Kind
of Cool Bob
Dylan tra lo schermo e l’archivio
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A cura di Marco Denti -
È curioso come Mixing Up The Medicine e A Complete
Unknown, pur partendo da presupposti differenti, con
forme diverse, siano complementari e l’inizio e la fine,
allo stato dell’arte. Lo schermo comincia e finisce con
il movimento, Dylan in macchina, Dylan sulla Triumph,
e se la strada sulla pagina è difficile da rendere, Mixing
Up The Medicine gli si avvicina più di altre volte.
Un motivo c’è: Dylan è un moto perpetuo, arriva ovunque.
Il film, A Complete Unknown, è un punto
esclamativo. Il libro, Mixing Up The Medicine,
un elenco di resti. Nessuna relazione tra i due. Eppure.
A
Complete Unknown, di James Mangold (Searchlight
Pictures/ Disney 2024)
Una frase
dello stesso Dylan ripescata da Mixing Up The Medicine
dice che “era il suono delle strade. Lo è ancora”
e giustifica quello che A Complete Unknown mostra
persino con un certo ordine, fin dai primissimi fotogrammi
che non immortalano soltanto Dylan, ma la leggenda del
nuovo ragazzo che arriva in città (e la città è New York)
che vale per tutti quelli che partono all’avventura con
una chitarra in mano. Il film nasce da un libro di Elijah
Wald, Dylan Goes Electric!che nel
sottotitolo originale, "Newport, Seeger, Dylan, and
the Night that Split the Sixties", contiene già lo
scenario che poi è stato ricalibrato sullo schermo. Ha
un conto in sospeso con Inside Llewyn Davis, ispirato
ancora da un altro libro di Wald, quello su Dave Van Ronk.
È la New York dei cafè e delle taverne, del movimento
dei diritti civili e contro la guerra. C’è, inevitabile,
una componente di nostalgia per un momento irripetibile
di cui, volente o nolente, Dylan è stato l’epitome, il
simbolo. Come diceva Peter Yarrow: “Non si trattava
di adottare uno stile. Si tratta di abbracciare un’idea
più intima e giusta”.
Bob Dylan emerge con una voce e viene da chiedersi da
quanto tempo è la nostra voce? Proprio dai giorni di A
Complete Unknown, che è didascalico quel tanto che
basta, riuscendo a semplificare la crisi dei missili di
Cuba e i corridoi del Chelsea Hotel. Ecco Dylan che bussa
a tutte le porte e chissà chi poteva apparire sulla soglia.
Lui è un’ombra in movimento che affida alle parole la
sua navigazione, le case attraversate come un fantasma:
Dylan è sempre cool anche a rischio di essere un
po’ stronzo. Anche quando viene lasciato o abbandonato
o redarguito da qualcuno. Dalle donne, di solito. Sarebbe
bello sapere cosa ne pensano Joan Baez e Sylvie Russo
alias Suze Rotolo nonché Ellen Fanning e Monica Barbaro
di quella sensazione tipicamente dylaniana che Allison
Moorer descrive alla perfezione: “Disagio dentro, disagio
fuori. Nessun sollievo in vista. Un altro cambio della
forma, imminente”. È proprio lui, a tutte le età.
Il conflitto,
almeno questa volta, non è stato rimosso. Per quanto ammorbidito
e sfumato nei contorni hollywoodiani, Dylan in A
Complete Unknown appare per quello che è: una
forza magnetica e centrifuga che attira personaggi d’ogni
genere e specie ed è bello rivedere Bobby Neuwirth, Michael
Bloomfield, Albert Grossman o Al Kooper. Le figure che
ritornano di più sono quelle di Pete Seeger, dovuta anche
alla bravura e allo stile di Edward Norton, e di Woody
Guthrie. Dice Barry Ollman che Woody Guthrie e Bob Dylan
“sono instancabili e motivati. Il fatto che si siano
incontrati e siano diventati amici, alla fine del viaggio
di Woody Guthrie e all’inizio di quello di Bob, mi affascina
tanto la storia delle origini dei Beatles. Come sono potute
accadere queste cose?”. Interessante.
Dentro le
battaglie, gli scontri, i successi e il sentirsi sempre
fuori posto, Dylan resta cool e questo lo mostrano
molto bene entrambi, il libro e il film. Per come tiene
la sigaretta, per come risponde, per come viene fotografato
(persino da Richard Avedon uno che di solito è più abituato
a immortalare gli abiti che le persone), per quello sguardo
interrogativo e sprezzante, forse soltanto timido. Sostiene
Greil Marcus che in quel momento “Dylan non era al
bivio, ma si percepisce che aveva con sé una mappa e che
lo stava cercando”. Come è noto succederà a Newport
a cui A Complete Unknown concede l’onore delle
armi con Johnny Cash. In realtà l’incontro avvenne nel
1964 e questo lo garantisce Mixing Up The Medicinee qualche licenza è giusto concederla perché un
film non è la realtà e i punti di vista possono essere
tanti e diversi. È una storia che ha i suoi opposti: Dylan
e Pete Seeger, Dylan e Joan Baez, elettrico e acustico,
folk e rock’n’roll, l’establishment e il ribollire delle
giovani anime ribelli.
Bob
Dylan. Mixing up the medicine (Rizzoli Lizard,
2024)
A Complete
Unknown lavora per riduzione e non si poteva aspettare
diversamente da Hollywood. Mixing Up The Medicine
procede per estensione. Entrambi prendono il titolo da
frasi di canzoni, e non è un caso. Verso la fine di
A Complete Unknown, Dylan chiede di non fotografare
la sua scrivania ingombra di taccuini, appunti, note ed
è invece quello che fa in gran parte Mixing Up The
Medicine. Si addentra nei processi creativi dylaniani
(il folksinger, il musicista, l’artista visivo, lo scrittore)
come se avessimo la possibilità di guardarlo lavorare
dal buco della serratura. Coincidenze, connessioni e nodi:
è questo quello che fa Dylan. Tessere una rete di giorno
e disfarla di notte, muovendosi in continuazione, da un
angolo all’altro dell’America. Il leitmotiv è l’invenzione
incessante del personaggio: le camicie, le giacche, gli
occhiali scuri, le chitarre, la motocicletta, le bizzarrie
e i colpi di testa, i “sogni fatti di ferro e d’acciaio”,
tutto compreso.
È Dylan o
non è Dylan? Questa domanda è stata riproposta a ogni
occasione e il gioco delle maschere è andato avanti per
un bel po’. Per nascondersi, per proteggersi, per affidare
a un altro volto le incombenze del crescere in pubblico.
Lo stesso Bob Dylan spiegava: “Per rimanere legato
a qualcosa, dopo che l’hai creato, devi percorrere un
cammino molto instabile... Può reggere, come può cedere”.
Ditelo anche a Jack Fate, Jack Frost, Lucky Wilbury, Blind
Boy Grunt e (forse) Handy Dandy: Dylan crea un’aura, un
bisogno. Non chiede nulla e nel film lo si vede. Lui si
presenta e basta. Chiede soltanto i musicisti (blues ed
elettrici) e lì scoppia il casino. Non sarebbe stata l’ultima
volta. Omissis, nel libro, l’imbarazzante apparizione
al Live Aid con Ron Wood e Keith Richards, e qualche
altro episodio contraddittorio, ma come dice Jeff Slate:
“la strada verso Dylan” resta tortuosa, Mixing Up The
Medicine, pescando nel suo work in progress, ha voluto
offrire soltanto un po’ di segnaletica.
In Mixing
Up The Medicine è molto perentorio Robert Caro, citato
da Terry Gans, quando lo incita ad affrontare l’archivio:
“Esamina ogni cazzo di pagina”. Sì, proprio così.
Un dettaglio può fare la differenza e questo lo sa molto
bene anche Michael Ondaatje quando dice: “Nello sviluppo
di una canzone o di una poesia, tutto è possibile, qualsiasi
cosa”. Secondo Douglas Brinkley è andata (e andrà)
così: “Come Dylan ha continuato a reinventare il proprio
repertorio, sin da quando ha registrato l’inedito Song
to Woody nel 1962, i musicisti del futuro reinterpreteranno
per sempre i suoi standard senza tempo. Dylan ha trasformato
il panorama della popular music americana, fondendo la
sua visione letteraria con la tradizione folk, con il
blues, il gospel e l’idioma rock”.
Elijah
Wald, Dylan Goes Electric! (Dey Street Books)
A Complete
Unknown parte da qui, si sofferma sull’aspetto
del songwriting e ha il pregio di rimettere le canzoni
negli snodi centrali della storia. A parte quelle del
songbook dylaniano, ce ne sono parecchie disseminate in
un modo o nell’altro e ricordiamo almeno The House
of The Rising Sun perché, di fatto, nella versione
da Joan Baez comincia la storia e Wimoweh (cantata
da Pete Seeger) che celebra tutto un modo di esprimersi
e di comunicare attraverso le canzoni. Il ritornello di
Wimoweh, che ha una bella storia (raccontata a
suo tempo da Ryan Malan in un articolo di rara bellezza),
appare innocuo rispetto a quello che da lì in poi sortirà
Dylan, che un tempo ha spiegato così come funziona l’incubazione
delle (sue) canzoni: “Sto ascoltando un brano nella
mia testa. A un certo punto, alcune delle parole cambiano
e inizio a scrivere una canzone”.
Svelato un segreto? Di certo scoperto quel metodo empirico
che l’ha portato ad attraversare intere praterie finché
Peter Carey non l’ha definito “l’enciclopedia della musica
americana” e ad andare un po’ oltre, visto che lui stesso
dirà: “È la combinazione delle singole parti che dà
vita a qualcosa di più grande. Entrare troppo nei dettagli
è irrilevante. La canzone è come un quadro, se lo si osserva
troppo da vicino non si può vedere l’insieme. Le singole
parti compongono l’insieme”. Ed è così che viene il
momento di The Times They Are A Changin’, Blowin’
In The Wind, Maggie’s Farm, Don’t Think
Twice, It’s All Right, Masters of War,
It Ain't Me Babe, A Hard Rain’s A-Gonna Fall
e Like A Rolling Stone. Sono queste, e molte
altre, le canzoni e in un lampo siamo già nel 1965, e
ben oltre.
Mr.
Tambourine Man - Live at the Newport Folk Festival,
1964
Like
a Rolling Stone - Live at the Newport Folk Festival,
1965
Trattandosi
di rock’n’roll, di questo stiamo parlando, è più che lecito
interpellare il parere di un batterista e Jim Keltner
ha detto: “È Dylan, serve aggiungere qualcosa?” Forse,
sì. Un suggerimento arriva dallo stesso Dylan che nelle
note inedite scritte a margine a Dirge diceva:
“Siamo fortunati ad avere quello che abbiamo, ma le cose
non dette sono sempre le migliori”. In questo caso,
Mixing Up The Medicine è un piatto di sicuro
più ampio e colorito rispetto a A Complete Unknown
perché è come dice Richard Hell: “Le cose che lo rendono
Bob Dylan in realtà sono molte, così come sono tante le
cose che definiscono ciascuno di noi; ma lui si distingue
nettamente dagli altri perché cade sempre in piedi. I
suoi dubbi sono delle semplici occasioni per cantare”.
Semplici? Parliamone.
Dobbiamo
scegliere una canzone, per cominciare? La poetessa C.
D. Wright, citata da Michael Ondaatje, dice che “Blind
Willie McTell dovrebbe essere l’inno nazionale d’America”.
Bell’idea.
L’altra certezza
è che Dylan è diventato sexy con la chitarra elettrica
e con quella, più che il disturbo generato dal rumore,
ha solleticato qualche pulsione erotica incontrollabile,
più subdola e intrigante dello stesso Elvis. Le forme
spesso ingannano, ma quelle della Strato sono lì da vedere.