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Rusties
Dove osano i rapaci
[Tube Jam/ IRD 2017]

facebook.com/rustiesband

File Under: rock d'autore

di Fabio Cerbone (03/03/2017)

I contorni della vicenda artistica dei Rusties cominciano a farsi più chiari: chiudevamo la recensione del precedente Dalla polvere e dal fuoco con l'idea che ci fosse una imminente svolta nel percorso della band bergamasca, che quel disco, interamente composto da cover "tradotte" in lingua italiana, fosse un passaggio, una sorta di premessa ad una seconda parte della loro carriera. Dove osano i rapaci chiarisce il coraggioso salto dei Rusties attraverso undici episodi originali che scelgono definitivamente l'espressione del rock in lingua madre, rappresentando uno spartiacque nella loro produzione. Non è una cesura musicale, perché, come vedremo, tutte le caratteristiche sonore della band sono ancora presenti, così come sono evidenti le ispirazioni da cui attinge il sound del gruppo, ma il confronto con la scrittura in italiano sposta sensibilmente le forme e la struttura delle composizioni.

Nell'insieme pare che i Rusties siano riusciti a superare l'ostacolo con l'esperienza ormai ventennale della formazione, formata da Marco Grompi a Osvaldo Ardenghi, da qualche tempo stabilizzatasi nella line up a cinque con il basso di Fulvio Monieri, le tastiere di Massimo piccinelli e la batteria di Filippo Acquaviva. Le fondamenta sono ben salde nel rock imbizzarrito e rugginoso di Neil Young, da cui partirono come interpreti (e mai hanno abbandonato tale terreno, visto il recente spettacolo, fra canzone e recital, di 'Waterface', dedicato alla trilogia oscura dello Young di metà anni settanta), ma il presente è fatto di un rock dalla sensibilità civile e dai tratti introspettivi a seconda dei casi, che pesca a piene mani fra suggestioni lontane e completamente fuori moda rispetto alla stessa scena contemporanea.

Dove osano i rapaci
ha il merito insomma di non mimare l'indie rock incolore di oggi, ma di collegarsi semmai a una tradizione che fra canzone d'autore, blues dal sapore progressivo, divagazioni elettriche ed echi West Coast colloca i Rusties fra passato e presente. Lo si intuisce nel suono, che potremmo definire "classico" ma non per forza nostalgico, a cui il gruppo ha dato forma in Non Tornerà, Pezzo di carta o Non lontano molto tempo fa. C'è un gusto estetico e sonoro che affonda a piene mani in una precisa stagione musicale, ma c'è anche una parte lirica importante che mischia saracasmo pungente, disillusioni e speranze tradite di una generazione, nel fotografare la società italiana di oggi. A volte la lingua si fa teatrale, qualche rima appare un po' forzata, alcune immagini troppo sfumate, ma il connubio fra musica e parole regge il compito che si erano prefissati i Rusties, cominciando dal manifesto di Dove osano i rapaci, title track che ondeggia tra incalzanti chitarre bluesy, melodia rock settantesca e un avvolgente organo in sottofondo.

La novità è anche rappresentata dall'aspetto più corale dell'album, con le voci di Osvaldo Ardenghi e Fulvio Monieri protagoniste al fianco di Marco Grompi, in un avvicendamento di interpretazioni, che non abbandona certo gli echi familiari dell'amata West Coast di un David Crosby (Come Planare, Eclissi, il finale con Magari un motivo) e naturalmente del padre putativo Neil Young (palese in Queste tracce), ma si apre ai tratti d'autore di Un uomo onesto e persino a trame pop beatlesiane (un'impressione dettata da quella chitarra "alla George Harrison" in apertura) in Spirituale. La produzione tiene insieme il tutto rispettando le qualità delle canzoni e lasciando il doveroso spazio alle improvvisazioni strumentali dei Rusties, una band che per sua natura, nella dimensione dal vivo, riuscirà ad ampliare ulteriormente le sensazioni del disco.