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  SirBone and The Mountain Sailors
Wicked Games
[Sirbone/ AZ Blues 2022]

Sulla rete: facebook.com/SirBone4

File Under: ballads from the wood


di Donata Ricci (18/04/2021)

Per fare un disco felicemente boscaiolo non servono le cataste di legna che Gene Parsons piazzava sulla copertina di Kindling, né il capanno di Townes su Flyin’ Shoes. Tanto per cominciare SirBone (all’anagrafe Stefano Raggi) boscaiolo lo è per davvero e questo è già un buon punto di partenza. Va poi detto che in questo disco di esordio, Wicked Games, gli elementi naturali hanno inviato una delegazione nutrita poichè basta ascoltare il brano Postcard from the Northern Woods per fare esperienza, oltre che di foreste nordiche, anche di vento, pioggia, nevicate ed altro ancora. Se poi ai fattori atmosferici aggiungiamo l’elemento animale (SirBone in sardo sta per cinghiale e il nome della sua precedente band, i Wild Boars, sempre cinghiali voleva dire) capiremo quanto il contesto naturale sia caro al nostro autore. E a noi che frequentiamo da sempre certe sonorità, l’umidore della macchia piace un sacco, tanto da averci costruito sopra una mitologia.

Questo esordio nasce nell’alto Piemonte, giacchè Stefano è un transfugo della metropoli e ha optato, novello Walden, per la vita nei boschi. Ma mica le canta in piemontèis le sue ballate, al contrario le internazionalizza con la scelta anglofona, potenziando l’effetto canadian con truciolature di dobro. E perbacco, che bel disco ne è uscito. Ci ho pure provato, mentre lo ascoltavo, ad annotarmi le tracce migliori, ma mi sono resa conto che le stavo cerchiando tutte: dieci canzoni di ottimo livello, nessun contenitore vuoto. E se il compito di aprire la selezione è assegnato a A Tangle of Thornes, com’è giusto che sia trattandosi del singolo apripista, i brani successivi incalzano ansiosi di rubarsi la scena e arrivano dritti dritti alle corde dell’ascoltatore. Se di Postcard from the Northern Woods ho già detto, The Naive Song, dalla trama timidamente bluesata, propone un suggestivo refrain in cui l’autore – dice – si sente come se stesse tornando a casa. Ed è un bel concetto, qualunque sia la destinazione.

In questa raccolta si aggira un altro potenziale hit ed è Confession of a Bastard, dove si sente, è vero, del mestiere nell’arrangiamento, così come nell’uso sapiente delle backing vocals di Floriana Nuzzo, ma è tutto al servizio di un risultato gradevolissimo. E così, man mano che le canzoni si svelano, ci si rende conto che il disco esige una duplice lettura, dato che propone un suono estremamente attuale ma nello stesso tempo non immemore del passato. Perchè d’accordo le suggestioni del profondo nord, ma SirBone deve aver masticato anche tanto west coast sound. Prendete Shadow Man e ditemi se la pedal-steel guitar di Andrea Dusty Ferazzi non ricorda quella di Rusty Young nei solchi dei Poco, oppure quella di Al Perkins che accompagnava Rick Roberts in quella perfezione di album che è Windmills.

In questa opera prima di SirBone e dei suoi ossimorici marinai di montagna assistiamo poi ad alcuni cambi di passo, utili a tenere alta la soglia di emozione. Uno di questi è la murder story di Joe and Valerie-Jane, una tonalità minore adatta alla narrazione di un omicidio, con i fiati di Diego Coletti (tromba) e Luca Lucky Garino (trombone) che fanno tanto Calexico. C’è poi l’oscura What You Say che evoca i wicked games del tema centrale, anch’essa magistralmente contrappuntata dagli ottoni. Di diversa pasta rispetto alle altre tracce è Your Lullaby, gentile fin dal titolo e più vicina a modalità compositive nostrane, con quell’arpeggio di chitarra acustica che sembra uscito da una canzone di Paolo Capodacqua. E’ apprezzabile infine che l’epilogo del disco sia affidato a una coppia di brani dal testo introspettivo, quasi un bilancio esistenziale (per quanto provvisorio, perché aspettiamo altri dischi eh…) che l’autore fa con se stesso. E se in Old Bus Station (bel titolo, contiene un’idea di America) lo fa col vigore della rhythm Telecaster di Roberto Bob Zisa – quasi un terzo polo ritmico a fianco di basso e batteria – nella closing track Fading preferisce un tono più accorato, consono al testo gravido di rimpianti per le cose non dette e per i sentimenti inespressi, che il dobro commosso di SirBone sembra voler confermare.

E così, in ossequio al titolo del pezzo di chiusura, svanisce dolcemente questo disco che, diciamolo, essendo sbucato in punta di piedi dai boschi, non ci aspettavamo di tale eccellenza. Complimenti quindi a Stefano SirBone Raggi e ai suoi Mountain Sailors e un plauso al produttore Fabio Ferraboschi e ad Antonio Boschi di AZ Blues che lo hanno reso possibile, oltre a sfoggiare cognomi perfettamente a tema.