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Cheap Wine
Dreams
[Cheap Wine/ IRD 2017]

cheapwine.net

File Under: still got dreams

di Fabio Cerbone (19/10/2017)

Ci sono vent'anni alle spalle e una bella storia di resistenza sulla linea di un rock'n'roll senza compromessi per i Cheap Wine: non è un dato trascurabile per chi ha scelto, come la band pesarese, di stare dalla parte delle proprie passioni, fedele a un'idea che certo non gli ha portato guadagni facili e prime pagine. Per questo ed altri motivi li abbiamo sempre seguiti con attenzione nel loro percorso. Dreams è in fondo un'altra delle possibili declinazioni dei Cheap Wine, che in una dozzina di album, in studio e dal vivo, hanno saputo tenere il punto eppure evolversi, provare strade elettriche e acustiche, spostare leggermente il proprio sound senza mai snaturarne l'essenza. In questo senso l'ultimo arrivato è al tempo stesso una sorpresa e una conferma per chi li aveva osservati nel passaggio da Based on Lies a Beggar Town, fino al singolare live Mary and the Fairy.

Non a caso Dreams giunge al culmine di una trilogia, come afferma lo stesso gruppo nel presentare il disco: dai luogi oscuri e dalla crisi alla ricerca di una nuova prospettiva fino al desiderio di rinascita e futuro che contengono i testi di queste dieci canzoni, riflesse anche nei colori accesi e psichedelici della copertina. Nato dal basso, con una campagna di crowfunding da parte di molti estimatori della band, Dreams sorprende per il suono più languido e orientato alla ballata, per l'assenza di quella tipica asprezza lanciata in fughe chitarristiche, per la presenza più visibile delle tastiere di Alessio Raffaelli dentro la struttura degli arrangiamenti, ma ribadisce anche che c'è un filo rosso che lega questo lavoro ai suoi predecessori. Certamente è un album che richiede tempo per entrare nel suo mood più dilatato, e non tragga in inganno la partenza carica di pulsioni rock stradaiole di Full of Glow.

L'organo dai contorni psichedelici di Naked e l'intreccio con le chitarre dal passo Crazy Horse portano già in un'altra direzione, quella più ostentata nell'intero Dreams: in un certo senso è quasi un ritorno alle radici di partenza, al Paisley Underground e alla neo-psichedelia dei Green on Red a cui i Cheap Wine hanno "rubato" il nome, ma nel tentativo di leggere la trama musicale potremmo anche scomodare le timbriche dei Doors in The Wise Man's Finger, persino alcune tentazioni progressive nelle melodie e negli arpeggi "pinkfloydiani" di Reflections, una delle ballate più personali che i Cheap Wine abbiano mai scritto. In realtà la formazione di Marco e Michele Diamantini non ha bisogno di questi richiami per esprimere la sua personalità, matura e riconoscibile dopo tutto questo tempo on the road.

Ciò nonostante colpisce che il viaggio di Dreams non si accontenti di ripetere forme collaudate, ma cerchi di mettere alla prova il suono dei Cheap Wine stessi alla luce delle liriche di Marco Diamantini, sempre piene zeppe di metafore, immagini vivide, sogni per l'appunto. Questo anche a costo di compiere a volte qualche giro a vuoto: Cradling My Mind appare un po' irrisolta nella sua semplice trama acustica, e così I Wish I Were the Rainbow sembra non sollevarsi, cullando un dolce arpeggio che svanisce piano piano all'orizzonte. A bilanciare sull'altro piatto ci sono tuttavia le sferzate livide di una trascinante Bad Crumbs and Pats on the Back, il risveglio dopo la confusione e i "giorni stravaganti" raccontati dai Cheap Wine, rock a tinte noir che si affianca alla scura For the Brave, ode per i coraggiosi che vogliono andare incontro alla libertà dopo la tempesta, persino riconoscersi negli affetti familiari più semplici, fulcro tematico di questo disco che giustamente si conclude con la title track, una Dreams che in sette minuti distende il talkin' profondo e riservato della voce di Marco Diamantini affiancata dalla mite delicatezza di un semplice riff di tastiere.