche delle perdite". Qui, giocando in casa e senza temere alcun conflitto di interessi, va ricordato che già Fabio Cerbone nel suo Easy Ryder aveva sottolineato le distorsioni e le ombre dell'epoca riguardo l'uso e l'abuso dell'LSD e di altri gioielli chimici (e non), così come dei riflessi impropri delle rivoluzioni di usi e costumi che Jules Evans verifica di persona quando sceglie di visitare Il tempio dell'amore tantrico. Gli aspetti sessuali ed erotici nei rituali per perdere il controllo risalgono alla civiltà primordiali: la mutazione degli anni Sessanta coinvolge una collocazione più generale e popolare. Non si guarda più dal buco della serratura (l'estasi così non arriva mai), si scoperchiano molti tabù e se un minimo denominatore comune di libertà è acquisito, Jules Evans è abbastanza scettico sulle funzionalità di molte pratiche e sugli effetti collaterali non graditi. Non di meno Gay Talese, che a suo tempo arrivava a conclusioni simili, negli aggiornamenti della postfazione del 2009 a La donna d'altri ospitava persino una drastica (ma illuminante) considerazione di Camille Paglia tratta da Sex, Art and the American Culture: "I pacifici atti di nudismo e le scivolate nel fango di Woodstock ebbero vita breve quanto il sogno roussoviano. La mia generazione, ispirata dal titanismo dionisiaco del rock'n'roll, aspirò alla rivoluzione più radicale dai tempi di quella francese. Ci chiedevamo: perché dovrei sottostare a questa legge? E: perché non dovrei soddisfare ogni impulso sessuale? Il risultato fu una degenerazione nella barbarie. Scoprimmo sulla nostra pelle che una società giusta va in panne se ciascuno fa quello che gli pare".

I lati oscuri degli eccessi sono complementari alle conquiste e Jules Evans è abbastanza coraggioso da affrontare anche l'estasi da punti di vista più semplici, faticosi, ambigui, subdoli o molto pericolosi. Uno dei metodi più sani e meno dispendiosi è la contemplazione della natura che, per inciso, ci aiuterebbe anche a capire che il mondo in cui viviamo non è fatto per essere dominato o sottomesso, e che un po' di rispetto in più non guasterebbe né a lui né a noi. Quella ottenuta con la meditazione (la tabella quotidiana riportata è un tour de force debilitante) è frutto dell'abnegazione, quella insita nella vocazione competitiva, aziendalista e workaholic che gode dei risultati elencati nei bilanci resta piena di dubbi. Ancora di più l'estasi invocata dai combattenti pronti all'eroismo, al martirio e, in ultima analisi, destinati alla morte, su cui non serve aggiunge altro, visto il carattere piuttosto definitivo, non ripetibile e dunque non accertabile della sua determinazione. Se proprio dobbiamo cercarci una via per il paradiso, continuiamo a preferire quella degli Staple Singers. Un discorso a parte meriterebbe l'estasi letteraria perché "il romanzo è una tecnologia in grado di incidere profondamente sulla nostra coscienza", ma qui si sfocia in mare aperto, dove scrittura e lettura si sovrappongono, e va da sé che inseguire Moby Dick è ancora oggi un modo straordinario di perdere il controllo. Curioso che, nella colta e ricchissima documentazione di Jules Evans (che comprende, tra gli altri, Geoff Dyer, Barbara Ehrenreich, Max Weber, Susan Sontag, John Cage, Stanley Kubrick, David Lynch nonché Aldous Huxley a raffica), non si trovi traccia della Beat Generation che in sé riassumeva molte delle possibilità nell'arte del perdere il controllo, se non altro per quell'assiduità nell'inseguire uno "stato di flusso" o, appunto, una beatitudine, ma quei pazzi, chissà, forse si sono infiltrati a tal punto che Jules Evans li cita inconsciamente quando conclude dicendo: "Abbiamo la necessità di adorare di meno, consumare di meno e giocare di più". Estasi più, estasi meno, su questo non c'è alcun dubbio.

La playlist ispirata a "Estasi: istruzioni per l'uso" di Jules Evans