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Made in Italy   cose di casa nostra

     


Sunday Morning
Four
[Bronson Recordings 2019]


File Under: space americana

sundaymorning1.bandcamp.com

di Fabio Cerbone

È un sound dilatato, liquido nella stesura delle melodie “americane”, quello che guida le ballate dei cenesati Sunday Morning. Four, come intende esplicitamente il titolo, è il quarto capitolo di una storia che ha avuto più ripartenze e cambi di rotta, assestata a partire dal 2015 grazie alla pubblicazione di Instant Lovers e rinnovata un anno dopo con Let It Burn e il legame discografico con Bronson Recordings, l’etichetta collegata al famoso circolo musicale ravennate. La svolta e potremmo dire la piena maturità degli arrangiamenti che emerge in Four giunge dopo l’esperienza di Andrea Cola (voce, chitarre, tastiere) presso gli studi Esplanade di New Orleans, a carpire i segreti di un maestro come Daniel Lanois. La concezione folk rock che si espande nell’apertura manifesto di If I Go, nella pianistica e settantesca Dreamer, fra la dolciastra armonia di May Your Heart ha certamente fatto tesoro di quell’incontro, ma il merito è tutto del quartetto, completato da Luca Galassi alle chitarre, Federico Guardigni alla batteria e Jacopo Casadei al basso. Colpisce il mood sognante dei brani e la raffinata cesellatura delle melodie, con implicazioni soul, complice anche il ruolo spesso decisivo del piano, capace di affondare nella tradizione, di farsi rock da epica della strada in Broken Arms e Lovers, quasi sudista in Tree, salvo non dimenticare la lezione di rinnovamento di quei suoni operata da band come National e War on Drugs (Power, oppure il mix di acustico e sintetico nel finale di The Boy Beside the Flame), mentre l’accorata intepretazione di Prove It sembra trasportare i Wilco in terra d’Albione.


 


Ruben Minuto
Think of Paradise
[RecLab Studios 2019]


File Under: country rock, southern rock

facebook.com/ruben.minuto

di Fabio Cerbone

Con le difficoltà che riconosciamo a tutti quei coraggiosi (e di talento) musicisti italiani che hanno scelto una strada artistica in salita, anche Ruben Minuto, cinquantenne chitarrista milanese, già nei progetti Mr. Saturday Night Special e No Rolling Back, si riaffaccia con un disco solista dopo parecchi anni, passati comunque a suonare in giro, spesso facendosi conoscere al fianco di artisti americani, accompagnati in tour dalle nostre parti. Cresciuto fra i linguaggi del blues, del country e del southern rock, arrivato a farsi apprezzare nei festival americani e dalla stampa di Chicago, Minuto è uno strumentista (anche banjo e basso in questo disco) e autore che pensa, scrive e canta con l’idea di american roots music nella testa e nelle dita, annullando il divario con i modelli di riferimento. Se dovessimo imputare qualche leggero difetto al qui presente Think of Paradise sarebbe semmai una voce, ad ogni modo grintosa e credibile fin dall’apertura con If You’re Strong, a tratti poco malleabile (ne soffrono un po’ I Forgot How to Sip e The Wind Blew), e magari una produzione qualche volta troppo artigianale. Certamente non avremmo dubbi sulla tenuta musicale di un disco che si fa apprezzare soprattutto nei suoi momenti più dilatati, nei toni ariosi fra country rock e ballata west coast che si imprimono nella stessa title track, in Bringing Light and Sorrow e Be Alive, con testi soprendentemente riflessivi, mentre al grezzo impasto elettrico di Credit To Your Rind e My Evil Twin è riservato il vivace passo southern rock che alimenta il sound della band (con Riccardo Maccabruni al piano, Luca Crippa alla lap steel e chitarre e la partecipazione di lar Premoli all’organo Hammond).


     


Alberto De Gara
Still in Time
[Cusa Rec. 2019]


File Under: folk rock d'autore

albertodegara.com

di Fabio Cerbone

Definisce le sue canzoni come quadri, le immaginiamo allora come colpi di pennello che fermano un momento, un’emozione umana, costruendo un’atmosfera spesso raccolta ed elegante. Ci andiamo davvero vicino e non possiamo non dare ragione ad Alberto De Gara, che in Still in Time conferma le buone impressioni già suscitate con l’esordio solista Deeper. Non essendo un ragazzino, con una trafila di esperienze in cover band locali e progetti vari che ne hanno affinato la passione per certi suoni d’oltreoceano, De Gara arriva strutturato e preciso alla cesellatura delle sue ballate, in gran parte arrangiate con la perfetta mediazione fra semplicità e gusto musicale d’autore. La base è spesso acustica, un lieve candore folk in Talkin’ About You, Hear my Prayer, sentimentale al punto giusto in Like Never Before, che si apre però anche alle carezze di una ballata rock dall’anima West Coast (Please Stay) e con potenzialità pop non indifferenti (la bella Annie J, forse il gioiello dell’intera raccolta). Niente trucchi, una voce ancora una volta confidenziale, dal tocco di velluto, che scende in profondità con lo scuro folk rock di Behind You Deep Eyes, Blue e leviga la superficie del blues e del funky con il pulsare di Great News (altro bel colpo assestato) ed Every Time I Taste Your Love, accompagnata da fiati e ritimiche più groovy. Dolcezza e passione, come dice lo stesso De Gara, e Still in Time, anche al netto di risultare qualche volta troppo “impostato”, ne è una bella dimostrazione.


 


Daniele Marini
Questa non è Nashville
[C&M Recorfonic 2018]


File Under: italian country way

facebook.com/danielemariniofficial

di Fabio Cerbone

Questa non è Nashville, proprio così, ma pur sempre la capitale d’Italia, Roma, che una sua scena folk l’ha sbadierata fin dagli anni settanta. Daniele Marini è un autentico outsider persino in quel contesto: cuore e anima del cantautore romano battono infatti per le strade polverose d’America e per un suono country purissimo che si sporca di honky tonk elettrico e con un po’ di Texas che scorre nelle vene. Il suo album d’esordio è una curiosa anomalia e tutto sommato un gesto di tenacia, anche al netto delle inevitabili ingenuità e imperfezioni ancora da assestare in questo matrimonio musicale. Se i suoni e le atmosfere sono quelli distanti di una prateria americana, perché non provare a tradurli nel linguaggio schietto del dialetto romano? Daniele Marini va a prendere i versi da ciò che trova in casa, nel suo quartiere e nell’esperienza di vita personale (la stessa title track), non ci prova neppure a riprodurre la cadenza inglese e semmai traduce Women di Jamey Johnson in Donne, reinterpreta l’intensa ballata Barabba di Jason Eady e si cimenta con un classico di Randy Travis (On the Other Hand), che qui si trasforma nell’ironia di D’artra parte. Marini si aggrappa a un sound brusco e sincero e anche nei brani autografi gioca con un fatalismo alla Trilussa, che si traduce nel country rock da anti-casta politica di Je Frega Assai o nell’amara Nessun Messaggio. La cornice di pedal steel, dobro, banjo e una seconda voce femminile offerta dalla band (un quartetto) e dagli ospiti completa questa dichiarazione d’affetto con annessa ricerca filologica sulla country music.