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Black Tail
You Can Dream It In Reverse
[MiaCameretta/Lady Sometimes 2020]


File Under: Call me indie

ladysometimes.bandcamp.com

di Nicola Gervasini

Se oggi si discute molto se abbia senso parlare ancora di “indie-rock” come di un genere ben definito, Cristiano Pizzuti, voce e chitarra dei Black Tail (trio composto anche dalla sezione ritmica di Roberto Bonfanti e Luca Cardone), sembra invece rivendicare con fierezza l’appartenenza a un movimento che anni fa rappresentava un’idea precisa. Da una parte il citare modelli chiari come Sparklehorse, Wilco, Teenage Funclub, fino anche ai più recenti Big Thief e War On Drugs, dall’altra il raccontare che l’idea del gruppo è nata nell’isolamento di un bosco dalle parti di Boston, con rimandi alla “mitologia indie” del cottage isolato di Bon Iver e dell’artista autosufficiente. E in più aggiungiamoci che per il loro terzo album, You Can Dream It In Reverse, hanno chiesto al tecnico del suono Filippo Strang di ricreare in studio l’atmosfera di una registrazione fatta nella propria camera da letto, rumori, fruscii e imperfezioni compresi, idea da cui deriva il nome della loro etichetta (MiaCameretta Records). Risultato che suona persino antico nel 2020, eppure quantomai suggestivo, fin dai due lunghi, eterei brani che aprono l’album (China Blue e Sequoia), prima che le chitarre jingle-jangle di Stars Colliding riportino la lancetta indietro di 30 anni. Come da grammatica di genere, la band spazia tra brani acustici e introspettivi (The Great Coimet of 1996), ballate di stampo più classico (la corale Sun) a momenti più elettrici (Not Ok). Interessante il finale con la suadente Late Summer che sorprende con le sue chitarre anni 50 quasi in stile Shadows, e la notevole Firecracker. Da seguire.


 


TUM
Take-off And Landing
[Moquette Records 2020]


File Under: Flying songs

tumplaysmusic.bandcamp.com

di Nicola Gervasini

TUM è il nickname artistico di Tommaso Vecchio, artista attivo già da anni come frontman dei milanesi Pocket Chestnut, ora lanciato in una nuova avventura solista. Take-off And Landing è il suo primo album, ed è nato durante una serie di viaggi che dall’India lo hanno portato in Thailandia, Marocco e altri paesi del mondo, durante i quali Vecchio ha combattuto la solitudine componendo brani con un ukulele, l’unico strumento trasportabile ovunque. Eppure, una volta tornato in studio, alle canzoni ha dato un taglio anche decisamente elettrico, per esempio quello della bella DarKer che apre il disco, così come le esplosioni elettriche di So Long o l’up-tempo di Take-Off. Molto particolare invece Bad Bad Thoughts, definibile come un arrabbiato indie-spoken, così come You+Me+Bubble Tea è un numero da perfetto folksinger che ricorda i primi passi di David Gray. Anche 23th april 2019 è fondamentalmente una country-song elettrica, mentre Little Escapes sembra quasi recuperare l’alt-country alla Uncle Tupelo, così come 10 Steps rende evidente l’eredità artistica di Conor Oberst alias Bright Eyes. Nonostante i testi da malinconica epopea solitaria, il disco è molto energico, e solo il finale Nothing Else To Do sembra una di quelle tristi cavalcate nell’anima di Mark Linkous/Sparklehorse. Registrato nell’arco di quattro anni tra viaggi e ripensamenti, Take-off And Landing si avvale di una serie di validi collaboratori come Galbusera e Simone Fratti al basso, il chitarrista Raffaele Bellan e i batteristi Pietro Gregori, Muddy Kotche Brambilla e Andrea Schiocchet. Un esordio più che promettente.


     


Riccardo Maccabruni
Fool's Band Live
[Riccardo Maccabruni 2020]


File Under: alive and well

makkablues.com

di Fabio Cerbone

La musica dal vivo ci manca come l’aria che respiriamo: quella nei club, nei palazzetti, nei teatri, quella sudata e dal contatto umano, che adesso ci appare quasi come un reato imperdonabile. Nel frattempo c’è chi decide di evocarla e restituirla con un piccolo gesto. Un’ora sul palco della Parrocchia del Blues di Salice Terme è quanto raccoglie Fool’s Band Live, iniziativa spontanea che coglie Riccardo Maccabruni e il suo gruppo di musicisti in una delle date finali di presentazione del suo bell’esordio solista, Waves. Pianista, fisarmonicista, autore e cantante, Maccabruni è da diverso tempo parte attiva dell’avventura Mandolin’ Brothers, tra le realtà più consolidate del roots rock italiano, ma sia all’interno di quella band sia per conto proprio ha potuto esprimere le sue qualità di songwriter, uno stile che in Fool’s Band Live amplifica l’attitudine naturale all’improvvisazione, alla jam settantesca e dagli accenti sudisti, unendo Allman Brothers e West Coast, ballate elettriche e rock delle radici. L’incisione è grezza ma efficace e il gruppo si immedesima nella libertà d’azione: None of Us parte combattiva sulle cadenze del southern rock, Waves si dilata, mentre Keep On e The Promise abbassano le luci con un agrodolce tono californiano, sempre prestando il destro alle chitarre di Francesco Montesanti e Marco Rovino. Se non bastasse il materiale originale a far capire da che parte tira l’aria, ci sono alcune cover a rincarare la dose: Rex’s Blues di Townes Van Zandt è la più imprevedibile per arrangiamento, con un beat che la trasforma in una specie di Not Fade Away texana; All Along the Watchtower (ospite l’armonica di Jimmy Ragazzon e alla voce solista Francesco Montesanti) ha swing ed energia per reggere nonostante le mille versioni ascoltate; ma sono i quasi dieci minuti di svolazzi e sventagliate southern di Whipping Post (Allman Brothers Band) nel finale a servire da ineccepibile manifesto musicale.

Per informazioni sul disco, disponibile in formato digitale: makkablues.com oppure alla mail makkablues@gmail.com


 


Frank Get
False Flag
[TM/ IRD 2019]


File Under: border rock songs


frankget.com

di Fabio Cerbone

Festeggia quarant’anni di musica Franco Ghietti, in arte Frank Get, rocker e autore triestino con una carriera intensa, che lo ha visto protagonista in progetti solisti ma anche all’interno di band dalla più variegata ispirazione. False Flag è il quarto capitolo a suo nome e segue di due anni il già interessante Gray Wolf, un percorso segnato dalla forte influenza della sua terra natale, fra Trieste e l’Istria, con racconti che scaruriscono dalla narrazione locale, dai luoghi di confine che da sempre caratterizzano le storie della gente che li ha vissuti. Non fanno eccezione qui The Great Deception e Freedom Republic, legati ai moti operai e popolari di San Giacomo a Trieste negli anni del nascente fascismo, o ancora i curiosi ritratti di Anton the Brewer (dedicata ad Anton Dreher, inventore della fermentazione “lager”), Trip to the Moon (per l’astronomo Johan Nepomuk Krieger, che mappò la luna) e The Story of Richard Francis Burton (esploratore e diplomatico). Questi brani si alternano ai ricordi delle radici famigliari in Marbourg Hills e What’s the Patriot, che ripercorrono la vita dei nonni di Frank Get, così come alla descrizione dei luoghi in Tramway’s Tales e The Lighthouse of Sadness. Valore incontestabile dunque da attribuire alla ricerca su testi e caratteri, accompagnati da una colonna sonora che oscilla tra tignose sferzate classic rock e sentori british blues e psichedelici che quando prendono il verso giusto (la stessa False Flag, ispirata al pensiero del grande linguista e filosofo Noam Chomsky) esaltano la formula del power trio (ma molti sono gli ospiti ad arrichire il piatto), sebbene qualche episodio soffra in fase di produzione (proprio la partenza con The Great Deception) o semplicemente si incagli in un rock’n’roll un po’ risaputo (Johnny’s Bunch). Curiosamente sono le ballate dal tono folk e romantico (Joy, oppure la più elettrica e stradaiola Last Day of Summer) a offrire più respiro al disco.