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  Gigowatt
Rock'n'Roll in the Country
[Gigowatt 2021]

Sulla rete: facebook.com/gigowattband

File Under: rock'n'roots revisited


di Fabio Cerbone (12/09/2021)

Molto è svelato già nel titolo di questo Rock’n’Roll in the Country, che sul dialogo e le dinamiche fra tradizione ed elettricità, fra roots music e rock poggia le basi per i dieci brani originali firmati da Paolo Roberto Pianezza, voce e chitarra alla guida del trio. Nati nel 2017 a Bologna dall’incontro fra musicisti di diversa esperienza ed estrazione musicale - il bassista Mattia Bigi con un curriculum nel mondo del metal e pop italiano (dagli Extrema a Biagio Antonacci, un bel salto) e il batterista Tommy Ruggero con studi negli States e collaborazioni con artisti africani - i Gigowatt evocano potenza nel nome (che deve qualcosa al Doc di Ritorno al futuro), ma negli abiti di copertina (e nei video realizzati per accompagnare i primi singoli) chiariscono la loro propensione per un suono che rispetti i classici e l’America più iconografica.

Pianezza lo abbiamo incontrato di recente anche alla guida del Lovesick Duo e se in quel caso l’attitudine era vintage, immersa nell’evocazione degli spiriti degli anni Cinquanta, alla ricerca delle fondamenta dell’american music, in questa occasione alla ricetta musicale del trio si aggiunge una certa spavalderia figlia del southern rock, del blues elettrico di marca texana, nonché tonnellate di rockabilly ripassato nella padella di Chuck Berry e messo a contatto con un arrangaimenti più sbarazzini, annunciati dalla stessa title track, galoppante brano che ha l’onere e l’onore di aprire le danze.

Disco che fa del divertimento e dell’intesa fra i musicisti il suo punto di forza, Rock’n’Roll in the Country ha il pregio di mettere sul piatto materiale scritto di proprio pugno, senza cacciarsi in un angolo con l’ennesima rivisitazione di qualche standard, sebbene nella sua scaletta non ci siano particolari intuizioni. L’intento semmai sembra quello di preparare il terreno per un’esibizione dal vivo, dove l’esuberanza di Don’t Even Think About It ed End of the World, il carico di swing e shuffle che emerge in You Might See Better Too e Baby I’m Ready o ancora le sferzate sudiste di I Do Believe We’re Through avranno terreno facile per prendere il largo. In studio si bada piuttosto a mediare fra energia e cura dei dettagli, concedendosi anche un paio di “pause” nella forma della ballata un po’ retro in New York City Wind, con un buon uso delle voci, e nell’ondeggiare country di Nothing Seems so Important, dove entra in gioco anche una steel guitar.