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BooksHighway   il rock'n'roll tra le parole

 

The War Is Over
Intervista a Paul Hoover

di Marco Denti

"Un giorno faranno la guerra e nessuno ci andrà". (Carl Sandburg)

Saigon, Illinois (nella traduzione di Nicola Manuppelli Carbonio Editore, 249 pagine, 16,50 euro) è uno dei rari romanzi che raccontano la guerra del Vietnam dal punto di vista di chi ha rifiutato di indossare una divisa. Un'esperienza che Paul Hoover, poeta e insegnante, racconta con un perfido sorriso sulle labbra perché certe scelte contengono, innata, l'irriverenza per il potere e per le sue mostruosità. Abbiamo colto l'occasione di farci spiegare la genesi e la singolarità di Saigon, Illinois (qui la recensione: bookshighway.blogspot.com/2017/12/paul-hoover.html) in occasione della sua presentazione di oggi, sabato 23 giugno, a Roma, nel corso di Letterature Off, Biblioteca Cornelia, via Cornelia, 45, a partire dalle ore 18.


Sappiamo che sei soprattutto un poeta (e un insegnante), ma cosa ti ha portato a lavorare a un romanzo come Saigon, Illinois?

Sarebbe stato troppo complicato scrivere quella storia in versi. Ci voleva una narrazione in prosa. Ricordo un certo rossore sulla mia faccia, nei primi giorni della scrittura del libro. Così, sono andato avanti in fretta, scrivendo tutti i giorni fino alle undici di sera, dopo essere tornato a casa dal mio giorno di scuola. Avevamo (con la moglie, Maxine Chernoff) due gemelli, Julian e Philip, nati nel 1985. Stavano nel loro box, scuotendo la rete, mentre mi osservavano lavorare nella sala da pranzo. Ci sono voluti cinque mesi per scriverlo, compreso un mese di completa inattività dovuto a una misteriosa malattia causata dal cibo del George Diamond's, che poi ha chiuso. Sono stato influenzato anche dal mio compagno di insegnamento, Larry Heinemann, il cui secondo romanzo, Paco's Story, più avanti vinse il National Book Award. Fu lui a suggerirmi di inviare un capitolo del libro a Veronica Geng del The New Yorker, che poi lo pubblicò nel numero dell'ottobre 1987.

Qual è stata la parte più difficile nella scrittura di Saigon, Illinois?

Ho dovuto raccontare momenti particolarmente sgradevoli, come quando Barbara trova un bambino morto su una lettiga. Non potevo cambiare la storia, valeva dire mentire. Qualcuno pensa che la letteratura sia un'invenzione che proviene dal nulla. In effetti proviene dalla complessa realtà dello scrittore, che la fa brillare con la sua ispirazione.

Lo snodo centrale della storia è la decisione di Jim Holder di rifiutare il servizio di leva per andare a lavorare in un ospedale. Quale è stata la principale fonte d'ispirazione rispetto al protagonista di Saigon, Illinois?

Sono cresciuto nella chiesa pacifista di Brethren in un'area rurale dell'Ohio. Mio padre, Robert Hoover, era il pastore della chiesa. Ho dovuto affrontare una decisione morale a ventidue anni e non succede a tutti perché in genere non ci si rende conto che si può scegliere in modo consapevole. Il mio ufficio di leva locale, il numero 13, era famoso per una storia apparsa su Life, riguardo un giovane portato via di peso dalla moglie durante la loro luna di miele. La guerra era onnipresente mentre crescevo e mi sono reso conto che avevo una storia da raccontare.

Ironia e sarcasmo sono spesso i toni principali di Saigon, Illinois. Per Jim Holder, sono un modo per difendersi dalla realtà?

L'ironia è una forma di difesa di un giovane scrittore contro la propria realtà. Più forte è la realtà, maggiore è la contraddizione. L'ironia può essere abusata, ovviamente. Tende a sfumare con il procedere della storia, per esempio nelle scene con Martin Baum e Barbara. Nell'oscurità, l'ironia divenne semplicemente un'opzione del caso. Nei cinque anni in cui ho lavorato all'ospedale, altri due giovani nella mia posizione scelsero di suicidarsi. Non erano obiettori di coscienza, ma era gente normale che soffriva, e che non conoscevamo. Lavoravamo nel turno di notte, dalle quattro a mezzanotte. Se avessimo lavorato nel turno diurno, si sarebbero salvati? Per esempio, mi faccio sinceramente domanda, non senza una certa ironia.

Il 1968 e il 1969 sono gli anni in cui la guerra del Vietnam giunge a punto di non ritorno e i cui riflessi si riflettono in America. Quanto e come il Vietnam ha pesato sull'America in quegli anni e nel futuro?

Sono rimasto scioccato quando il mio amico Charlie, che ha la mia stessa età, mi interpellò mentre stavo traducendo dal vietnamita la poesia di Nguyen Do. Eravamo nel 2008 e mi chiese: "Perché vietnamita?", come se fosse una scelta insignificante. Tutta la mia generazione è stata toccata dalla guerra. Un mio amico della chiesa in Ohio, Larry Funderburg si è trovato a combattere corpo a corpo quando il suo campo venne assaltato nel mezzo della notte. E tutti conoscevano qualcuno dei cinquantacinquemila che sono morti in quella guerra.

Certo, ma il Vietnam è stato anche una fonte di immagini simboliche, poi diventate icone, a partire dalla foto dell'esecuzione sommaria nelle strade di Saigon (ricordata nel romanzo). Come hai vissuto, da poeta, l'invadenza delle immagini, ormai una supremazia nei confronti delle parole?

Bestemmiavamo contro lo schermo della televisione quando cominciarono a contare i corpi che tornavano a casa. Eravamo sconvolti dai buddisti che si diedero fuoco nelle strade. L'uccisione del vietcong con un colpo in testa era un immediato e profondo segno di un'orrore infinito. Il poeta Wallace Steves parlava della pressione della realtà e della pressione dell'immaginazione, che lavorano insieme sinuosamente, non per nascondere i fatti ma per affilarne i bordi. Noi sopravviviamo attraverso l'amore e l'immaginazione.

Il ruolo della televisione è stato determinante nel raccontare la guerra del Vietnam e quindi nel generarne le reazioni. Cosa pensi della televisione e dei suoi effetti sulle persone?

Fin dall'elezione di Kennedy su Nixon, sono stati i media, in particolare la televisione, che hanno eletto i presidenti. In un senso molto concreto, i media hanno eletto Donald Trump. Amano il suo grottesco carnevale e il suo senso dello show. Quello che sta dicendo è rovinoso, ma diverte il pubblico che va cercando e fa guadagnare un sacco di soldi ai network televisivi. Per cui lo tengono nell'obiettivo per trenta minuti, persino in occasione del tutto minori.

A proposito di eventi televisivi. Jim Holder commenta in modo drastico l'arrivo sulla luna. Per quale motivo?

Perché era un aspetto decorativo della guerra fredda e dell'ambizione coloniale. Nel frattempo, i soldati morivano per una causa sbagliata e gli attivisti del movimento dei diritti civili venivano uccisi in patria. Cosa dovevamo aspettarci dopo aver invaso il Vietnam, di colonizzare la luna?

La renitenza alla leva e le proteste hanno davvero influito sulla fine della guerra?

Sì, fecero una grande differenza. Il cambiamento arriva, se sono milioni di persone a scendere in strada e a protestare. E i notiziari aiutarono a mantenere l'attenzione. Le scene più impressionanti erano le bare che uscivano dagli aerei in una base dell'aeronautica nel Delaware, così come l'abitudine di Walter Cronkite di finire ogni notiziario con il numero dei morti e dei feriti di quel giorno. Era un cupo promemoria quotidiano.

Forse, proprio in reazione alla guerra del Vietnam, c'è stato un proliferare culturale in quegli anni come non mai. Da cosa è dipeso? Chi ha rappresentato in modo migliore quei momenti?

Noi parlavamo della "rivoluzione" nel 1968 e una rivoluzione culturale in effetti sembrò accadere. Ci permise di cambiare il nostro modo di pensare le relazioni sessuali, i diritti delle donne e delle minoranze, e anche le responsabilità degli uomini di potere. Abbiamo anche parlato di una letteratura post-coloniale. Ma l'imperialismo economico continua, e le relazioni razziali sono persino peggio che nel 1930. Comunque… I più importanti scrittori, da un punto di vista dell'innovazione, sono stati Jack Kerouac (non un grande scrittore, ma un modello di stile e di possibilità), William Burroughs, Diane DiPrima, Allen Ginsberg e Amiri Baraka. I più grandi musicisti sono stati Jimi Hendrix, John Cage, Miles Davis e Janis Joplin, e i migliori artisti sono stati Jackson Pollock, Robert Motherwell e Willem de Kooning. Aggiungerei Robert Rauschenberg e Andy Warhol per quella "morte della pittura", ispirata dal dadaismo.

In effetti, ad un certo punto, Jim Holder fa un esplicito riferimento agli "angeli della desolazione". Dal tuo punto di vista, che peso hanno avuto i poeti della Beat Generation?

Alcuni di quei poeti (Ferlinghetti, McClure e DiPrima) ma non hanno più l'influenza di allora. Come diceva Orazio, l'antico poeta romano, "noi e i nostri lavori siamo destinati a morire", ma sono stati una grande forza, ed era impressionante come Allen Ginsberg riusciva a muovere un pubblico di massa e nello stesso tempo a mantenere il suo equilibrio morale. Il messaggio è rimasto ed è molto importante per le nuove generazioni che devono rimanere vigili all'ascesa dei tiranni.

Come poeta, insegnante, scrittore che ruolo credi possa avere ancora la letteratura oggi?

La letteratura rischia di perdere la presa nelle attuali guerre politiche e culturali. Le immagini digitali di massa hanno molta più forza, come abbiamo potuto vedere nell'elezione di Donald Trump, un demagogo e una padrone dei media, e ricordo che un demagogo è qualcuno che può persuaderti che una menzogna è vera ripetendola in continuazione, e con fervore. Ma la letteratura può anche smascherare la frode che sta avanzano. Un ottimo esempio resta Un volto nella folla, il grande film di Elia Kazan del 1957.

Infine, dove sarà, oggi, Jim Holder?

La scena finale di Saigon, Illinois mostra Jim lasciare i suoi vestiti sulla spiaggia e cominciare a nuotare verso il Vietnam dalla costa della California. È un'immagine inquietante che suggerisce l'autodistruzione, ma è anche un finale aperto. Per lui, non c'è una ragione particolare per morire, ed è possibile che sia stato salvato da un surfista o da un peschereccio. Comunque, non tocca più a me dirlo. È ancora la fuori, e sta andando avanti. Ma se mi chiedi: "E se stesse insegnando scrittura creativa all'università di San Francisco?", beh, ti direi, sì, potrebbe essere.