:: Parole e rock'n'roll
 
Il blog di BooksHighway

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BooksHighway   il rock'n'roll tra le parole
A cura di Marco Denti

   

Carlo Bordone
Curtis Mayfield. Impressioni di Chicago

[Volo Libero]
pp. 120

Amazon.it



Le "impressioni di Chicago" che narrano la vicenda artistica e umana di Curtis Mayfield ci restituiscono la figura gigantesca e mai abbastanza lodata di un musicista che ha tracciato una coscienza sociale all'interno della musica soul, oltre che una scuola di suono che ha saputo influenzare più generazioni. Il lessico della black music non sarebbe davvero lo stesso senza Mayfield e una volta tanto questa non è una gratuita iperbole, ma un dato di fatto che passa attraverso una carriera complessa, sviluppatasi dalla fine degli anni Cinquanta nei bassifondi della nativa Chicago e arrivata ai confini del nuovo millennio, purtroppo con un tragico crepuscolo dovuto ai postumi di quel maledetto incidente che ridusse Curtis paralizzato in un letto. Carlo Bordone (Rumore, Mucchio Extra) arrichisce le firme prestigiose che danno il loro contributo all'agile collana Soul Books di Volo Libero, di cui abbiamo già segnalato alcune interessanti uscite dedicate a Nina Simone e Marvin Gaye. Lo fa con lo stile sintetico e al tempo stesso esaustivo che l'impostazione di questi libri obbliga a seguire, ma colma una piccola lacuna nella bibliografia italiana sul personaggio, dando modo di conoscere i tratti essenziali della produzione di Mayfield. Molto si concentra sul dato musicale, sui dischi e sulle canzoni che hanno segnato la maturazione dell'autore, quello che Graziano Uliani nella post-fazione definisce, non a caso, "il nero Bob Dylan". Dunque non troverete né morbose discese negli aspetti, anche drammatici, della vita personale, né dettagli troppo calcati sulla biografia giovanile di Mayfield, assai di più una precisa ricognizione su quella che è stata la costruzione di un songbook fondamentale per la soul music a cavallo tra i sixties e l'affermazione definitiva dei seventies, decennio nel quale Mayfield diventa una delle voci principali della coscienza afro-americana. La sua visione e il suo talento sono chiari fin dalla nascita degli Impressions con l'amico Jerry Butler, il background gospel e blues che si trasforma in magia doo-wop, in ballo, estetica e al tempo stesso significato, vera forza per far passare il messaggio di Curtis Mayfield. People Get Ready il brano immortale, immancabile da citare, ma prima e dopo un modello di radici black, psichedelia soul, ritmi funk, falsetti inconfondibili (quanto Prince e non solo lui dovrà a Curtis?) che attraverso opere essenziali come l'omonimo esordio o il fortunato incontro con la cultura di strada della cosiddetta Blaxplotation diventerà la colonna sonora di un'America tormentata, di conquiste (diritti civili) e cadute (ghetto, droga, violenza) nel segno di una nazione in movimento.

(Fabio Cerbone)

F.T. Sandman
Bob Marley: In This Life

[Chinaski]
pp. 190

Amazon.it



Il "viaggio attraverso le parole del mito", come recita il giusto sottotitolo, sceglie una modalità molto interessante, forse l'unica appetibile, vista l'enormità della bibliografia su Bob Marley. E' la sua voce, raccolta e collezionata attraverso una miriade di interviste a costituire il senso ultimo di Bob Marley: In This Life e se di grandi novità, come è facile immaginare, non ce ne sono, inedito è il modo di assemblare le sue parole, in presa diretta, senza mediazioni. Questo era il fulcro della prima edizione, e tale rimane nella sua versione aggiornata che ripropone l'effervescente caos della vita e della musica di Bob Marley. Dove non sono le sue parole a raccontarle, sono le impressioni di un lungo elenco di musicisti, tra cui l'utilissima riflessione di Michael Franti che dice: "Bob Marley è sempre stato capace di smuovere la gente partendo da una prospettiva molto spirituale. Un'attitudine necessaria perché più ti esponi contro il sistema, più ci saranno persone pronte ad accusarti di essere o troppo radicale, o di non esserlo abbastanza, e queste sono cose che ti fanno perdere la bussola". Nella ricostruzione di F.T. Sandman la direzione è sempre molto precisa, per non dire univoca: Bob Marley sapeva "di essere nato con una taglia sulla testa", non di meno, pur considerando la politica un "affare del demonio", si è sempre esposto in prima persona, con la sua musica, le sue parole, e tutto il suo carisma. Non c'è mai stata, a livello internazionale, una voce come la sua, capace di raggiungere i confini più disparati e nello stesso tempo di rappresentare una speranza per i diseredati, gli ultimi e gli sconfitti ai quattro angoli del pianeta. Come dice Tom Morello, "le sue canzoni confortano le anime irrequiete, alimentano le fiamme della resistenza e fanno partire la festa, spesso tutto in un colpo solo". E' questo effetto multiplo che emerge, più di tutto, nel dialogo ininterrotto che ha ricostruito F.T. Sandman: ha ragioni da vendere quando dice, nell'introduzione, che "c'è un disperato bisogno di luce" e se c'è un musicista, una persona, un messaggero degno dell'appellativo di "mito", lasciato scivolare in copertina, quello è proprio Bob Marley. Consigliato in modo particolare ai neofiti, ai principianti e a chi deve ancora cominciare, Bob Marley: In This Life contiene tutti gli elementi necessari a introdurre la passione per "il canto della terra", quella musica che colpisce, e non fa male, per il suo principale, e unico, portavoce che, tra le tante sentenze raccolte da F.T. Sandman, si può condensare in un piccolo, fastidioso aforisma: "Quello che vogliamo realmente è il diritto di avere ragione e il diritto di avere torto".

(Marco Denti)

   

Paolo Cioni
Il mio cane preferisce Tolstoj

[Elliot]
pp. 244

Amazon.it


Il secondo romanzo di Paolo Cioni va incontro con decisione alla lunga e florida tradizione della commedia italiana, ed è una scelta che rende molto più personale e originale la sua narrativa, rispetto all'esordio di Ovunque e al mio fianco. Le differenze sono sostanziali: se da una parte c'era l'esuberanza di una trama in movimento sulle strade dell'Europa, e con una Cadillac rubata a un fan di Elvis, qui c'è l'immutabilità della provincia, nello specifico del territorio alle pendici degli Appenini, tra Parma, Fiorenzuola e Fidenza. L'identificazione territoriale non è funzionale soltanto all'ambiente del romanzo. Si tratta di una collocazione che ricorda i narratori della pianura lungo il versante emiliano Po (Celati, Cavazzoni, Delfini) di cui Paolo Cioni condivide sia la naturale associazione geografica sia il gusto per un tono ironico, leggero, a tratti surreale. Una formula che trova la sua espressione migliore in Adelmo Santini, protagonista indiscusso di Il mio cane preferisce Tolstoj. Il suo è il ritratto dell'artista al crepuscolo: è stato uno di quei comici a cui, grazie all'intercessione televisiva, è stato concesso di tutto. Radio, teatro, cinema e, immancabile, il libro riempito di battute e amenità assortite. Solo che la televisione si mangia le sue creature, in particolare quelle che le si rivoltano contro, e per Adelmo Santini, così come per molti suoi colleghi, la stagione dell'oro e della sfortuna sfuma in un limbo indefinito, tanto che "ecco, a volte", sarebbe meglio l'oblio. Adelmo Santini, poi, ci ha messo tutto l'impegno possibile tra una lunga teoria di fidanzate, compagne, amanti per una sola notte (e anche una moglie, Vera), colpi di testa e abitudini bizzarre perché, come ammette con un certo candore, "se si tratta di colare a picco, nessuno più di me ha le carte in regola". Dovrebbero bastargli la poesia della nebbia tra i pioppi, i suoi cani che gli sgranocchiano mezza biblioteca, i pochi e fidati amici, ma un giorno riceve una strana lettera anonima corredata da una minaccia di morte. In quel momento sta verniciando il soffitto perché come diceva il nonno non c'è "niente al mondo che non si possa sistemare con una buona mano di bianco", e l'oscura missiva invece gli impone di ricordare che "le vecchie case sono così. Piene di fantasmi e di storie". Sentendosi in pericolo, anche perché ha ancora molti conti aperti nei suoi turbolenti trascorsi, il Grande Santini prepara un elenco dei possibili mandanti e da lì comincia la lunga serie di avventure picaresche che caratterizzano Il mio cane preferisce Tolstoj. Tra un manager avido e un editore fallito, resta sullo sfondo l'effimero universo dello spettacolo e dell'intrattenimento, che Paolo Cioni sa raccontare con un sorriso brillante, non privo di una malinconia consapevolezza.

(Marco Denti)

Roberto Barbolini
Angeli dalla faccia sporca

[Galaad]
pp. 300

Amazon.it



Critico letterario di lungo corso, Roberto Barbolini raccoglie in Angeli dalla faccia sporca una composita selezione di saggi e riflessioni letterarie che si propongono come "una specie di terapia intensiva per dare statuto unitario d'esistenza, per quanto provvisoria, alle sparse membra d'una riflessione critica disseminata negli anni, e a una passione di lettore che con gli anni non si spegne". In effetti, il Viaggio al di là del giallo e del noir, come recita il sottotitolo di Angeli dalla faccia sporca, parte, sì, da Raymond Chandler e Dashiell Hammett (di cui Barbolini ha curato l'edizione delle opere nei Meridiani della Mondadori) ma nel progredire delle scoperte si inoltra in tutti i meandri della narrativa del fantastico e dell'avventura, per arrivare, nella parte conclusiva, a una disgressione (molto utile) su Beethoven, Pavarotti, il pop, la televisione. Nel complesso, Angeli dalla faccia sporca si rivela l'autobiografia di un lettore acuto e attentissimo che, con toni tanto colti quanto garbati, colleziona impressioni ed emozioni da creature come Dracula e Frankenstein e da autori come Verne, Tolkien, Salgari, Guareschi, Arpino. L'attenzione al linguaggio è costante e scrupolosa, tanto che, a proposito di Il sangue è randagio di James Ellroy, uno dei maggiori autori noir attuali, scrive che "consta di 859 pagine punteggiate da una sintassi esasperante, spezzata in periodi brevissimi, al limite dell'inarticolato". Il rigore dell'analisi lascia comunque un margine al tentativo di trovare e provare forme inconsuete, coraggiose ed eccentriche perché per Roberto Barbolini l'ideale di letteratura è quella che, secondo Giorgio Manganelli, "con insolenza, con industriosa pazienza essa fruga e cerca e cava fuori affanni, e malattie, e morti: con appassionata indifferenza, con sdegnato furore, con cinismo ostinato li sceglie, giustappone, scuce, manipola, ritaglia". Nella coda finale di Angeli dalla faccia sporca, Roberto Barbolini si concede quel tanto di sacrosanta polemica. Sulle condizioni della narrativa in sé, è abbastanza esplicito da smentire i soliti luoghi comuni: "Il futuro del romanzo è come la sua morte: un tormentone insopportabile. C'è sempre un tasso di provocazione nelle ricorrenti sortite sulla fine del romanzo, così come nell'euforia di chi si ostina a decretarne la buona salute". Proprio a partire dal giallo e dal noir, poi, non può fare a meno di notare come "da anni ormai le case editrici italiane si stanno trasformando in succursali forse inconsapevoli della grande multinazionale noir. Tanto che la nostra letteratura rischia di diventare l'equivalente editoriale del McItaly, il panino italiano al 100% della catena McDonald's". Un'opinione del tutto condivisibile.

(Marco Denti)

   

Vincenzo Martorella
Art Blakey. Il tamburo e l'estasi

[ArcanaJazz]
pp. 190

Amazon.it



Un primo, decisivo ritratto lo tratteggia il sassofonista Bobby Watson già nell'introduzione: "A mio avviso, Art Blakey è stato il batterista più dinamico ed esplosivo che abbia mai sentito, e una delle persone più positive che abbia incontrato finora nella mia vita. Dirigeva la band seduto alla batteria. Sapevi sempre quando avevi suonato troppo a lungo dal modo in cui suonava lui. E, viceversa, sapevi quando voleva che dessi di più. Diceva sempre che la batteria è uno strumento d'accompagnamento. Suonava un lungo assolo di batteria solo quando l'atmosfera e la musica lo richiedevano. Preferiva di gran lunga la presentazione d'insieme a un assolo. Le dinamiche erano la sua specialità". La personalità di Art Blakey deve aver influito parecchio anche sulla natura di questa bella biografia che, nel corso degli anni, non ha voluto restare circoscritta alla sua prima edizione ed è andata a ricollocarsi nell'attuale versione. Se, come scrive Vincenzo Martorella "sulla vita e la musica di Blakey esistono ancora grandi vuoti e amnesie", per cui è facile augurarsi un altro aggiornamento, in futuro, qui c'è già un lavoro meticoloso, puntuale e insieme molto pratico e fruibile. Non era semplice dovendo raccontare le avventure di un batterista come Art Blakey, sempre "una sorpresa in fondo a una sorpresa", ma anche per via di quella fittissima ragnatela di legami intessuta a partire dal suo ensemble, i Jazz Messengers. Scorrendo l'elenco dei nomi che Vincenzo Martorella ha elencato nell'apposita appendice si scorre l'olimpo dei jazzisti del ventesimo secolo: Lee Morgan, Clifford Brown, Wynton Marsalis, Paul Chambers, Percy Heath, Reggie Workman, Sonny Rollins, Wayne Shorter, Don Byas, Hank Mobley, Gary Bartz, Jackie McLean, Chick Corea, McCoy Tyner, Wynton Kelly, Keith Jarrett, Grant Green sono soltanto alcuni tra i protagonisti che "in studio o dal vivo, per anni o solo una settimana, o magari per una sola serata" hanno seguito gli incredibili groove di Art Blakey. La sua storia è anche la loro perché scorrendone le gesta diventa chiaro quanto sia stata determinante la condivisione, non solo degli aspetti strumentali e professionali, ma proprio di un modo di intendere l'assenza di distinzione tra arte e quotidianità, che lo stesso Art Blakey esprimeva così: "Prima di diventare un musicista si deve diventare uomini, e bisogna imparare moralmente e spiritualmente". Non si usano più parole così, e si sente.

(Marco Denti)

Vittorio Bongiorno
City Blues

[EDT]
pp. 350

Amazon.it



Los Angeles, Berlino, Detroit: tre tappe di unico viaggio assemblato attraverso "la meraviglia di storie, persone e musiche". Forse andrebbero aggiunte Palermo (dove è nato) e Bologna (dove vive), città che non hanno nulla da invidiare al mondo, ma è chiaro che la prospettiva inseguita caparbiamente da Vittorio Bongiorno è quella di un intero immaginario e che non soltanto la città, ma l'intero viaggio in sé, è soltanto un punto di partenza. Quasi come un lapsus, lo ammette richiamando Walter Benjamin nella coda conclusiva di City Blues chiamata (appunto) Disfare le valigie: "Non sapersi orientare in una città non vuol dire molto. Ma smarrirsi in essa come ci si smarrisce in una foresta, è una cosa tutta da imparare". Qui le mappe vengono abbandonate ben presto, ovvero subito, quando si parte all'inseguimento del fantasma di Gram Parsons e strada facendo ci si imbatte in James Ellroy, Joan Didion, negli U2, nei Gun Club, nei Jane's Addiction e in tutta la moltitudine di allucinati e allucinazioni partoriti da Los Angeles. Non è diverso, se non per la latitudine e di conseguenza il clima, il tenore a Berlino che nella "cool confusion" di Vittorio Bongiorno trova come anfitrione Lou Reed e lì, seguendo coordinate molto spontanee e naturali porta a David Bowie, Iggy Pop, Nick Cave e, va da sé, Wim Wenders. Tutti collegati dalla confidenza di Vittorio Bongiorno con la scrittura, che ha un modo tutto suo, molto simpatico, per lasciare entrare il lettore nel suo diario di viaggio e per condividere quell'universo che emerge dagli ascolti, dalle letture, dalle visioni e soprattutto dal corto circuito con la realtà delle strade, dei bar, degli aeroporti, della vita cittadina. Questo è ancora più vero nel confronto di Detroit dove un filo rosso collega Elmore Leonard, gli MC5, la Motown e molto altro nel delineare il suono e l'identità di una città. A quel punto nel florilegio di citazioni (letterarie, o non), amate da Vittorio Bongiorno, il miglior riassunto del suo City Blues potrebbe benissimo essere questo, offerto da Edmond Jabès: "La tua città è un miraggio. La terra, rispetto all'universo, un uccello perduto, dalle ali troppo fragili per sfidare, sola, l'ignoto. Cammina su questo pianeta coì maneggevole che un niente lo fa girare. Dove sei? Caduto nella trappola del reale e dell'inverosimile. Cercando l'uscita". Non è facile e infatti Vittorio Bongiorno lascia chiudere la porta in faccia al suo City Blues, alla sua versione della storia, a Walt Whitman, quasi ricordando la partenza verso la strada aperta, un mosaico di ricordi da ricostruire, un pensiero da collocare, un deserto ormai alle spalle, David Bowie da salutare. Originale.

(Marco Denti)