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BooksHighway   il rock'n'roll tra le parole
A cura di Marco Denti

 

"Un pezzo alla volta"
Tom Drury, La fine dei vandalismi e altre canzoni dalla pianura


Amazon.it

Ci sono canzoni ovunque nella Grouse County di Tom Drury: nelle taverne, alle feste, cantate o sussurrate, suonate da improbabili rock'n'roll band o da gruppi che passano da un bar all'altro. Più di tutto sgorgano in macchina, alla radio, dove c'è persino un intero week-end dedicato a Todd Rundgren, ma il brano che introduce davvero La fine dei vandalismi (nella traduzione di Gianni Pannofino, NN Editore, 300 pagine, 19 euro) è nascosto tra le righe di una delle scene iniziali quando Tom Drury ricorda che "Johnny Cash stava cantando di un metalmeccanico che si costruiva un'auto con i pezzi sottratti di nascosto dalla fabbrica nell'arco di tanti anni". Si tratta di One Piece At Time (scritta da Wayne Kemp), risale al 1976 e, a sua volta, ha una storia lunga e complicata. La canzone in sé è un inno blue collar con le giuste sfumature da fuorilegge degne di Johnny Cash, ma per capire come funzionano i "vandalismi" in America bisogna seguire le vicende delle automobili, più che delle persone. Quando venne pubblicata erano tempi in cui nell'industria discografica idee e soldi andavano ancora nella stessa direzione ed è stato stato così che gli addetti alla promozione di One Piece At Time, commissionarono a Bruce Fitzpatrick, proprietario di un'autorimessa di Nashville, di costruire una Cadillac con parti di modelli che andavano dal 1949 al 1970, facendo riferimento proprio allo schema costruttivo dettato della canzone. La macchina fu presentata a Johnny Cash nell'aprile del 1976 e rimase nella House of Cash fintanto che il museo non venne chiuso, poi Bruce Fitzpatrick la riportò nella sua autorimessa e la demolì. "Un pezzo alla volta", e non si lasciano tracce.

Il metodo usato da Tom Drury per ricomporre La fine dei vandalismi non è molto diverso, solo che in gran parte coincide anche con il ritornello di Spare Parts di Bruce Springsteen: "Parti di ricambio e cuori spezzati fanno girare il mondo". E' proprio quello che succede nella Grouse County: l'intreccio di highway e rural route che graffia la superficie del Midwest definisce i contorni di un arcipelago di minuscole cittadine dove "non c'è nessuna magia, ma solo duro lavoro tutti i giorni della settimana" ed è dentro quelle fitte maglie che piano piano emergono i volti perché la contea pullula di vita e di storie. Non è l'America profonda, o vera, o qualche altra banale semplificazione: è l'America e basta, dove gli spazi determinano i silenzi, dove i silenzi impongono le distanze, dove stare vicini è una necessità prima che un desiderio, e dove la diffidenza nasce spontanea, con una sua logica, un suo modo di essere, che è, prima di tutto, una forma di autodifesa. E' questo il paesaggio della Grouse County, e per estensione dell'America. Nessun dubbio, e se servisse, è emblematico che, appena un anno prima dell'indipendenza degli Stati Uniti, quindi nel 1775, Samuel Johnson scriveva che "il vero stato di ogni nazione è lo stato della vita ordinaria", che poi è proprio quello che permea la Grouse County. Il senso di comunità rivela, sulla sua superficie, un mondo fatto di dettagli insignificanti, almeno a prima vista, su cui si concentrano più o meno tutti: la campagna elettorale per lo sceriffo, un corso universitario con un semestre dedicato a Tom Petty e a Wallace Stevens (è lì che vorremmo laurearci), un party e una discussione sul successo e/o sul crepuscolo di Tanya Tucker (nel merito, ci asteniamo), andare a caccia e a pesca, la raccolta del sangue dei pompieri, Halloween.

In ordine sparso e libero, sono questi i momenti a cui è affidata l'idea diffusa che tutti "conoscono tutti, ma nessuno sembra conoscere loro", breve commento a margine che sottolinea uno dei paradossi più eclatanti contenuti da tutti i luoghi comuni sulla e per la provincia. Pur con i contrasti, gli scontri e le liti, si fondono uno con l'altro, si compattano, come se fossero parte della terra del Midwest, e le situazioni collettive sono fatte per rivelare le condizioni personali, che sono sempre un po' precarie. Si procede per tentativi, nel tentativo supremo di tenere insieme i pezzi, ma i pezzi sono tanti e tutti, uomini e donne, se ne vanno in giro come rabdomanti in cerca di soluzioni, o di guai perché non c'è un "altrove", c'è soltanto un "qui" e qui è la Grouse County, e qui gli estremi sono Dan Norman e Tiny (Charles) Darling, e non solo perché uno è lo sceriffo (al momento ancora in carica, ma in scadenza di mandato) e l'altro è un fuggitivo con qualche conto in sospeso. Dan Norman rappresenta la solidità che nasconde le piccole crepe, i difetti, le fratture cercando di mantenere salde le apparenze, che poi non sono così relative. Tiny (Charles) Darling più che un fuorilegge è esemplare nel suo essere outsider: la sua estraneità non fa che rivelare la sua appartenenza (tornerà nel prossimo capito della trilogia della Grouse County, A caccia dei sogni, prossimamente su questi schermi). Come dice un'altra canzone, questo mondo non è casa mia e invece nella Grouse County, alla fine, ci si ferma volentieri perché le cose normali, in un modo o nell'altro, funzionano. O almeno, funzionano i tentativi di farle funzionare, anche grazie a una congrua dose di fatalismo.

"La vita è breve anche nei suoi giorni più lunghi" canta John Mellencamp in Longest Day, e, tra gli altri, Louise sembra rispondergli quando sostiene che "è difficile vivere senza passare un buon momento, magari solo per caso". Quell'aspetto fortuito, non collocabile, è diffuso nell'aria, e ritorna con quello che diceva un altro narratore delle grandi pianure e dei grandi laghi, Jim Harrison, ovvero che si è felici soltanto per caso. E' un concetto che a sua volta Tom Drury riduce all'essenza, all'origine naturale ammettendo che "nella vita l'amore si intravede soltanto, lo si assaggia appena, a spizzichi". Il nocciolo a cui arriva La fine dei vandalismi è proprio quello: i personaggi si rincorrono e si respingono nello stesso tempo, incastrati in un paesaggio che è ostico e accogliente, e la loro identificazione di uomini e donne con i luoghi, tanto che i nomi potrebbero essere scambiati gli uni con gli altri. L'inganno sarebbe relativo ed è lo stesso Tom Drury a lasciare intuire che "tutti questi nomi non avrebbero importanza, se non per illustrare la delicatezza della situazione". La fragilità è dovuta all'asprezza del Midwest: "the real life" è davvero dura e "alla gente non piaceva pensare alla precarietà delle cose" perché, sì, è tutto molto labile e l'intera "catastrofe della vita" si fa notare in ogni momento. Le abitudini, le consuetudini, i luoghi comuni, i piccoli rituali servirebbero a evitarla perché la provincia (senza limiti visibili, la pianura che si estende a perdita d'occhio, l'infinito terrestre che inquieta e spinge a valutare gli eventi principali e tanti piccoli contorni) porta a una semplicità che schiva le imposizioni, persino fede e religione, archiviate da Dan Norman con una risposta elementare, eppure molto concreta: "Sono soddisfatto delle cose in cui credo". Una piccola frase esplicita nell'evidenziare, anche davanti a questioni rilevanti e non risolvibili nell'arco di una stagione, l'impianto realizzato da Tom Drury.

Pragmatico, lineare, senza alcuna difficoltà, con un linguaggio piano come la pianura, che è orizzontale, ma non è piatta, e si articola nella rete di rapporti e di legami nascosti che il confronto continuo con e tra i personaggi porta in rilievo. La loro percezione, più che la sua, perché la pianura ha una caratteristica singolare, e irripetibile altrove, è che "i fatti sono davanti agli occhi di tutti, ma il modo in cui si strutturano dipende dal punto di vista dell'osservatore. Sicuramente le costruzioni soggettive sono valide quanto i fatti poiché rendono razionale e comprensibile un modo di vita considerato troppo spesso bizzarro e strano: sono un mero diagramma di processi funzionali, una ricostruzione di costumi popolari. Tuttavia la costruzione soggettiva, pur essendo costituita di fatti, ne differisce come una macchina montata è diversa da una macchina smontata". Lo scriveva Walter Prescott Webb in The Great Plains nel 1931, qualche anno prima della Cadillac di Wayne Kemp e Johnny Cash in One Piece At Time e il processo di scomposizione e ricostruzione del linguaggio di Tom Drury è sciolto perché scorre in quel flusso inarrestabile di canzoni e quando, verso il finale, cita Al Green non si può non ricordare la sua versione di Funny How Time Slips Away di Willie Nelson con Lyle Lovett. Sì, è davvero buffo come passa il tempo quando è determinato dall'incedere delle stagioni, dal cambio dei calendari ed è "come se la bollitura delle verdure fosse andata avanti per anni". Solo che il corso del tempo non è univoco, lascia sempre un pertugio, cela una sorpresa, un piccolo screzio nella corretta cronologia.

In La fine dei vandalismi succede con un ultimo, microscopico dettaglio nella colonna sonora: è solo un granello di polvere in "un ingranaggio nella macchina delle stagioni". Tom Drury cita Maggie May di Rod Stewart, il suo grande successo del 1971. Per la cronaca l'album è Every Picture Tells A Story, ma poi poco prima, o poco dopo (non è importante) Tom Drury ricorda Suzanne Vega, e ci sta perché la ragazza di New York ha sempre condiviso un certo bon ton letterario, buon ultimo l'album dedicato a Carson McCullers. Solo che Tom Drury, nel 1994, non poteva sapere che Suzanne Vega avrebbe citato a sua volta l'hit di Rod Stewart in (I'll Never Be) Your Maggie May nel 2001 (l'album era il notevole Songs In Red And Gray). Un pezzo alla volta si può prevedere il futuro? E' soltanto un'impercettibile coincidenza, ma succede quando si condividono le stesse cose, le stesse canzoni, e con tutto il rispetto (tanto) dovuto a Johnny Cash, la colonna sonora della trilogia della Grouse County è tutta dentro i quattro dischi (comprese le immagini del rustico cofanetto) di John Mellencamp, On Rural Route 7609, e siamo sicuri che anche Tom Drury sarebbe d'accordo.

La fine dei vandalismi. La playlist ispirata al libro di Tom Drury