:: Parole e rock'n'roll
 
Il blog di BooksHighway

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BooksHighway   il rock'n'roll tra le parole
 a cura di Marco Denti

   
Chris Offutt
Country Dark
[Minimum Fax, pp. 235]



Di ritorno dalla Corea, Tucker si sta avvicinando con cautela alla via di casa: con undici medaglie “in fondo allo zaino”, controlla ogni passo, anche se il rude territorio del Kentucky gli è più che familiare. La diffidenza è istintiva e, pur di restare a distanza di sicurezza, si cucina un crotalo (con questo rinnovando la tradizione delle forze speciali di mangiarsi i serpenti) nel guscio di una tartaruga, dorme all’aperto, pronto a scattare e a difendersi. Il preambolo di Country Dark è eloquente e detta il tono che resterà inalterato nel corso di tutto il romanzo. Tucker è un combattente e nel suo addestramento hanno trovato posto “nozioni mediche di base, tecniche di sabotaggio, impiego degli esplosivi, combattimento corpo a corpo, tecniche di evasione e orientamento”, senza contare che, lì, “dove era cresciuto le armi erano comuni come i badili, ma per la sua carabina M1 aveva nutrito un affetto sincero”. La linea del fronte nel Kentucky è differente dalla Corea, ma le insidie non sono molto diverse: Tucker vorrebbe stare ben lontano dagli altri e quindi dai guai, ma quando sventa uno stupro, deve uscire allo scoperto. Nell’occasione conoscerà Rhonda, sua futura moglie e madre dei suoi figli, e l’esistenza di una fitta rete di contrabbandieri di whiskey, condotta da un bifolco senza scrupoli, Beanpole. Tucker comincia a lavorare con lui: è bravo a non farsi beccare dagli sceriffi e a non farsi fregare dagli altri. È abbastanza scaltro da diffidare di tutti, in primis del suo padrone, perché “l’intuito lo aveva tenuto in vita in Corea, e lui aveva imparato a obbedirgli, a lasciare che fosse una sorta di nascosta consapevolezza del mondo a guidare le sue azioni”. Deve restare vigile e accontentarsi: per quanto povera, traballante e fragile, la famiglia è tutto quello che gli rimane. Tengono duro con dignità, e non è da tutti in quei boschi, finché Beanpole non lo costringe a un accordo che comprende, nel prezzo, un breve periodo di reclusione nel penitenziario dello stato del Kentucky. In carcere ci resterà cinque anni e la vita diventerà una scommessa e un’incognita quotidiana, come era in trincea. Il background del veterano viene adattato sui nuovi campi di battaglia: Tucker è preparato a eliminare ogni ostacolo, a individuare il nemico e neutralizzarlo. Sono le stesse proprietà che l’hanno salvato in Corea dove “Due terzi degli uomini che conosceva erano morti. Tucker attribuiva la propria sopravvivenza a una combinazione di fortuna e astuzia. Era più svelto a sparare. Nel corpo a corpo era sempre il primo a colpire”. La forza di volontà basta e avanza a distinguere il personaggio: Chris Offutt usa volutamente un linguaggio scarno, parziale, grezzo, calandosi nell’ambiente e nelle voci dei protagonisti. Le frasi sono troncate e calzano alla perfezione al ritmo martellante di Country Dark. Una volta uscito dal carcere, Tucker ha superato tutte le forche caudine immaginabili ed è un uomo a cui non si può più chiedere niente. Non di meno, gli affari sulle pendici degli Appalachi, come ricordavano anche Matt Bondurant e Brian Panowich, sono soltanto un’estensione di una furia selvaggia che avvolgerà lo stesso Tucker, al momento di presentare il conto a Beanpole. Lo scontro per riprendersi la famiglia e la casa sarà infido, brutale, senza esclusione di colpi, e l’unico vantaggio di Tucker resterà proprio il suo passato in una guerra americana ben presto dimenticata. Country Dark è un romanzo teso, avvolgente e ipnotico, ben più lungimirante di quanto la sua scorticata natura lasci immaginare.

Leon Ray Livingston
Coast to coast con Jack London
[1000eunanotte, pp. 281]



La vita sulla strada è una vocazione ed è dura, pericolosa e spietata. Viaggiare senza soldi, senza biglietto e il più delle volte senza destinazione non ammette una seconda chance: i treni non si fermano mai, la solitudine è continua, la follia è in agguato e la caccia non finisce mai, perché i poliziotti, i guardiani, il potere espresso dalle divise lungo le ferrovie ingaggia una lotta senza esclusioni di colpi con i vagabondi. Leon Ray Livingston alias Numero Uno conosciuto anche come A-N°1 racconta il suo pellegrinaggio da una costa all’altra degli Stati Uniti all’inizio del ventesimo secolo, un periodo di grave crisi economica, tanto per cambiare. La compagnia di Jack London non è del tutto acclarata, anche se la conoscenza e l’amicizia tra i due è ben testimoniata, ma nell’insieme poco importa: Ray Livingston un po’ inventa, un po’ millanta, un po’ riporta con fedeltà il tracciato di un viaggio in un universo parallelo dove vigono codici, slang, graffiti e forme di espressione che fanno degli hobo una bizzarra comunità in perenne movimento, mimetizzata tra le pieghe delle periferie urbane, nascosta nelle ombre, aggrappata all’elemosina, ai miti e alle leggende per sopravvivere. Il rosario di avventure si snoda con il tono grezzo e confidenziale di una ballata agrodolce: a volte comico, a volte drammatico è soprattutto una carrellata di un’umanità in fuga, allo sbando, disperata eppure assorbita e devota alla propria cultura che non prevede né tetto né legge, visto che “per un vagabondo è un’inezia adattare il proprio percorso alle circostanze”. Tutto ruota attorno alle storie, che servono per mangiare, per ricordare di chi ci si può fidare, per segnalare il pericolo di un detective o di un cane feroce (nessuna distinzione tra i due), per avvisare di ostilità e per mettere in guardia da luoghi da cui è preferibile “andarsene al più presto” e, più di tutto, per evidenziare “che c’erano individui le cui pratiche spregiudicate raggiungevano lievlli di perversione di cui un hobo non sarebbe mai stato capace. No, nemmeno il più cinico dei vagabondi”. La discriminante nella cultura dell’hobo e nell’eterna guerra tra i i John Bum e i John Law (ovvero gli sceriffi) è proprio lì. La strada resta il mito fondante con il rifiuto delle regole, delle consuetudini (prima, tra tutte, quella del lavoro manuale) eppure nello stesso tempo, con uno scontro continuo come se gli hobo e i loro nemici vivessero una simbiosi obbligatoria. La precarietà, la fame, la solitudine, le malattie, la violenza (“La società sbava e si intenerisce per ogni vagabondo che ha ricevuto un colpo ben meritato”) e l’indifferenza non bastano. L’espiazione che attende gli hobo non è soltanto una pena definitiva, è proprio un’abiura: “C’è un modo per combattere i fuorilegge, e nella maniera più efficace: aprire dappertutto cantieri stradali, fattorie e campi di lavoro per accogliervi e intrattenere a lungo coloro che disprezzano con virulenza il lavoro onesto. Mentre si guadagnano da vivere, i criminali dovrebbero provvedere anche al mantenimento di tutti gli altri indigenti, eliminando così due voci di spesa dai conti pubblici”. Jack London o meno, giunti in fondo al taccuino di Leon Ray Livingston si intuisce che per quanto sostanzialmente innocui (rispetto a ben altri delinquenti) gli hobo mettono in discussione il sistema costituito, le certezze dei self-made man, l’idea del successo, lasciando emergere, quella plateale contraddizione per cui l’America è la terra dei liberi, ma solo per chi se lo può permettere.

   

Tom Drury
Pacifico
[NNE, pp. 243]



Nel trasloco di Micah, il figlio di Joan e Tiny Darling in viaggio da Boris a Los Angeles, dove andrà a stare con la madre, ci sono già tutti gli elementi che distinguono Pacifico dagli altri due capisaldi della trilogia della Grouse County. Mentre emerge la generazione successiva a quella di Dan Norman e Tiny Darling (oltre a Micah e alla sua “california girl”, Charlotte, si fanno notare anche Albert Robeshaw e Lyris), comincia a svanire quella precedente, e diventa “ difficile immaginarsi il mondo senza di loro. Dopo un brutto temporale, il cielo a volte sembrava di un azzurro più pallido, troppo debole per sostenere il sole. Forse sarebbe stato qualcosa del genere”. È un passaggio delicato e spinge a concentrarsi sul singolo momento, identificato come “né passato né futuro, sono inspirare ed espirare”. È la dimensione univoca del tempo nella Grouse County e la curva verso la West Coast implica altri snodi, altre dimensioni per i suoi abitanti perché come diceva Robert B. Heilman, “per convalidare il qui noi abbiamo sempre bisogno di un altrove, di posti che fortunatamente non sono come i nostri. L’altrove è principalmente un supporto inerte, un testimone muto della qualità del qui”. La distinzione è essenziale. Los Angeles è il riflesso, opposto e contrario, della Grouse County: per le dimensioni, perché le singole località di cui è composta invece di distinguersi, si confondono, perché invece di concentrarsi in un quadrilatero nella prateria si espande informe e senza confini nel deserto. È una svolta importante, i rapporti sono più rarefatti, forse più effimeri, come se il clima (bello, ma sempre lo stesso) incidesse sugli umori, levigando e mitigando certe asperità che invece nella contea di Grouse County rimangono costanti. Non che a Los Angeles funzioni tutto a meraviglia (anzi), ma resta comunque l’altrove privilegiato in cui finzione e fiction tendono a sovrapporsi, e rende tutto molto più fluido. Come un gioco di rifrazioni, anche nella Grouse County precipitano elementi alieni e disturbanti, che poi sono le note caratteristiche di Pacifico rispetto all’intera trilogia. Jack Snow è un “gambler” che, a confronto, le sempreverdi abilità fuorilegge di Tiny Darling (di cui darà dimostrazione anche nel corso di Pacifico) sono piccolo artigianato. Sandra Zulma è invece il personaggio che introduce gli elementi esoterici, ma nemmeno tanto vista la storica predilezione degli immigrati scandinavi per il Midwest. Ossessionata dalla cultura celtica con tutti i suoi riferimenti ai clan e alla mitologia, si rivelerà una mina vagante, tanto è vero che lei e Jack Snow si elideranno a vicenda dalle storie di Pacifico. Nel fronteggiarli, Dan Norman, diventato un investigatore privato e Albert Robeshaw, che è diventato un cronista locale, tengono conto che “quelli che non daresti mai per vincitori possono rivelarsi gli avversari più pericolosi. Conviene sempre domandarsi cosa ci fanno lì, e quale segreto potrebbero avere”, e nel frattempo ripristinano antiche usanze e alleanze. Nel complesso della trilogia della Grouse County i personaggi di Tom Drury sono sempre sul punto di partire, liberi di andare e ricominciare, eppure sono imprigionati nelle proprie vite, Tiny Darling più di tutti, e ancora in Pacifico provano a uscirne senza uscirne e in fondo, si ritrovano ad accettare la condizione per cui non c’è “niente di male in un acquazzone, una volta accettata l’idea di starci sotto”. Rende l’idea. Le inarticolate traiettorie si infilano una sopra l’altra e i protagonisti rimangono collegati da un reticolo di vie: a tratti sono autostrade larghe e spaziose, spesso sono carreggiate di provincia, ma il più delle volte sono “gravel road”, strade di campagna che delimitano i percorsi, e su cui ci sono cose che succedono, e che potrebbero succedere se ci fosse un seguito. Norman tornerà a candidarsi a sceriffo, è evidente, magari Joan avrà il suo film e Tiny Darling aspetterà che qualcuno torni sul patio della casa di Boris nella “più sopportabile delle solitudini”, ma dalla Grouse County a Los Angeles, alla fine, resta la sensazione di avvicinarsi a qualcosa che sfugge. Una deviazione, uno scherzo, una piccola mutazione preludio a una trasformazione ancora più insondabile. Prima il morso, poi il bacio.

Tim O'Brien
Le cose che portiamo

[DeA Planeta, pp. 267]



Gli uomini del tenente Jimmy Cross affogano nella merda, saltano sulle mine, vengono colpiti dai cecchini e dai mortai, bruciano nella polvere e marciscono nella pioggia, e nella noia. Vivono di superstizioni, di paura e di tutto quello che si portano dietro. L’elenco materiali, delle armi, dei protocolli, delle tempistiche, dei codici, dei gesti e delle scelte previsti dalle “procedure operativa standard” è comprensivo di tutte le “cose” che i soldati devono portarsi dietro, in ogni condizione e sotto il fuoco nemico, e quando provano ad abbandonarle lungo i sentieri del Vietnam perché superflue, pesanti e inutili, le vedono ripristinate dagli elicotteri. Una plateale assurdità che si somma a qualcosa che “non era battaglia, era soltanto una marcia infinita, di villaggio in villaggio, senza scopo, senza che si conquistasse o si perdesse niente”. Una prova di forza insensata che spacca l’Americain modo irreversibile. Tim O’Brien rappresenta bene la frattura, che nasce ancora prima del conteggio quotidiano delle vittime. Parte proprio dalla chiamata alle armi: nella sua mancata diserzione in Canada, “tutto si rimescola, i cliché si confondono con le emozioni e alla fine non riesci più a distinguere gli uni dalle altre”, e alla fine decide di arruolarsi per inerzia. Ben presto la guerra si rivela per intero una “questione di postura e trasporto, sgroppare era tutto, una specie di inerzia, una specie di vuoto, un ottundimento del desiderio e dell’intelletto e della coscienza e della speranza e della sensibilità umana”. Dentro quella bolla si sviluppa un proliferare continuo di storie che servono a “rendere presenti le cose”, a sopportare la “vita notturna” e a raccontare “le vite dei morti”. Come a suo tempo Dispacci di Michael Herr, anche Le cose che portiamo cerca di spiegare “la sensazione di un crepuscolo permanente” attraverso le pieghe del linguaggio, ed è lì che si rivela un romanzo scomodo, spiazzante e sempre attuale. Con i continui cambi di prospettiva, che diventano reiterazioni insistenti, lascia attoniti per le modalità di interpretazione e per la sincerità nel mostrare lo stupore davanti “a qualcosa di essenziale, qualcosa di inedito e profondo, un pezzo di mondo talmente scioccante da non avere ancora un nome”. A quel punto diventa evidente che “la particolarità di una storia è che mentre la racconti la sogni, nella speranza che allora anche gli altri possano sognarla insieme a te, e in questo modo il ricordo e l’immaginazione e il linguaggio si fondono per creare spiriti nella mente. C’è l’illusione dell’essere vivi”. Se le storie servono a sopravvivere più di un M16 carico e pronto a sparare, la distorsione della realtà generata dalla guerra resta la ferita più grave, e non guarisce nemmeno quando tornano a casa perché anche Tim O’Brien, proprio come cantava Bruce Springsteen nel finale di Born In The U.S.A., spiega che non c’è nessuno posto dove correre, nessun posto dove andare. Rimangono “le cose che gli uomini si portano dentro. Le cose che gli uomini fanno o sentono di dover fare”, e non sono molte. Tim O’Brien comincia allora un lungo cammino a ritroso perché “raccontando storie oggettivi la tua esperienza. La separi da te. Fissi determinate verità. Altre ne inventi”. Sono quelle Le cose che portiamo e che condurranno Tim O’Brien a rivedere se stesso, a ritrovare il Timmy dell’infanzia fino a tornare in Vietnam in un pellegrinaggio nei luoghi dei caduti, insieme alla figlia sapendo che “il problema del ricordare è che non dimentichi. Il materiale lo prendi dove lo trovi, ossia dalla tua vita, all’intersezione fra passato e presente. Il traffico dei ricordi confluisce in una rotatoria dentro la testa, e lì continua a girare in tondo per un po’, ma ben presto sopraggiunge la fantasia e il traffico si mescola e schizza via per mille strade diverse. Come scrittore, tutto quello che puoi fare è sceglierne una e buttarti, mettendo giù le cose man mano che ti vengono incontro. Ecco la vera ossessione. Tutte quelle storie”. Non rimane molto altro.