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Made in Italy   cose di casa nostra

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Staggerman
Eight Crows On a Wire
[AR Recordings 2021]


File Under: dark americana

staggerman.wordpress.com

di Fabio Cerbone

Una crescita costante, dimostrata dalla qualità dei brani e dalla stessa produzione, mai così bilanciata in Eight Crows on a Wire, conferma il progetto Staggerman tra le più interessanti voci italiane votate al linguaggio folk americano, qui inteso nelle sue sfaccettature più scure e desertiche. Avevamo più volte sottolineato i pregi della creatura artistica di Matteo Crema, già attivo con The Union Freego e Bogartz, anima che si cela dietro le canzoni di Staggerman, fino a testimoniare la maturità di Hobos and Gentlemen, pregevole disco dalle buie trame rock e americana. Trasformazione e in un certo senso affinamento di quello stile, Eight Crows on a Wire è un album che raccoglie otto ballate/racconti, come le definisce lo stesso Staggerman, che sono il riflesso di un songwriting più intimo e tormentato, tematiche noir, come suggeriscono l’iconografia e il titolo stesso, che si traducono in un suono elettro-acustico intriso di umori folk rock e country blues curato da Marco Franzoni (Franzoni Zamboni), anche titolare di piano, organo, mellotron e degli arrangiamenti dei fiati. Questi ultimi (tromba a filicorno di Francesco Venturini) offrono fascino jazzy a Cursed Monkey, gradazioni blues da quartieri di New Orleans in Three Bottle of Wine, una vaga epicità western all’accoppiata di Crow Song e As a Stone. Idealmente l’intera seconda facciata è attraversata da queste suggestioni, mentre nella prima parte un tono più malinconico e figlio di certo alternative country (Willard Grant Conspiracy?), con una parte armonica sostenuta spesso dal suono del pianoforte, alimenta la dolce tensione di The Innocent, l’ombrosa, notevole melodia di 7th, che richiama “muder ballads” degne del Nick Cave più elegante con i Bad Seeds, mentre Astonished J. pare aprirsi soprendentemente ad una lucentezza folk rock da West Coast.


 


Giulio Larovere
Road Sweet Home
[Giulio Larovere 2021]


File Under: on the road again

giuliolarovere.com

di Nicola Gervasini

L’idea di libertà assoluta che porta un giovane ad alienarsi dal mondo civile non smetterà mai di avere il suo fascino, letterario o cinematografico che sia (pensate al successo di Into The Wild di Sean Penn), ed è proprio su una storia simile, quella dell’americano John Knewock che raccontò il suo viaggio in solitaria per la nazione, che si poggiano i testi di Road Sweet Home, nuovo album del milanese Giulio Larovere. Il titolo parla chiaro sullo spirito che aleggia sul disco, quasi che l’abbracciare poi una grammatica roots-rock americana di stampo decisamente classico sia quasi un naturale “di cui” della motivazione filosofica. Larovere ha scritto questi brani in due notti, registrando i demo sottovoce per non svegliare i vicini. Un amore verso storia di rotture radicali che in fondo trova riscontro anche nella sua vita, visto che a 38 anni ha deciso di abbandonare la vita lavorativa “normale” per perseguire la sua vocazione artistica. Un’idea forse legata ad ideali letterari del secolo scorso, come anche non certo moderna è stata la scelta di registrare in analogico “come ai vecchi tempi”, grazie anche all’aiuto degli esperti Giuliano Dottori e Larsen Premoli, che si è occupato di far suonare organo Hammond e il piano Fender Rhodes come in un vero disco degli anni 70. Retro-mania motivata comunque dallo stile di questi brani, come i singoli Rain e To See A Lonely Hart o la programmatica What’s The Use On Being Free e Rambling Boy, tutte legate da un concept ben preciso basato sulle poesie scritte sulla strada da Knewock. A Milano nel 2021 tutto ciò potrebbe sembrare anacronistico e fuori contesto, ma in fondo Road Sweet Home vuole solo ricordarci che là fuori esiste un’alternativa, e che a volte anche solo sognarla può aiutarci a sopportare il nostro scomodo status di persone “civili”.

     
     


John Strada
Fra rovi & rose
[Areasonica Records/ IRD 2020]


File Under: fra la via Emilia e il west

johnstrada.it

di Fabio Cerbone

Tra la via Emilia e il West diceva il venerato maestro Francesco Guccini, non senza un filo di consapevolezza del proprio destino di musicista. Così potremmo descrivere il percorso artistico di John Strada, cantautore cresciuto fra le terre di Modena e Ferrara, che allo stesso pensiero gucciniano dedica qui la sua simmetrica Dall’Emilia al West, cronaca semiseria del sogno americano (negli States ci è andato davvero, così come a Londra, cercando di diffondere la sua musica) inseguito per tanti anni. E proprio l’aria scanzonata, spesso autoironica, ma capace di alternare momenti di riflessione più sociale (Eneide 2020, sincero ritratto della tragedia dell’immigrazione rivisto attraverso la chiave del mito di Enea), caratterizza questo Fra rovi & rose, ottavo album che sposta il baricentro della musica di Strada dall’arcigno rock’n’roll di matrice springsteeniana verso una più solare musica d’autore italiana, lì dove radici folk acustiche (Stavolta dico no, con il dobro di Enrico Cipollini) e ruvidi tratti blues (Wonderbar, parata immaginaria delle ispirazioni musicali di Strada) incontrano melodie mediterranee e anche un’attitudine pop più leggera (Mare & limoni, Salviamo il mondo, tuttavia tra gli episodi meno efficaci, anche nell’interpretazione). Sono proprio il sound e la produzione a colpire favorevolmente, grazie alla ricca partecipazione di ottimi musicisti (in Guarda le stelle collaborano Enrico Lazzarini al contrabbasso e Alex Valle al banjo), forse offrendo l’episodio musicalmente più maturo della carriera di John Strada. Resta qualche volta un eccesso di ingenuità nei testi, una generosità che si riflette anche nel canto stesso di Strada, il quale conserva quell’atteggiamento naif e al fondo molto genuino tipico della sua terra.


 


Alessandro Tomaselli
Guarda come ti guarda
[XOLA Factory 2020]


File Under: in Berlin

facebook.com/guardacometiguarday

di Nicola Gervasini

Viene dalla Puglia Alessandro Tomaselli, autore che giunge con Guarda come ti guarda al secondo album dopo l’esordio registrato in solitaria nel 2015 (Dove Andiamo Noi Niente a Che Fare), ed è sicuramente un giovane autore da seguire. I dieci brani che compongo il disco infatti dimostrano la presenza di un preciso progetto artistico e una propria idea di suono da sviluppare, dove il punto di partenza è sempre quell’indie-folk intimo e mai troppo allegro che ha preso piede da anni anche nel nostro paese, ma con qualche interessante variazione sul tema. Il disco infatti è stato registrato principalmente a Berlino, e dei sapori musicali di quella città si nutre, sia per la copertina, che è un dettaglio di un’opera esposta nella città (Cut temporare lage egal di Birgit Hölme), sia in certe aperture strumentali quasi “ambient” (l’iniziale title-track) o in certi tappeti di tastiere (Dadat – che è l’acronimo della frase in ritornello, "Dell’Astronauta, Dell’Acqua Trovata" - o il bel finale di La Plastica, brano a tema ecologico che ospita nel finale il famoso discorso sul tema tenuto nel 1992 da Severn Cullis Suzuki alla Conferenza dell’ONU). Altrove invece resta la sua vocazione alla scarna canzone acustica (Se Bastasse Restare A Galla), ma i brani migliori sono propri quelli dove l’abito da songwriter classico si risolve in arrangiamenti più elaborati (Fai Finta Che). I testi, sospesi tra storie intime e ironia, sono poi spesso giocati sull’alternanza tra italiano e inglese (Blue Jay o About Six Years No Smoking Wow), con l’eccezione della totalmente anglofona Paramount Pix.