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  Rawstars
Rawstars
[Route 61 Music 2022]

Sulla rete: route61music.com

File Under: Californian rock dreams


di Fabio Cerbone (05/08/2021)

C’è molto più cielo che terra nella foto di copertina che scelgono i Rawstars per presentarsi ufficialmente con il loro omonimo esordio, e tutto finisce per riflettersi anche nella loro musica, un rock arioso di chiara ispirazione californiana che fin dal principio (il dittico di Sometime e Watching the Show) decide di mediare fra elettricità e melodia. Il quartetto romano ha una lunga incubazione prima di giungere a questo album, una storia che corre parallela alle canzoni di Francesco Lucarelli, principale autore e voce nel gruppo, che dopo un’esperienza solista con la pubblicazione di Find the Light (sempre per Route 61) nel 2010, si ritrova sul palco insieme alla sezione ritmica formata da Fabrizio Settimi (basso) e Marco Molino (batteria) e alle chitarre soliste di Marco Valerio Cecilia.

Impegni personali, amicizie artistiche da coltivare, forse soltanto il momento giusto da cogliere, fatto sta che arriviamo al 2022 per conoscerli da vicino con questo Rawstars, undici brani anticipati dal singolo Don’t Lock Me Down, un incalzante rock da strada maestra palesemente ispirato nel testo al primo duro periodo della pandemia, che ha visto anche la creazione di un simbolico video curato insieme al creativo Maxo Ruggiero. L’esperienza accumulata, la cura nel cesellare melodie e arrangiamenti, l’attesa per la costruzione del debutto hanno avuto certamente un effetto sulla qualità della produzione (curata dallo stesso Lucerelli insieme a Marco Valerio Cecilia nel mixaggio), nonché aggiunto la possibilità di coinvolgere presenze internazionali importanti, come il ben noto collaboratore di David Crosby, Jeff Pevar, centrale con la sua slide guitar nella citata Don’t Lock Me Down, l’organista Mike Finnigan (scomparso nel 2021, per anni nell’entourage di Crosby Stills and Nash), il pianista Jeff Young (già alla corte di Jackson Browne) e non ultimo Greg Leisz, apprezzato polistrumetista (qui alla pedal steel) che ha lavorato con una miriade di nomi dell’area roots e folk americana.

Un rapido sguardo ai nomi citati e la foto di famiglia dei Rawstars si fa sempre più nitida: la stagione della West Coast dei seventies entra nella stanza attraverso i contorni elettro-acustici e l’attenzione alle armonie vocali in Faster than the Light e Let me Take You Higher (in coda alla canzone una bella citazione di Dear Prudence dei Beatles), con i profumi da Laurel Canyon di Fly Someday, e ancora con l’eleganza del dialogo fra chitarre e tromba (Giovanni di Cosimo) nel finale di How Could I Have Been so Blind? Sono anche gli episodi in cui l’espressività interpretativa di Lucarelli trova il terreno più agile per il suo songwriting, da altre parti trascinato invece in spirali elettriche, a volte sorrette con convinzione dall’intreccio creato dalla band con chitarre e tastiere (Paper Girl), altre meno efficaci nei prevedibili toni rock blues (Summer Night Blues) e persino nel mordere il freno con l’attitudine hard rock di Follow You.

Senza troppi misteri sui loro modelli di riferimento ma cercando una personalità propria, i Rawstars sono in cerca del giusto equilibrio fra quel cielo e quella terra rappresentati nella cover.