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BooksHighway   il rock'n'roll tra le parole

- A cura di Marco Denti -

 

Rock and Roll Will Stand
Il sound preferito da Stephen King

di Marco Denti

foto: © Kevin Mazur

Sembrerà strano ma la storia d’amore tra Stephen King e il rock’n’roll può cominciare benissimo, piuttosto che con sonorità atroci e truculente, con il sassofono di Big Man, inevitabile richiamo nell’eco di Jungleland che introduce L’ombra dello scorpione con l’intera citazione dell’ultima, epica strofa: “Fuori la strada è in fiamme, in un vero e proprio valzer di morte, tra ciò che è carne e sangue e ciò che è fantasia, e quaggiù i poeti non scrivono nulla, si tengono in disparte e lasciano perdere, e nel cuore della notte, afferrano l’attimo e cercano di prendere una posizione onesta”. Un’ouverture inequivocabile che accomuna due grandi prigionieri del rock’n’roll, un legame intenso che per Stephen King dura da tutta una vita e affiora in continuazione, come chitarrista dei Rock Bottom Remainders o nella colonna sonora degli AC/DC in Brivido, per poi evolversi fino al musical con con John Mellencamp e T Bone Burnett in Ghost Brothers of Darkland County e ancora di più a un’intera rock’n’roll station, la WKIT, che spara a ripetizione Tom Petty, Drive-By Truckers, Joe Strummer e Talking Heads. Roba di qualità.

Ma più di tutto, da sempre il rock’n’roll permea le sue storie, come una componente irrinunciabile e determinante, a partire proprio da L’ombra dello scorpione, dove uno dei principali protagonisti, Larry Underwood, incide con e per Neil Diamond e conosce Robbie Robertson (peccato che lui non l’abbia ricordato in Testimony, il suo dettagliatissimo memoir). Le citazioni sono un’infinità e costituiscono una mappa del songwriting più visionario i cui estremi sono definiti da Shelter From The Storm di Dylan, a Don’t Fear The Reaper dei Blue Öyster Cult, come se il rock’n’roll fosse l’unica colonna sonora possibile per l’apocalisse. Con una piccola differenza rispetto alla fiction che Stephen King si premura di precisare così: “Il peggio è accaduto. Almeno nei libri, quando succede è finita, qualcosa almeno cambia; nella realtà, invece, sembra che tutto continui”. Quanto mai attuale.

Il sound si riproduce da romanzo a romanzo, come se Stephen King, avesse un canale privilegiato che gli permette di rispolverare la “Rock And Roll Extravaganza della WKBW” in Cuori in Atlantide, dove musica vuol dire soprattutto lo stereo in macchina (“Jackie Wilson cantò Lonely Teardrops e io andai piano. Roy Orbison cantò Only The Lonely e io andai piano. Wanda Jackson cantò Let’s Have a Party e io andai piano”) e ancora l’onnipresente radio in Duma Key che manda la J. Geils Band, e J. J. Cale e gli Allman Brothers e Paul Simon (pure gli Styx, a dir la verità). Arriveranno anche gli Yardbirds, i Creedence e Van Morrison in Revival che è un’apologia dei dilettanti che provano e riprovano allo sfinimento Wild Thing e Louie, Louie (tre accordi in croce). Non è difficile identificarsi con Jamie Morton: ha cominciato a suonare con una lunga teoria di gruppi liceali per approdare a una formazione più o meno definitiva, i Chrome Roses, da cui intraprenderà una sorta di carriera perché a “un chitarrista ritmico non manca mai il lavoro, anche se è talmente fatto da reggersi a malapena in piedi. In sostanza, esistono due regole fondamentali: devi presentarti in tempo ed essere in grado di suonare un Mi”. Funziona proprio così.

In effetti, non serve molto altro e l’essenzialità del rock’n’roll, dai Rascals fino ai Ramones, è un elemento che Stephen King conosce a fondo perché appartiene a quella generazione di “ragazzini che avevano appena scoperto Chuck Berry e Little Richard sull’unica stazione newyorkese di rhythm and blues che prendevano di notte”. Comincia da lì il fascino che accomuna il mistero e il rock’n’roll. Una radio. La notte. La strada. Sono innumerevoli le storie di Stephen King che cominciano così (e finiscono inevitabilmente male, con sangue da tutte le parti) ma va ricordato almeno E hanno una band dell’altro mondo, un racconto incastrato in Incubi & deliri. Basato sulla deviazione di percorso di una coppia in viaggio in una sperduta smalltown chiamata Rock and Roll Heaven, scopre, come si può immaginare, una lunga teoria di fantasmi tra cui Janis Joplin, Jim Morrison e (non poteva mancare) Elvis nel ruolo del sindaco, che appare a bordo di una macchina della polizia. Perfetto.

Ci sono apparizioni estemporanee, come in Sabbiature un racconto compreso in Scheletri e deviato verso la fantascienza, dove i protagonisti, a rischio di essere inghiottiti dal deserto si ritrovano a discutere sulle qualità dei Beach Boys, che sanno essere terrificanti con una leggerezza estrema. O la British Invasion in blocco in The Outsider, ma per un elenco dettagliato ci vorrebbe un libro intero, e forse non basterebbe. Per Stephen King il rock’n’roll, come è giusto che sia, non è fine a se stesso, ma parte di un conglomerato culturale molto più ampio che comprende il cinema, i fumetti e tutto un intero immaginario. Esplorare le pagine di Danse Macabre porta ad aprire una vaso di Pandora da cui, attorno alla narrativa dell’orrore o più in generale del fantastico, proliferano creature di ogni genere e specie. L’orrore, come il rock’n’roll è disturbante, elettrico, in definitiva anticonformista e antisociale, ma il vero potere che condividono è quello di creare un mondo che va di pari passo perché come dice Stephen King. “l’immaginazione è un modo di soffiar via le nostre scorie mentali, fatte di paure e difetti”. Tra l’altro Danse Macabre è introdotto da una citazione di C’mon Everybody di Eddie Cochran, così giusto per iniziare a spiegare che “su un altro livello, ben più potente, l’orrore diventa una danza, una ricerca continua, ritmica”.

A sua volta, la musica è spesso un flusso che permette di viaggiare del tempo, non essendoci migliori indicatori delle canzoni per distinguere un anno dall’altro, o interi decenni. È quello che capita a Jack Epping, il protagonista di 22/11/’63, un romanzo che racconta la vita americana come pochi altri: “Mi sintonizzai sulla stazione di musica anni Cinquanta e beccai Danny & the Juniors che ci davano dentro con Rock And Roll Is Here To Stay: tre o quattro voci cantavano veloci in accordo su un piano martellante. A seguire Little Richard che strillava Lucille a pieni polmoni, poi Ernie K-Doe che intonava lamentoso Mother-In-Law, con ‘la suocera che crede che i suoi consigli siano una benedizione, ma se levasse le tende, quella sarebbe la soluzione’. La musica suona fresca e dolce, come le arance che la signora Symonds e le sue amiche avevano scelto quel pomeriggio. Suonava nuova”. Succede ogni volta che Stephen King ripesca una canzone e la infila in un punto cardine di un racconto o un romanzo.

Una per tutte: la citazione di Born In The USA in epigrafe a It, è altamente simbolica perché da sola raccoglie il rientro in partita dei reduci, i ragazzi ormai cresciuti che andranno a combattere di nuovo il mostro nell’underworld di Derry, riprendendo una guerra che ormai credevano finita. Born In The USA è l’inno del ritorno a casa, dove c’è ancora una guerra da combattere, e non c’è bisogno di inventarsela come ha fatto Rambo. Il percorso di It è più complesso, e la ridotta citazione di Born In The USA è ambivalente ma comunque è l’espressione di una stretta connessione con la cultura popolare, interpretata allo stesso livello da Springsteen e Stephen King. È il suggello ideale tra loro, e in parallelo e a distanza nel tempo, il diluvio rock’n’roll in L’ombra dello scorpione, viene riproposto in It con John Lee Hooker, Neil Young, Nick Lowe, Marvin Gaye, i Doors, Jerry Lee Lewis, Screamin’ Jay Hawkins, Buddy Holly, Frankie Lymon, e già solo per essersi ricordato di Frankie Lymon meriterebbe il premio Pulitzer, prima o poi.

Ma non è un caso, perché Stephen King è uno dei pochi, rarissimi scrittori capace di citare Grandpa Was a Carpenter di John Prine che sfoggia nel bel mezzo di On Writing che è, sì, un meraviglioso manuale per capire come funziona la scrittura, ma d’altra parte è, giustamente, un equivalente guida alla lettura (e non capita spesso): “L’aspetto veramente importante della lettura è che favorisce una disinvolta intimità con il processo della scrittura; si mette piede nel paese dello scrittore con tutti i documenti più o meno in ordine. La lettura costante vi trascinerà in un luogo (una disposizione mentale, se vi va questa definizione) dove potrete scrivere di gusto e senza imbarazzi. Vi offre anche una conoscenza sempre crescente di quanto è stato fatto e quanto no, di che cosa è trito e che cosa fresco, di che cosa vive sulla pagina e che cosa ci muore (o è già defunto). Più leggete, meno correrete il rischio di rendervi ridicoli con la penna e il computer”. In On Writing Stephen King racconta anche di quando Clarence Clemons divenne l’eroe del figlio Owen che volle sperimentare il sassofono. Non durò molto, perché con lo strumento non riuscì mai a sviluppare un rapporto felice e allora, come dice Stephen King, “se non c’è gioia, non va bene”, condizione che vale per qualsiasi approccio all’arte (e non solo, probabilmente).

Big Man salta fuori, di nuovo e senza preavviso, anche nel finale di Joyland, una favola rock’n’roll condita da Beatles e Stones, Jimi Hendrix e John Lennon, che ci conclude con un accenno polemico (Stephen King non si è mai tirato indietro) per voce del protagonista, Darin Jones: “Non posso lamentarmi della vita che mi è toccata in sorte da allora, ma spesso mi accorgo di odiare il mondo. Dick Cheney, il prode sostenitore delle torture inflitte ai prigionieri di guerra e strenuo difensore del sacro assioma secondo cui a contare sono solo i risultati, ha ricevuto in regalo un cuore nuovo di zecca proprio mentre sto scrivendo le righe che avete davanti. E dunque? E dunque lui continua a campare, mentre altri sono morti. Gente piena di talento tipo Clarence Clemons”. Eh, sì, a volte l’orrore porta la giacca e la cravatta e per uno di quegli incidenti del destino che soltanto Stephen King riesce a immaginare, è stato anche vicepresidente degli Stati Uniti d’America.




 

:: Recensioni - dagli archivi di BooksHighway, il blog

L’ombra dello scorpione
bookshighway.blogspot.com/2011/05/stephen-king.html

Revival
bookshighway.blogspot.com/2015/08/stephen-king.html

Scheletri
bookshighway.blogspot.com/2020/03/stephen-king.html

The Outsider
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Danse Macabre
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22/11’/63
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It
bookshighway.blogspot.com/2011/07/stephen-king.html

On Writing
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