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BooksHighway   il rock'n'roll tra le parole
A cura di Marco Denti

 

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Aliya Whiteley
La bellezza

[Carbonio Editore 140 pp.]

di Marco Denti

La bellezza arriva da sottoterra ed è solo un primo passo in un sorprendente mondo al contrario dove infine gli uomini dovranno affrontare la gravidanza. Una lunga e surreale parabola che comincia in un paesaggio postapocalittico, umido e buio, con gli esseri viventi diradati. Lo stesso scenario anticipato da Cormac McCarthy con La strada, e da molta cinematografia, a partire da Mad Max in poi. E' come se, al di là della paura e dell'esorcismo implicito rispetto all'incombente disastro e all'incognita che un pianeta deserto e inospitale rappresenta, ci fosse un fortissimo, quanto inespresso desiderio a tornare a modi di vivere più frugali e semplici, più ingenui, più ruvidi, più spontanei e forse più veri. Succedeva anche in un recente film inglese, girato in Irlanda, The Survivalist, che ha più di una coincidenza con La bellezza, a partire dalla cupa ambientazione forestale, per finire con il ruolo determinante delle donne, nel creare e nello scombinare i precari equilibri della solitudine e della sopravvivenza.

Il romanzo dell'inglese Aliya Whiteley (classe 1974) parte proprio da un panorama allineato alle ipotesi da incubo prossimo venturo già conosciute, solo che qui la fine della civiltà collima con la scomparsa delle donne che vengono colpite da una non meglio precisata malattia e/o uccise dagli uomini che le credono infette e contagiose. Già l'antefatto su cui resta sospesa La bellezza, nella sua causa e nell'origine, spalanca le porte a un flusso di interrogativi: le donne si sono ammalate e sono morte tutte, ma la malattia delle donne sono gli uomini? It's a Man's Man's Man's World come cantava James Brown e la società disgregata in piccole tribù nascoste nei boschi, risente inevitabilmente dell'assenza femminile. Le necessità sono ridotte al minimo: nessuna grazia, poco cibo, poca comunicazione, se non le storie ripetute tutte le sere attorno a un falò, in nome e per conto di una memoria condivisa che riesca ad affrontare il tempo, passato, presente e futuro. Raccontare, nei bivacchi notturni, è il compito che grava sulle spalle di Nathan (Nate) che, nonostante la giovane età, conosce bene le difficoltà e i rischi del "trasformare la verità in una storia". L'elemento naturale e selvaggio che li circonda, è un richiamo potente, ancestrale. Brulica di segnali indecifrabili, è un recinto da cui non si può uscire, e se per gli uomini è l'ultimo rifugio, e per le donne è diventato un sepolcro, per qualcun altro è un humus ancora vitale.

 
Aliya Whiteley

E' proprio Nathan a scoprire La bellezza, ovvero una popolazione di "creature", affascinanti e ammalianti, sfuggenti e ipnotizzanti che sembrano aver (ri)preso vita dalla terra in cui erano state sepolte. La bellezza regge in tutte le sue contorsioni proprio grazie all'escamotage scovato da Aliya Whiteley: non sono fantasmi, non sono zombie (per carità, ce ne sono fin troppi in circolazione), non sono alieni. La natura antropomorfa di Bee, Bonnie e di tutte le altre creature (che comunque, per quanto strambe, sono esseri viventi con tutti i diritti degli altri) non ha molti precedenti. Il dettagliatissimo Dizionario degli esseri umani e fantastici di Vincenzo Tagliasco (Mondadori) nel capitolo dedicato alla Tassonomia degli esseri con parti biologiche, a cui con ogni probabilità si possono ricondurre le creature che popolano La bellezza, non garantisce un equivalente, ma si evince che "tuttavia le mutazioni di carattere genetico possono essere dovute a fenomeni ascrivibili all'evoluzione della specie. Rientrano in questa categoria anche agli esseri dovuti alla manipolazione genetica, che talvolta dà luogo a esseri anomali, a volte definiti come mostri; in essi possono perdersi o sfumare le caratteristiche umane". Le creature appartengono a un ibrido tra i fermenti vitali nelle fondamenta della flora e un'evoluzione del corpo umano. Scaturiscono dal sacrificio femminile, ma sono anche frutto di una metamorfosi non meno che di un'innata alleanza con la natura, i funghi in particolare.

C'è una solida base scientifica alla fonte e l'idea del fungo non è così peregrina, oltre a rappresentare un simbolo significativo e a indicare una conseguente percezione allucinogena. I funghi da cui si genera questa sorta di sirena devono essere necessariamente saprofiti, funghi che nascono da sostanze organiche morte, e quindi non si tratta di parassiti. La distinzione non è relativa, anzi: La bellezza, le creature, e i funghi per certi versi (e per un po') coincidono. In effetti, se all'inizio il loro arrivo, una metafora e un inno alla bellezza in sé, che comunque è sempre un sostantivo femminile, riaccende la speranza "in un mondo in cui troveremo una collocazione, un senso, un futuro", ben presto mette in risalto una frattura, almeno quanto l'ignoranza con cui in genere è accolta ogni diversità, ogni novità. Tra l'altro c'è un aspetto sessuale ancora più singolare che porta nell'ambito di uno scambio più intimo, più profondo, più complesso tra uomini e creature e lì c'è una visione degna di Jame G. Ballard dei gruppi sociali, di come sono costituiti e di come gli equilibri vengono ribaltati, e tutto comincia dal nuovo (che poi è molto antico) desiderio finché qualcuno non si chiede: "Come possiamo provare un bisogno così disperato, se prima non sapevamo nemmeno dell'esistenza di una simile necessità?" C'è di più: all'idea di comunità, per quanto ristretta e costretta a pensare alla sopravvivenza, le creature sostituiscono quella di comunione: su più livelli, non solo sessuale, (graditissima e, come si sarà capito, carica di incognite) ma anche attraverso suoni che ricordano la musica, nonché con un'ulteriore dimensione telepatica. Sono le modalità di comunicazione a ricordare a tutti che "la lingua sta cambiando, proprio come la terra, come il mare. Viviamo in un unico, fatale flusso, siamo troppi e troppo evoluti".

 
The Survivalist, di Stephen Fingleton (Uk 2015)

Le mutazioni del linguaggio, dei corpi, implicano uno sconvolgimento dello status quo in un contesto sociale limitato (maschile), estremo, provvisorio. Rivelano la fragilità delle storie raccontate per tenere unito il gruppo, per preservarne la memoria. Mostrano quanto sia primitiva la vita e la conoscenza nella radura, e a quel punto La bellezza diventa pericolosa almeno quanto sono le storie, perché succede l'inevitabile. La simbiosi tra gli uomini e le creature porta i suoi frutti perché pur non avendo organi riproduttori visibili, come tutti i crittogama (alla cui famiglia appartengono), le creature sono spinte alla continuazione della specie e considerano gli uomini come gli ospiti ideali per la loro germinazione. L'intento metaforico, piuttosto esplicito nell'invertire i ruoli femminili e maschili, dura quanto basta (non moltissimo) poi la trama assume ben altre forme di allucinazione, e tra gli elementi grotteschi e macabri che Aliya Whiteley maneggia con disinvoltura, si percepisce che La bellezza è un universo parallelo, ma non così distante dalla realtà. Dentro una storia, "gli uomini non sempre vogliono ciò che è meglio per loro. Possono attaccare, ferire, mutilare e uccidere tutto quello che accade troppo in fretta, all'improvviso, come l'amore, come un nuovo inizio che include la fine del vecchio corso delle cose", ed è proprio quello che succede. Nemmeno La bellezza regge a tanta pressione, a sua volta deve evolversi e il processo chimico questa volta è l'osmosi perché nella comunicazione con i sopravvissuti, le creature imparano a conoscere l'odio, la vendetta e il dolore. I primi contrasti degenerano ben presto e non soltanto tra uomini e creature, ma anche tra uomini e uomini e tra creature e creature, come se l'ordine naturale delle cose fosse il caos. In questo c'è un'assonanza specifica con Io sono leggenda di Richard Matheson (Fanucci) in una scena in cui parte delle creature e degli uomini sono asserragliati in un tugurio e fuori le creature "senza amore" non aspettano altro che l'occasione propizia per distruggerli. Abbiamo creato i nostri nemici, e non è la prima volta, e non sarà l'ultima.

La bellezza a quel punto ha completato il suo ciclo vitale (e mortale), ma come diceva Franz Kafka, uno che se ne intendeva di metamorfosi, in Aforismi di Zürau (Adelphi) "soltanto qui la sofferenza è sofferenza. E non in quanto coloro che qui soffrono altrove potrebbero essere innalzati a causa di questa sofferenza, ma in quanto, in un altro mondo, ciò che in questo mondo si chiama sofferenza, immutato e solo liberato dal suo opposto, è beatitudine". Da qualche parte, dovrebbe esserci ancora una via di fuga, ma spesso speranza e sofferenza camminano fianco a fianco. E' lo stesso paradosso alla base dell'architrave che regge La bellezza. Nella sua complessità, e nella sua semplicità, e persino con i suoi piccoli difetti linguistici, Aliya Whiteley ha costruito un breve dramma filosofico che si comprende meglio ricordando quello che scriveva Philip Dick in Cosmogonia e cosmologia (raccolta in Se vi pare che questo mondo sia brutto, Feltrinelli): "Quando giungerà il momento in cui riusciremo a spiegare l'onnipresente dolore che affligge le creature viventi, sono certo che avremo recuperato la nostra memoria e la nostra identità perdute. Le abbiamo perse per colpa nostra? O è una perdita inflittaci contro la nostra volontà? Una delle spiegazioni più affascinanti, proposta dagli gnostici, è quella secondo cui il peccato originale dell'uomo (e dunque il creato, in questo modello soggetto al dominio dell'artefatto proiettore di mondi) non sarebbe dovuto a un errore morale, bensì a un errore intellettuale, a una confusione tra il mondo fenomenico e quello reale". E' tutto lì e La bellezza è un romanzo che sarebbe piaciuto (parecchio) non solo a Philip Dick, ma anche a William Burroughs: ci sono i funghi, c'è il virus del linguaggio, i corpi che si confondono, la telepatia, c'è molto mistero, ma anche molto coraggio, e più di tutto, vale il dubbio finale che non sia soltanto fantascienza.