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Made in Italy   cose di casa nostra

     


Christian Draghi
Black Roses & Hats
[Ultra Sound Record 2019]


File Under: Heavy songwriters

ultrasoundrecords.eu

di Nicola Gervasini

Era una consuetudine soprattutto negli anni zero che il frontman di formazioni dedite al metal anche più pesante uscisse dal gruppo per provare progetti solisti immersi nel folk e nella musica americana. Un modo come un alto per ribadire le proprie radici, e la comunione di intenti che hanno generi spesso visti come lontani e con un diverso pubblico di riferimento. Christian Draghi ha cavalcato i palchi italiani ed esteri per dieci anni con la metal-band Doctor Cyclops, ma per l’esordio solista ha scelto una iconografia da strade blu, come appare evidente fin dalla copertina. Lui parla di un omaggio ai songwriters degli anni 60 e 70, da Dylan a Cat Stevens, davvero molto ricordato fin dalla title-track che apre il disco, e di un’anima “vintage” che sappiamo benissimo essere ormai modernissima. Nel disco si alternano episodi di pura roots-music come You Never know, ballate come Freaking Out, o classiche cavalcate di marca sudista come Shadow of a Rose. Oppure episodi di classico songwriting west-coast alla James Taylor come Rest Of The Day, opportuni inserti di fiati jazz in Cherry Top offerti da Andres Villani e Claudio Perelli o una Memories impreziosita dal violino di Chiara Giacobbe. A chiudere la piano-song Here Comes The Rain, un lento anni 60 segnato dall’ hammond di Riccardo Maccabruni (When The Silcence Screams) e il riff hard rock di A Friend in A Bar. Oltre ai già citati, nel disco suonano alcuni nomi noti della scena roots/blues italiana, come Marco Rovino dei Mandolin Brothers, Paolo ‘Buddy Blues’ Leandri all’armonica o jazzisti come la sezione ritmica formata da Stefano Bertolotti e Roberto Re.


 


Hellm
Idols
[Rivertale Productions 2019]


File Under: lost for rock'n'roll

luca-milani.com

di Fabio Cerbone

Lost for rock’n’roll cantava Luca Milani, trascinato dalla sua passione per sogni, leggende e naturalmente idoli di questa musica, personaggi e relative colonne sonore che hanno scandito le tappe della nostra vita, di una crescita che in fondo non ha mai voluto chiudere i conti con la propria adolescenza. Idols, appunto, figure che ritornano in maniera quasi ossessiva nella scrittura rock romantica e dal taglio spesso nostalgico che accompagna i dischi di Milani, siano questi ultimi concepiti con i Glorious Homeless, come accadeva nel precedente Fireworks for Lonely Hearts, o nella nuova veste degli Hellm, dove lo stesso Luca Milani compie un passo indietro, condividendo in tutto e per tutto l'avventura insieme alla band, composta da Giacomo Comincini alla batteria, Federico Olivares alle chitarre e Riccardo Marchesi al basso. Nove brani, breve e dritto al punto come si conviene, Idols sposta leggermente il baricentro degli arrangiamenti, coinvolto da un tuffo nell’alternative rock anni 90 a cui fa riferimento: gli idoli sono le immagini sfuocate ma ancora vive di Kurt Cobain o di Scott Weiland, il suono è combattuto fra il mainstream dei Foo Fighters e il grunge rock da cui partì la scintilla, con brani immediati come Fun e Say Say Say, sferzate hard rock nel riff di The Pit, ballate elettriche e pulsanti come la stessa title track e quei tratti più “classici” e Americana che emergevano già agli esordi solisti con Sin Train, qui ribaditi da Whispered e da un’acustica Time Won’t Wait cantata in coppia con l’ospite Giulia Millanta. Mancano forse quelle melodie da ko e la spontaneità rock’n’roll che risaltava nei predecessori, qui più attenti a bilanciare sonorità dall'energico impatto.


     


Grand Drifter
Lost Spring Songs
[Sciopero/La Contorsionista 2018]


File Under: Listen to the Soul

facebook.com/GrandDrifter

di Nicola Gervasini

Esordio davvero interessante quello di Andrea Calvo, in arte Grand Drifter, uscito sul finire del 2018. Adepto della tradizione indie-folk degli anni 2000 e già membro degli Yo Yo Mundi, Grand Drifter miscela tutti i tipici ingredienti di quel mondo, vale a dire strumentazioni acustiche, atmosfere malinconiche a autunnali, e una voce spesso sussurrata, ma con una leggerezza pop (che ormai sappiamo bene essere un complimento) che rende queste canzoni di piacevolissimo ascolto. Si inizia in puro stile Elliott Smith con The Ballons’ Boy, seguito dal brioso indie-pop di Circus Day, giustamente scelto come singolo (con un video animato da Ivano A. Antonazzo), e a seguire la più sperimentale Closer Doesn’t Mean Near e alcuni riusciti mid-tempo tipicamente roots-rock come Human Noise, Flesh and Bones e Listen To The Soul. Silent Brother mette in evidenza la fisarmonica di Francesco Ghiazza, mentre Untitle Waltz cerca un ritmo più sperimentale alla Marc Ribot, fino al finale leggero con la fischiettata di The Way She KNows e la title-track. Prodotto dal leader degli Yo Yo Mundi Paolo Enrico Archetti Maestri (che ha coinvolto ovviamente tutta la band), l’album vede una folta schiera di collaboratori, tra cui Roberto Ghiazza e Fabrizio Racchi dei Knot Toulouse, il duo Cri + Sara Fou (Cristian Soldi e Sara Bronzoni), Michele Sarda (Neverwhere, New Adventures in Lo- fi) e tanti altri. Disco decisamente riuscito, forse proprio perché non pretende di cercare l’originalità a tutti i costi, ma semplicemente un pugno di buone canzoni.


 


Il Rumore della Tregua
Canzoni di festa
[Il Rumore della Tregua 2019]


File Under: Feste di piazza

ilrumoredellatregua.bandcamp.com

di Nicola Gervasini

Citano Nick Cave e il Dylan di Time Out Of Mind i milanesi Il Rumore Della Tregua per presentare il loro secondo album Canzoni della Festa, giusto per ribadire la loro appartenenza al lato più gotico di certa musica americana. Ma la loro musica è italianissima, già candidata quattro anni fa al Premio Tenco per la migliore opera prima, e qui protagonista del fatidico secondo album, in cui il cantante Federico Anelli e i suoi quattro soci (Andrea Schiocchet, Marco Torresan, Marco Cullorà e Marco Confalonieri) ancor più spingono sui toni più oscuri della loro ispirazione. Che nella scrittura resta comunque figlia del cantautorato italiano più classico alla De Andrè, ma sicuramente parente stretta di molta roots-music d’oltreoceano che vi proponiamo sulle nostre pagine. Dopo l’intro di Sant’Elena, parte infatti l’ipnotica Appeso, con la una slide-guitar in grande evidenza, mentre la successiva Bufalo ha un giro più blues. Ma le influenze sono varie, tanto che la più melodica I Cani dell’estate potrebbe anche appartenere ad una formazione di indie nostrano più recente, mentre Naira torna a una scrittura folk più classica, con Fango che addirittura sfocia in un ipnotico spoken-blues. E ancora, gli echi dei 16 Horsepower sentiti chiaramente in Danny Il Greco, la piano-song di Mercoledì di Festa e una Osso che potrebbe persino appartenere al De Gregori più tardo, completano un disco che rinverdisce la tradizione roots-folk italiana con testi decisamente vicini al modo di raccontare storie della letteratura americana più classica, e una buona produzione curata da Giuliano Dottori degli Amor Fou e dall’espertissimo Antonio Cooper Cupertino al mixaggio.