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The Ballad of True West

A.B. Guthrie, Il sentiero del West
[Mattioli 1885, 398 pp.]

a cura di Fabio Cerbone

Nessun premio si conquista facilmente, la terra libera aveva un suo prezzo. La possibilità di una vita migliore la si doveva guadagnare in qualche modo. (A.B. Guthrie)

L’Oregon trail è una pista che si snoda lungo 3,500 chilometri del territorio americano più selvaggio, dagli attuali Missouri e Kansas, passando per Nebraska, Wyoming, Idaho, fino a raggiungere la foce del Columbia river, poco prima di gettarsi nell’oceano Pacifico. Metà ottocento, corsa alle nuove terre, la frontiera reale e immaginata ancora tutta a costruire: la terra fertile dell’Oregon attira carovane di pionieri, contadini, uomini timorati di Dio in cerca di un futuro da scrivere e di un’abbondanza che gli spetta quasi di diritto... E che non possono lasciare in mano agli inglesi. La disputa per il confine dello stato, infatti, rischia di portare l’impero britannico e le ex colonie, divenute ormai una grande nazione, sull’orlo di una rinnovata guerra: l’Oregon Treaty del 1846 metterà fine allo scontro segnando nel 49o parallelo la linea di demarcazione fra Stati Uniti e possedimenti inglesi.

È proprio in quel periodo che prende vita l’epica attraversata del continente narrata da A.B. Guthrie ne Il sentiero del West, suo personale capolavoro, premio Pulitzer per la narrativa nel 1950 e secondo capitolo di una preziosa saga, che arriverà a toccare il numero di sei romanzi, composti nell’arco di quarant’anni. Il primo episodio, già proposto da Mattioli nel 2014, è il commovente affresco intitolato Il grande cielo (1947), cavalcata di mountain men liberi di scorazzare per l’inesplorato e interminabile “mondo nuovo” americano, quando ogni cosa era nelle mani di uomini senza scrupoli, coraggiosi e liberi, commercianti di pelli e cacciatori che non avevano fissa dimora e si spingevano nella wilderness con foga e desiderio di vita. Dispersa al momento la figura di Boone Caudill (che ritornerà nei romanzi successivi), ritroviamo però uno di loro, la guida Dick Summers, fra i protagonisti de Il sentiero del West, seppure considerare le due opere strettamente collegate sia una forzatura, tanto distinte nell’indagare due mondi e due epoche che sembrano darsi il cambio, l’una segnando il passo all’altra. Il centro di questa vicenda di padri e figli, di famiglie intere, bestie e carri al traino, è l’annuncio di un’età di speranza, lì dove ad animare la scena ci sono “i cercatori di nuove terre, i cacciatori di fortuna, i futuri artefici di una nazione più grande, giunti a proclamare la fine di un’epoca che era finita comunque”.

Partono da Independence, sulle sponde del fiume Missouri, senza appigli e poche notizie sicure sulla destinazione scelta. Raccolgono i loro scarsi averi, i buoi e i cavalli, le suppellettili e i vestiti, li caricano sui carri rinforzati per intraprendere una lotta contro il destino. Fra questi c’è Lije Evans, il prototipo del nuovo americano, un uomo dal carattere umile, temprato da saggezza popolare e bontà d'animo, che si lascia consigliare dal più indomabile Dick Summers: il primo finirà, contro ogni sua stessa previsione, per assumere un ruolo sempre più preminente all’interno della carovana, il secondo si atterrà invece al suo compito di apripista, di indispensabile presenza esperta, per affrontare i tanti pericoli insiti nell’Oregon trail. Ciò di cui sente di avere bisogno Lije Evans è il senso di una sfida (“Aveva bisogno di scoprire quanto valesse”), quella “sensazione di non avere mai visto il mondo prima. Di non avere mai conosciuto la vera distanza”, mentre quello che si trascina appresso Dick Summers è un irrefrenabile ricordo dei tempi andati, che sempre di più monta in lui strada facendo, immagini rievocate di bivacchi e forti, di cacciatori e squaw che aveva incointrato e di cui si era innamorato perdutamente, perché sebbene abbia cercato in qualche modo di trasformarsi in un uomo civilizzato, con una moglie e un appezzamento di terra da coltivare come tutti gli altri, al fondo resta “un mountain man nell’anima, e lo sarebbe sempre stato, anche se si fosse messo di nuovo ad arare e sgozzare maiali, e non c’era posto al mondo di questi tempi per un mountain man, e meno che mai ce ne sarebbe stato in futuro”.

La playlist ispirata a "Il sentiero del West"

L’annuncio di queste migrazioni è dunque quello di una civiltà americana che prospererà su un’idea differente di paese: dietro l’angolo spunta l'orgoglio del self made man, la proprietà conquistata, la casa costruita con le proprie mani, la dignità del lavoro che tuttavia desidera qualcosa di diverso, un primato che appartiene soltanto ai pionieri, a chi arriverà per primo nell’Oregon, e al concetto stesso di avere contribuito a un’incontaminata idealità della nazione. “Non mi basta lavorare solo per tenermi in forze per lavorare ancora. Bisognerebbe vivere per qualcosa in più di questo”, afferma Lije Evans all’inizio del viaggio e con lui condivideranno questo obiettivo, ognuno con il suo pezzo di sogno e la sua sensibilità personale, altre famiglie: i Byrd, i McBee, i Fairman, i Tadlock, amici e nemici a seconda delle situazioni, dentro quell’equilibrio instabile che assume una carovana di disperati mossa sotto i cieli dell’immensa landa americana. Tutti però sono accomunati da una mancanza, che diventa bramosia di nuova terra: “Non sapevano godersi la vita così come veniva; volevano qualcosa, quasi potessero prenderla e plasmarla a modo loro se solo si fossero impegnati e concentrati a sufficienza”. Questa ostinazione, sottolineata dal pensiero di Dick Summers, è la forza primaria che spinge Evans, la moglie Rebecca, il figlio Brownie, la giovane Mercy McBee, persino uno strano predicatore dal nome di Weatherby (un tale che “pensava che Dio fosse un vecchio con i baffi appollaiato sulla nuvola più vicina, con una saetta in una mano e una zolleta di zucchero nell’altra”) e tutte le altre singole voci del coro che compone Il sentiero del West, vòlti a proseguire nella peregrinazione nonostante tutto: nonostante il bestiame perduto, i furti subiti dalle tribù di indiani che mano a mano incontrano (Kaw, Sioux, Cayuse e altri ancora, ognuno con le sue usanze, i pregi e difetti agli occhi dell’uomo bianco conquistatore), i litigi e i tradimenti interni, il peccato, le malattie e le morti improvvise.

“Erano uomini di famiglia, stabili con le loro mogli e bonari con i figli, uomini che avevano smussato le proprie asperità, imbrigliato la loro natura selvaggia”, così li descrive ancora Dick Summers, il selvaggio, il mountain man nel cuore che li conduce con passo sicuro per valli e deserti, per montagne e strapiombi, sfidando le acque ora placide ora turbinose del Platte, del Bear, dello Snake, fino alla meta del Columbia river. E mentre i giorni, le settimane, i mesi passano lungo le miglia solcate da piedi e zoccoli, Summers stesso si renderà conto che queste persone, per lui così apparentemente distanti nel carattere e nei desideri, saranno capaci di sopportazioni e scatti di fierezza impensabili. A.B. Guthrie tratteggia i loro timori e le loro preoccupazioni, quello che rappresenta il fulcro stesso delle loro anime, con parole che sanno di romanticismo e densità umanissima, dialoghi e riflessioni mai a rischio di apparire banali sensazioni da cartolina: come già avveniva ne Il grande cielo (guarda caso entrambi i romanzi divenuti poi storie per il grande schermo, interpretati da Kirk Douglas e Robert Mitchum, il primo diretto nel 1952 da Howard Hawks, il secondo da Andrew Victor McLaglen nel 1967), lo sguardo dello scrittore è benevolo e intenso, ma non risparmia le cadute, le piccole meschinità dei caratteri, le semplici avversità che una tale prova di incoscienza e volontà umana (2,200 miglia fra sabbia, polvere, roccia e acqua, serpenti velenosi e orde intere di bisonti) porta con sé.