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Goin' to Colorado

Kent Haruf, La strada di casa
[NN Editore, 249 pp.]

a cura di Donata Ricci

Anteprima RootsHighway: in libreria da giugno 2020 per NN editore

Mi chiamo Pat Arbuckle e vivo a Holt, Colorado. Così ha deciso il mio Geppetto, Kent Haruf. Sto qui da vent’anni a cercare di far uscire ogni settimana l’Holt Mercury, giusto per offrire un po’ d’informazione e di svago ai tremila abitanti di questa cittadina dove tutti si conoscono. Non ci manca niente: la stazione, il serbatoio dell’acqua, la drogheria Johnson’s, proprio come nella mappa disegnata da Marco Denti (per l'edizione speciale della Trilogia di Holt, ndr) e naturalmente abbiamo anche un vicesceriffo di contea con il vizio di piantare i piedi sulla scrivania mentre si taglia le unghie. Insomma si vive tranquilli. Si capisce già dalla copertina di questo libro La strada di casa, con la casetta linda che il fotografo Peter Brown – uno avvezzo alle collaborazioni letterarie (se sfogliate West of Last Chance realizzato insieme a Kent capirete cosa intendo dire) ha scovato nelle Colorado Plains.

Tenete conto che la storia che vado a narrarvi ha inizio all’ora blu di una sera di novembre, quel breve momento sospeso tra luce e buio, con i lampioni accesi e i negozi già chiusi per il fine settimana, quando in Main Street la pace e l’immobilità non sono ancora state violate dalle scorribande in auto dei ragazzi delle superiori, la Holt Tavern si prepara all’assalto del sabato sera e soltanto al Legion – il ritrovo dell’associazione dei veterani – quattro uomini bevono birra in silenzio. Fate poi conto che lui irrompa, massiccio e tracotante, a bordo di una pacchiana Cadillac, rossa come una ferita aperta, con in mente il piano di riaprire ferite antiche. Perché puoi essere stato il miglior fullback e linebacker della contea e può darsi che ti senta nel tuo elemento quando sei in un bar attorniato da un pubblico maschile che pende dalle tue labbra. Ma se stronzo sei, stronzo rimani. E te ne freghi dei ties that binds e di ogni sorta di vincolo affettivo. Tanto per cominciare pianti in asso tua madre per trasferirti al Letitia Hotel. Già il nome è allettante, come no. E’ vero che per pagarti la stanza e le sigarette ti sei trovato un lavoro ai silos della cooperativa degli agricoltori; ma vogliamo dire cosa combinerai alla cooperativa degli agricoltori? Ringrazia il cielo che faccio il cronista e so bene che non tutto va svelato. Però di Wanda Jo possiamo parlare, vero? Di quello splendore di seni grandi e occhi color delle nuvole. Eravamo tutti innamorati. Lei ti ha aspettato per anni fin dai tempi della scuola, preparandoti i compiti mentre tu te la facevi a poker con noi pischelli nella tua camera d’albergo e più avanti lavandoti montagne di calzini. In cambio le bastava essere la tua ragazza durante i tuoi distratti sabati sera, che per le nozze c’era sempre speranza. Gliela combinasti troppo grossa, Jack, quando tornasti da quel fine settimana, diciamo di lavoro, a Tulsa, con la fede al dito. E’ in quell’aprile che Wanda Jo cominciò a morire. “Al diavolo – ti giustificasti – era una brava ragazza. Però ha sempre avuto poco senso dell’umorismo”.

L’aspetto curioso è che, mentre la gente di Holt si aspettava che la tua nuova fiamma fosse una Jayne Mansfield o una Marilyn Monroe versione Oklahoma, Jessie non era niente di tutto questo. Non l’attricetta con il rossetto sgargiante e la testa vuota; al contrario un tipo affascinante che sembrava capace di grandi cose, una donna indipendente. E anche se le avevi raccontato la balla che da Holt si vedevano le montagne, non restò delusa. Figuriamoci… abituata com’era a svuotare la sacca per le urine della madre disabile e a crescere i fratelli più piccoli. Eppure ti bevesti anche lei come una Bud ghiacciata e il giorno che saltò fuori la grossa grana dei libri contabili degli agricoltori, te la filasti lasciandola sola con due bambini a vedersela con la rabbia degli abitanti di Holt. Con te, Jack Burdette, era tutta fatica sprecata: anche se avevi già assaggiato la legge, non riuscivi proprio a tenertene alla larga. La tua aritmetica ha sempre seguito una sola regola: tre ragazze, due bottiglie, un letto. Dovrei provare a giustificarti? D’accordo, potrei ipotizzare che sia stato l’incidente ferroviario occorso a tuo padre a renderti così cinico. Effettivamente, per come lo descrive Kent, dev’essere stata una faccenda piuttosto pesante. Io, che cominciavo proprio in quei giorni a imparare il mestiere di reporter, non avrei saputo descriverlo meglio. Però lasciami dire che non funziona necessariamente così: le avversità avrebbero potuto fare di te un’anima sensibile, no? Fabio Cremonesi, il quale anche questa volta ha tradotto Kent Haruf con grande maestria, dice che restitution (risarcimento) è una delle parole chiave di questo romanzo. Sarà che Kent era un protestante metodista, fatto sta che la tua testa bacata, caro il mio Jack, va nella direzione opposta. Ma se l’autore stesso si è astenuto dai giudizi, non sarò certo io ad esprimerne. Tuttavia il seguito della storia, almeno quello, lo voglio raccontare, visto che poi il boccino è passato a me.

Già, ma chi sono io esattamente? Sono una presenza di scarsa rilevanza, uno cui è capitato per caso di crescere in uno stato americano attraversato dal Continental Divide, che quando giocava a football con te, Jack, nel campionato scolastico, restava ammirato dagli avversari che venivano dal Western Slope e che ci battevano sempre. Non ho nessuna voglia di parlare di Nora Kramer e di sicuro lei non ha nessuna voglia che parli di lei, anche se diciotto anni di matrimonio e una figlia qualcosa conteranno. Non avrei voluto parlare nemmeno dell’incidente d’auto di mia figlia Toni, ma lo ha fatto Kent al posto mio e lo ha fatto così magnificamente che non ho potuto opporre resistenza. Sapete quel suo adoperare il discorso diretto senza virgolette, né due punti, né niente, lasciando fluire le parole dei personaggi nella corrente della narrazione. Inoltre, mentre cercavo di realizzare l’informazione irricevibile che il vicesceriffo Willard mi passava, la penna di Kent mi appoggiava sulle labbra questa osservazione: “Le stelle erano altissime e luminose sopra di me”. Avrà volute intendere lontane? Irraggiungibili? Erano diventate la nuova dimora di mia figlia? Comunque sia, un’espressione sublime. Perciò, non fosse altro che per gratitudine, non posso che afferrare la staffetta e correre la mia parte di racconto.

Non scordiamoci che siamo a Holt, Colorado, non a San Francisco, California, come mi ricordava mio padre quando m’insegnava il mestiere di reporter. E allora, visto che ci troviamo in una small town che sembra quella cantata da John Cougar, è logico come una consecutio temporum che le anime mia e di Jessie s’incontrino, come succedeva ai protagonisti di Our souls at night (Le nostre anime di notte, NN Editore 2017). Perché quando la vidi quella sera al Legion ballare ballare ballare fino allo sfinimento e fino al sacrificio di una vita a venire – una cosa da far sanguinare il cuore come nel film di Sydney Pollack Non si uccidono così anche i cavalli? – dicevo ballare ballare ballare come volesse espiare peccati non commessi ma di cui si sentiva in qualche modo responsabile, ecco, è lì che capii di volerla proteggere. Sembrava il momento perfetto: la canzone che stavano mandando era I Love You in a Thousand Ways di Lefty Frizzel e prometteva cambiamento e un seducente stop ai giorni tristi. Ero autorizzato a sperarci, capisci? Così, in questo lungo flashback che Mastro Geppetto mi ha deciso, sono proprio io, Pat Arbuckle, quello che raccoglie i cocci di Jessie e la porta insieme ai suoi bimbetti a mangiare sopapillas al miele colante a West Colfax, dopo un pomeriggio passato al Wet World a stordirci di scivoli d’acqua. E poi a Denver, già in fuga da un destino di ritorno, dove ci fermiamo in un motel sull’Interstate 70 e lei che mi sussurra “Non voglio che le cose cambino” e io che invece so già che tu, Jack lo squartatore di sogni, sei tornato a Holt per riprenderti ciò che non ti appartiene più. Ma in questo momento Jessie ed io siamo sdraiati vicinissimi e tutto ciò che conta è fare l’amore in questa buia stanza di motel, con la luce fioca che filtra dalle tende e il ronzio del traffico là fuori. E il mattino dopo, passando per Loveland – nome impegnativo ma quantomai appropriato – percorrere La strada di casa attraverso Fort Morgan fino a raggiungere di nuovo le High Plains e finalmente Holt con i suoi lampioni blu in lontananza, man mano sempre più vicini e infine le sue strade deserte e silenziose.

Davvero un peccato che nel frattempo tu ti sia materializzato di nuovo, Jack Burdette. Anche se sei un poco di buono, i calcoli li hai sempre saputi fare, quindi sapevi bene che il tuo reato era caduto in prescrizione. E alla fine aveva le sue ragioni Doyle Francis, il vecchio direttore dei silos, quando chiese a una Jessie ansiosa di espiare i tuoi peccati, sì i TUOI peccati Jack: “Lei crede nell’inferno? Perché se è così, mi lasci dire, secondo me non esiste. E nemmeno il paradiso. Moriamo, ecco tutto. A un certo punto smettiamo di respirare e tutti iniziano a dimenticarsi di noi e presto arriva un momento in cui nemmeno ricordano più quello che pensiamo di aver combinato”. Ma tu, testardo, vuoi riprenderti una famiglia che non ha alcun desiderio di te e portartela a Los Angeles. Cos’è, vuoi riscattare l’oggetto depositato al banco dei pegni otto anni fa? Immagino che gli anni passati sulla West Coast ti appassionino ancora. “Ci sei mai stato in California, Arbuckle? – mi avevi chiesto – Prima o poi dovresti. Porca puttana, che posto”.

E’ con una battuta come questa che finiscono le storie. Quelle belle e quelle poco edificanti. Che alla fine non so dire cosa sia bene e cosa sia male. Il crinale, se mai è esistito, non lo vedo distintamente. Se poi non è Kent a sancirlo, figuriamoci chi potrebbe farlo. Quello che capisco io, Pat Arbuckle, giornalista di provincia, è che tutti – il sottoscritto, Jessie, Jack, gli abitanti di Holt – siamo attori, forse soltanto comparse, di un disegno più grande di noi. Le cose succedono e basta. Ma Jessie che fine avrà fatto? Voglio credere che stia bene, da qualche parte nel vasto mondo. Che poi a Holt tutto torna alla normalità e lo sceriffo Bud Sealy ogni sera dopo cena esce nella veranda mentre compaiono le stelle e, guardandole, emette un rutto e si sente meglio.


BooksHighway on Kent Haruf:
Apologia della Levelland. Il "plain spoken" di Kent Haruf ( a cura di Marco Denti)


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Le nostre anime di notte
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