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BooksHighway   il rock'n'roll tra le parole
A cura di Marco Denti

 

Massimo Pirotta Le radici del glicine
[Agenzia X pp. 290]

Michele Anelli La scelta di Bianca
[Segni e parole, libro+cd pp. 100]



Due libri diversi, per certi versi anche distanti e opposti: La scelta di Bianca parte da una ricostruzione collettiva per arrivare a un'espressione individuale, con l'autore in primo piano. E' in gran parte un lavoro di narrazione letteraria, di fiction, con una predominante ambientale bucolica, visto che sono determinanti i paesaggi del lago Maggiore (riva piemontese) e delle sue valli. Le radici del glicine è una storia orale, che comincia dalle esperienze individuali per farne una testimonianza collettiva e l'autore scompare nel coro delle voci. E' la storia di una casa occupata a Milano, quindi in uno scenario urbano, metropolitano, se Milano fosse una metropoli. Eppure i due libri sono legati da un chiarissimo filo (rosso) comune, a partire proprio dagli autori. Per quanto persino di due generazioni diverse, Michele Anelli e Massimo Pirotta battono da anni, con convinzione, coerenza e passione, vie culturali indipendenti. Il primo attraverso una lunga carriera di musicista, compresa la più recente svolta cantautorale, a cui La scelta di Bianca deve non poco. Il secondo, già animatore del benemerito Bloom e con un passato prossimo di libraio, con una continua messe di proposte, di stimoli e di vivaci curiosità che l'hanno condotto a ricostruire, pezzo per pezzo, Le radici del glicine. Se questo è ciò che condividono gli autori, non di meno i due libri fanno vivere le stesse tematiche: testimonianze di resistenze e di Resistenza con una prevalenza di nitide voci femminili, una vocazione concreta a rispecchiare i valori della memoria, della ribellione, della spontaneità e della creatività, un'espressione libera da formalismi estetici e politici. E la musica, ovviamente, anche se il legame è ancora più sottile e ricercato perché La scelta di Bianca con gli omaggi ripetuti (e sacrosanti) a Joe Strummer e ai Clash, parte proprio dove finiscono Le radici del glicine, che furono fertili anche per il cuore punk della città.

Attraverso le figure femminili che popolano La scelta di Bianca, Michele Anelli ripropone e interpreta corsi e ricorsi che ha già seguito nelle sue canzoni, trovandogli spazi più ampi e dettagliati nella forma della short story. Il metodo di rielaborazione che connette i due differenti segmenti espressivi è ben spiegato nella ricostruzione che viene proposta quando si rende necessario descrivere il contenuto del disco allegato, e che, in buona sostanza, è un campione essenziale della carriera musicale di Michele Anelli. In un verso o nell'altro, ci sono storie d'amore e di conflitti, della Resistenza (Il diario di Agnese) e di un mondo del lavoro sempre più alienante ed estraneo (Adele e le rose), di sollevazioni collettive e di grandi solitudini, tutto immerso e condito dalla musica che Michele Anelli ama: Joe Strummer, che "ha tracciato la strada", The Men They Could't Hang, Billy Bragg, gli Hoodoo Gurus, gli Stones, o "i primissimi U2", perché quelli attuali non sono più presentabili. Tutto rigorosamente in vinile, che è una delle passioni di Bianca, la protagonista del racconto da cui prende il titolo l'intera raccolta, che dice: "Il vinile non è una cosa per vecchi, è materialismo allo stato puro, è sentirsi parte di un'aggregazione metodista vicina al fanatismo è non rompete che voglio del tempo a disposizione per fare almeno sei o sette operazioni prima di ascoltare il brano iniziale, e le voglio fare mentre intorno tutto ha fretta. Ecco cos'è ascoltare il vinile, un gesto rivoluzionario che ai più risulta anacronistico ma che è decrescita allo stato puro".

Questo flusso di segnali, a cui vanno aggiunti i richiami insistenti ad altre passioni, su tutte quella per il fumetto (Ken Parker in particolare), nascondono, nel senso condiviso che si percepisce in La scelta di Bianca, non pochi risvolti autobiografici di Michele Anelli. Nelle pieghe di Vorrei vederti libera, complice una trama dedicata alle dinamiche (mai semplici) di una rock'n'roll band, nello specifico un trio tutto femminile, la voce della protagonista sembra sovrapporsi a quella dell'autore quando dice: "Ciò che scrivo e canto non sono risposte o consigli, sono sollecitazioni dell'anima, sono ruggiti dell'inconscio, idee raccolte per strada, scivolate fuori dalle tasche di chi insegue un sogno, un desiderio, una storia da raccontare". La scelta di Bianca riassume quindi i mondi di Giulia o Alice, protagoniste nei rispettivi racconti, ma rende esplicito anche l'immaginario e il background di Michele Anelli che si rivela altresì nelle dediche e nella coabitazione della sua narrativa con Antonella Braga, che firma una lunga e laboriosa introduzione (Un libro che suona come un disco), in cui chiarisce che "le donne di questi racconti osano ancora sognare in grande e, soprattutto, costruiscono relazioni. Non sono ingenue: sanno che non esistono risposte facili né scorciatoie, ma vedono lucidamente che il futuro non è scritto da nessuna parte e che dipende, in primis, dalla nostra capacità di immaginarlo". Il giusto contrappunto a questa definizione va cercato nella colta outtake di Marylin, scritta da Agostino Roncallo, un raro e curioso caso di special guest letterario, a riprova che la vocazione alla rock'n'roll band di Michele Anelli si è trasferita anche nel campo della narrativa. Sobria ed elegante la grafica di Cristina Menotti e prezzo politico che, come vorrebbe di sicuro la stessa Bianca, lascia qualcosa in tasca per comprare una bottiglia giusta e "bere anche un po' di gustoso vino rosso" che aiuta sempre a comprendere il senso dell'esistenza. Se non è proprio un gesto rivoluzionario, di sicuro serve alla compagnia, una parola che nella sua etimologia contiene molto (se non tutto) lo spirito che anima La scelta di Bianca, e non solo.

Il vino rosso innaffia anche Le radici del glicine e non poteva andare in modo diverso, visto che alla base dell'occupazione di via Correggio 18 c'era l'elemento conviviale, la risposta immediata alle necessità primarie (a partire, si capisce, da un posto più o meno caldo dove dormire) come atto politico. Massimo Pirotta, in complicità con Marco Philopat, lo dice senza esitazioni nell'introduzione: "Chi legge oggi la storia di via Correggio deve quindi sognare di approdare in una cena collettiva a bordo di una tavola da surf immaginaria". L'onda da cavalcare è quella della memoria, una lunga teoria di testimonianze che rivelano, senza filtri, senza particolari correzioni, la vita quotidiana nel contesto di una casa occupata a Milano, tra il 1975 e il 1984. Massimo Pirotta si è dedicato a raccoglierle con un certo ordine, dandogli uniformità, ma senza togliere un grammo della spontaneità e dell'emotività. Qui l'umiltà dell'autore, che sparisce letteralmente tra le pagine, una volta che cominciano i racconti, è un elemento fondamentale. Si è limitato a gestire (molto bene) il traffico e a lasciare emergere, dalle loro stesse parole, le personalità che hanno abitato e animato l'occupazione di via Correggio 18, dove affondavano e prosperavano Le radici del glicine. Essendo le porte sempre aperte e il bicchiere pronto sul tavolo, le esperienze e le voci sono tra le più disparate perché lo spirito comunitario e alternativo abbracciava uno spettro ampio, popolare e popolano, di identità: dagli anarchici ai clochard, dai convinti marxisti ai cattolici dissidenti, gente che, come ricorda Stefano "celebrava la messa fuori dalla chiesa", disoccupati, studenti e operai, artisti e intere famiglie fino all'avvento dei punk.

E' uno snodo culturale singolare, se non proprio unico, che vede sommarsi esperienze della Resistenza (Il partigiano Bruno Casini), frammenti dentro e fuori ai movimenti di quegli anni, proposte innovative e non mercificate, manifestazioni e mobilitazioni, solidarietà e tolleranza che traspaiono in modo molto nitido mentre si seguono i fili dei ricordi che compongono Le radici del glicine. A partire dalla costante e puntuale presenza femminile, una sorta di matriarcato che ha retto per tutta la durata dell'occupazione. Così mentre la città ripeteva "la sua vita uguale spostandosi in su e in giù sulla scacchiera vuota", come scriveva Italo Calvino nel 1972, via Correggio 18 era vissuta come "un centro culturale che fornisce uno spazio a coloro che ne avevano bisogno", come "un luogo in cui i principi rivoluzionari sono stati messi in pratica", come "un luogo dove gli stranieri sono diventati compagni e amici", come "un piatto di pasta sul tavolo in cucina", come "una bottiglia di vino dalla campagna", ed eccoci qui. Tra le tante possibili, le sintesi di Jez, attore e regista, nella loro schematicità sono una mappa molto utile per comprendere Le radici del glicine, poi come dice Mimì "le parole confondono e allontanano dall'ascolto ai suoni che, se diventassero musica, non ci sarebbe bisogno della ragione per capirle". Di sicuro, la città non le ha mai capite e quindi venne il tempo degli sgomberi, ma in via Correggio erano cominciati ad arrivare i punk, prima guardati con sospetto, poi con curiosità e infine accettati al punto che proprio lì, tra Le radici del glicine, prese forma il Virus ma come giustamente scrive Stefano, "iniziava un'altra storia". Per aver uno quadro completo del contesto politico e sociale è più che utile anche la lettura, in appendice, di Correggio's graffiti, una lucida analisi dell'epoca (1984) di Cosimo Scarinzi e Fabio Traù, che rende conto degli ideali dell'occupazione in sé rispetto all'evoluzione economica e alle trasformazioni urbane che hanno stravolto Milano.

Oggi, mentre i nuovi grattacieli insensati confondono le idee, verrebbe da dire, come è stato fatto in occasione di altre occupazioni e di altri sgomberi: ascolta il tuo cuore città. E' quello che batte dentro Le radici del glicine. Il senso del titolo invece va scoperto in proprio, perché ha una sua specifica importanza, evidente fin dalla coloratissima copertina di Matteo Guarnaccia, che nel suo fiorire psichedelico spalanca le porte a quella che non è soltanto la "storia di una casa occupata". Per una volta, almeno, è proprio come scrive Nicola Del Corno nella prefazione, è "una storia scritta dai vinti e non dai vincitori".