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Lucinda Williams
Southern Soul
From Memphis to Muscle Shoals and More

[Highway 20/ Goodfellas 2021]

Sulla rete: lucindawilliams.com

File Under: southern soul & roots


di Paolo Baiotti (02/08/2021)

Durante il lockdown Lucinda Williams ha registrato una serie di concerti tematici senza pubblico trasmessi in streaming dal Room & Board Studio di Nashville, aiutando con parte del ricavato i locali musicali indipendenti. Con il titolo di Lu’s Jukebox sono stati omaggiati tre artisti (Tom Petty, Bob Dylan e Rolling Stones) e tre generi (christmas, country e southern soul). Questo è il secondo volume pubblicato anche in formato fisico (cd e vinile) dopo l’omaggio a Tom Petty.

E’ inevitabile che la voce di Lucinda abbia perso forza, pulizia e duttilità rispetto al passato: per capirlo basta paragonare la versione dell’unico pezzo autografo, Still I Long For Your Kiss, rispetto alla versione originale di Car Wheels On A Gravel Road. Tuttavia in questo tributo la Williams riesce a cavarsela egregiamente, interpretando con la giusta dose di pigrizia e di abbandono da matura ragazza del sud alcuni brani che sono dei veri e propri classici del southern soul, un genere nato dalla fusione di blues, country e rock and roll, con l’aggiunta di una forte influenza gospel, di cui sono stati interpreti icone come Otis Redding, Bobby “Blue” Bland, Rufus Thomas, pubblicato principalmente da etichette di Memphis (Stax, Hi Records, Goldwax), senza dimenticare l’influenza dei Muscle Shoals Studios dell’Alabama.

Lucinda riprende dieci brani usciti come singoli negli anni Sessanta e Settanta a partire da Games People Play di Joe South leggermente indurita dalle chitarre di Stuart Mathis e Joshua Grange, che la accompagnano unitamente alla batteria di Fred Eltringham e al basso di Steve Mackey. You’ll Lose a Good Thing, top ten del ’62 di Barbara Lynn accentua la pigrizia dell’originale, non potendo competere dal punto di vista vocale, mentre Ode To Billie Joe (n.1 nel ’67) è più cupa della magnifica versione di Bobbie Gentry e priva di archi. Non tutte le esecuzioni sono riuscite: I Can’t Stand The Rain ha una certa durezza e rigidità anche nella voce e It Tears Me Up è vocalmente un po’ faticosa. Convincono di più le ballate Misty Blue, essenziale rispetto alle patinate versioni dei sixties, Main Street Mission rallentata e asciugata dalle influenze gospel e You Don’t Miss Your Water. Nella parte finale, oltre all’unico brano autografo citato in precedenza, Rainy Night In Georgia di Tony Joe White, hit di Brook Benton nel ’70 e ripresa da innumerevoli artisti, ha la giusta dose di indolenza, mentre Take Me To The River di Al Green è rallentata e indurita dalla batteria cadenzata e dalle chitarre che si lasciano andare nella coda strumentale confermando il loro ruolo centrale.

Southern Soul è l’omaggio di un’artista a uno dei generi con i quali è cresciuta, un’aggiunta forse non indispensabile a una discografia corposa e di alto livello, ma che non mi sento di definire superflua.


    

 

 

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