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BooksHighway   il rock'n'roll tra le parole


 

Hangin' down in Memphis

"Children by the million sing for Alex Chilton when he comes 'round //
They sing I'm in love. What's that song? I'm in love with that song."

(The Replacements, Alex Chilton)



Holly George-Warren,
Alex Chilton. Un uomo chiamato distruzione
[Jimenez edizioni, 352 pp.]

di Marco Denti

Ci vogliono sempre troppe parole per raccontare un outsider e Holly George-Warren le ha usate tutte per dispiegare la parabola impazzita di Alex Chilton. Giovanissimo, prima ancora che riesca a rendersene conto, viene trascinato nel gorgo dell’industria discografica che allora si reggeva (e si è retta a lungo) sulla connivenza tra studi di registrazione ed etichette. È proprio lungo quel sottile crinale che Alex Chilton si è mosso, non sempre a suo agio, come ammette con un certo candore: “Credo che la mia vita sia stata solo una serie di coincidenze nell’industria discografica. La prima cosa che ho fatto è stato il disco più grande che avrei fatto”. A partire dai Box Tops, soprattutto con The Letter, uno dei grandi hit del 1967, poi con i Big Star e infine con una lunga e tortuosa carriera solista (“La più strana carriera mai vista” ha scritto qualcuno), anche in veste di produttore, Alex Chilton ha lasciato un marchio indelebile nella storia del rock’n’roll più oscuro e marginale, che è poi l’unico che conta.

È stato l’ultimo dei grandi artisti incapaci di scegliere tra genio e follia, convinto che “il buon rock’n’roll è partito dai cantanti rockabilly dei Cinquanta. È sempre stato selvaggio e fuori controllo, e ha sempre avuto un senso per il caos, e il punk ha riportato in vita quell’approccio in maniera molto forte. Per me, è buono quanto il rock’n’roll. Il rock’n’roll deve essere fuori controllo, è una cosa folle e deve farti andare fuori di testa”. Da lì in poi è un viaggio nei bassifondi, anche perché è laggiù che il rock’n’roll evita l’estinzione. Alex Chilton si ritrova in un groviglio di alcol e indecisioni, relazioni e separazioni, miscugli chimici e naturali, come se fosse incapace di venire a patti con la realtà. Le canzoni, una più bella dell’altra, sono le ultime spiagge di salvezza, ma il più delle volte non bastano e Alex Chilton si ritrova a fare il lavapiatti, il tassista, persino il taglialegna. Una vita selvaggia, riflesso di quella propensione verso una musica grezza, selvaggia, non decorativa, il vero rock’n’roll disadorno, ribelle a ogni costo, con o senza causa.

La ricostruzione di Holly George-Warren è documentata, ricchissima, quasi una storia orale, vista la quantità di testimonianze riportate. Tra le tante, Paul Westerberg diceva di Alex Chilton che “è un geniale camaleonte o solo uno che si è fottuto il cervello troppo presto”. Il suo stile di produzione (“Mi piace il sound che ottieni quando entri spontaneamente in uno studio e ti concedi una serata travolgente e selvaggia. Sto provando a tenermi alla larga dai meccanismi del sistema”) già sperimentato con i Cramps e le comuni affinità alcoliche avevano convinto i Replacements ad assumerlo per la produzione di Tim ma, per quanto gradito al gruppo, non era proprio quello che cercava l’etichetta discografica, a riprova che, come diceva Alex Chilton “i funzionari discografici tendono ad andare nel panico in mia presenza”. Scoprite con Holly George-Warren come è andata a finire (anche se non è difficile da immaginare). Comunque, i Replacements gli dedicarono una canzone (Alex Chilton, appunto) nel disco successivo Pleased To Meet Me (prodotto da Jim Dickinson, uno dei complici più assidui di Alex Chilton) e suonò con ogni genere di perdente, da Tav Falco a quello strambo (e geniale) trio con Alan Vega e Ben Vaughn con cui incise Cubist Blues, un disco di qualche anno fa che rendeva bene l’idea deviante e fuorilegge che aveva della musica.

Forse anche della vita, visto che tra i demoni che coltivava e quelli che si ritrovava attorno senza volerlo (compreso l’uragano Katrina che lo costrinse a lasciare la sua casa di New Orleans), Alex Chilton ha passato gran parte dei suoi anni in una zona oscura e pericolosa. Per fortuna Holly George-Warren è abbastanza temprata da evitare inutili reticenze e da considerare i contrasti, le ombre e nello stesso tempo identificando con estrema precisione l’uomo, le tragedie, le ossessioni. Alex Chilton diceva che attraverso il rock’n’roll voleva raggiungere una sorta di “incosciente trascendenza”. Facile intuire che la sua carriera sia sempre stata un punto interrogativo o, parafrasando quello che diceva Ben Vaughn a proposito Like Flies On Sherbert fosse composta, da “un sacco di domande ma nessuna risposta”. Ironia della sorte, l’unico vero successo internazionale sarà la versione di September Gurls delle Bangles, un gruppo femminile agli antipodi della sua percezione. La storia di Alex Chilton è fatta così, fino alla fine: un appuntamento mancato, un disastro annunciato. Da perfetto loser, proprio quando l’ennesima e trionfale riscoperta dei Big Star gli stava offrendo un qualche concreto riconoscimento, ha tolto il disturbo. Ma qui dentro c’è solo il vero rock’n’roll, e il prezzo che Alex Chilton ha pagato per inseguirlo.

 

The Box Tops, The Letter (1967)

Il primo grande e inaspettato successo di Alex, ancora poco più che adolescente, alla guida dei Box Tops, sensazione del white soul di Memphis
Big Star, Thirteen (1972)

L'innocenza acustica di una delle più belle ballate del repertorio di Chilton con i BIg Star, la band formata con Chris Bell, Jody Stephens e Andy Hummel

 

Alex Chilton, una vita in una playlist
(a cura di Fabio Cerbone)

Condensare una carriera - splendidamente confusa e vitale come quella di Chilton - in venti canzoni non è neppure immaginabile. Qui sono raccolte soltanto alcune tracce (con preferenze del tutto personali) a testimonianza di un percorso tortuoso, che ho immaginato di scompaginare cronologicamente, proprio per evidenziare la follia a volte geniale, a volte irritante di Alex Chilton. Invece di seguirne le gesta in ordine di apparizione, infatti, è provocatorio provare a mischiare la bellezza cristallina delle melodie dei Big Star con il blues "cubista" e il r&b dalla sfacciata attitudine garage che ha spesso sabotato il repertorio solista di Chilton (Like Flies on Sherbert, Bach's Bottom, High Priest, A Man Called Destruction, Feudalist Tarts alcuni degli album presi in considerazione). Così forse se ne comprende meglio l'intenzione e l'anima, sempre votata allo spirito iconoclasta del rock'n'roll e capace di influenzare generazioni distanti di musicisti. Solo brani originali firmati da Chilton, anche a più mani, e non quella grande cascata di cover che l'autore di Memphis ha spesso affrontato nei suoi dischi e per le quali mi rimetto alla vostra curiosità... se vorrete approfondire il suo repertorio (per fortuna tutto disponibile in streaming)

 

Big Star, "Keep an Eye on the Sky"

Nel booklet, bellissimo e corposo, che correda Keep An Eye On The Sky, e che assieme al suo strepitoso contenuto musicale lo rende il documento definitivo circa le mai troppo celebrate gesta dei Big Star da Memphis, ci sono un'accurata timeline discografica a cura di Alec Palao, un saggio di Robert Gordon (denso e appassionante quanto un romanzo) e un articolone dove Bob Mehr raccoglie le testimonianze di alcuni fans, concittadini e seguaci illustri del gruppo. Tra questi Peter Holsapple, l'ex-compositore e chitarrista dei dB's, una di quelle band che al lascito dei Big Star debbono tutto, o quasi. "Mettevo alla prova le mie potenziali ragazze tramite l'ascolto di Radio City", dice Holsapple. Aggiunge poi di essersi sentito dire che i Big Star "assomigliavano agli America con troppe frequenze alte" (sic!), e di aver quindi messo alla porta in tutta fretta la responsabile di tale affermazione. Ha fatto bene. Perché i culti, piccoli o grandi che siano, vanno pure accuditi, coccolati, rispettati. Giovano al senso di appartenenza e aiutano a sconfiggere la solitudine... LEGGI LE RECENSIONE COMPLETA DAI NOSTRI ARCHIVI


Big Star, When My Baby's Beside Me (1994)

Alex Chilton riforma i Big Star negli anni Novanta per una serie di tour insieme a Jon Auer e Ken Stringfellow dei Posies, tra le band più devote al sound dei Big Star
Tav Falco's Panther Burns (1979)

Un'esibizione a dir poco "surrealista" dei Panther Burns di Tav Falco, ambasciatori dello psychobilly, con Alex Chilton alla chitarra

 


Alex Chilton , "Free Again"


"I Big Star mi emozionarono come nessun'altra band prima di loro. Alex Chilton e Chris Bell scrivevano canzoni rock & roll in modo così sincero e vulnerabile. Mi sembrava incredibile che nel 1973 si scrivessero canzoni in questo modo": e se lo dice il frontman dei Counting Crows Adam Duritz (dalle liner-notes di Underwater Sunshine), folgorato dagli album dei Big Star finalmente reperiti durante un viaggio in Inghilterra nei primi anni '80, chi sono io per affermare il contrario? In molti, magari fuorviati da una fase terminale di carriera all'insegna del blues garagista, del grezzo ruvidume country e del rockabilly di Memphis (più o meno stravolto, ma pur sempre di stretta osservanza tradizionalista), potrebbero ancora serbare un'immagine di Alex Chilton legata alla dicotomia "lei mi ha lasciato, canto il blues; lei me l'ha data, canto il pop" (copia omaggio del disco qui recensito a chiunque sappia individuare l'origine della citazione). Dicotomia peraltro degna di tutto il mio rispetto e della vostra attenzione... LEGGI LA RECENSIONE COMPLETA DAI NOSTRI ARCHIVI


Alex Chilton & Teenage Fanclub (1996)

Chilton suona un paio di classici, tra cui una cover del soulman Eddie Floyd, insieme agli scozzesi Teenage Fanclub, fra i migliori discepoli dei Big Star
Alex Chilton, Lies (1995)

Chilton presenta il brano Lies dal suo nuovo disco, A Man Called Destruction, ospite al Conan O'Brien Show