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Pneumonia   tributes & live records

 

Steve Wynn
The EMusic Singles Collection
[Wouldn't Wasre Records 2018]

Up There: Home Recordings 2000 To 2008 [Short Run 2018]

Chris Cacavas
Love's Been Re- Discontinued
[Wouldn't Wasre Records 2018]

An Acoustic Evening With Chris Cacavas: Live In Italy [Route 61 2018]

stevewynn.net
route61music.com

File Under: Conspiracy of the heart

di Gianfranco Callieri (07/12/2018)

Sia Steve Wynn sia Chris Cacavas, il primo ex-leader dei Dream Syndicate, detentore di una prolifica carriera solista nonché fiancheggiatore di decine e decine di esperienze collaterali e il secondo organista indimenticabile dei Green On Red, anch'egli depositario di numerosi dischi da titolare prima di un lungo e immeritato silenzio, si sono tolti la soddisfazione, nell'ultimo biennio, di riesumare la ragione sociale del "sindacato del sogno" (nella cui rinnovata formazione Wynn ha voluto inserire le tastiere di Cacavas, benché questi non facesse parte dell'organico originario) e di riempire, tramite la suddetta sigla, locali dalla capienza fino a pochi tempi proibitiva per entrambi. Per carità, essendo noi tutti adulti e immuni alla nostalgia (o quasi), non troveremo nulla da dire circa la scelta repentina di riaprire i conti col passato e capitalizzare sui ricordi di una platea ancora affezionata ai ricordi del cosiddetto "Paisley Undergound" (quando la psichedelia febbrile e rockista di Wynn e soci poteva passare per una "nuova" incarnazione del rock anziché per un omaggio alle sue stagioni eroiche), soprattutto se nel farlo si sfoderano opere energiche e convincenti come How Did I Find Myself Here?, l'album col quale, giusto lo scorso anno, i riformati Dream Syndicate sbancarono le classifiche delle riviste di mezzo mondo.

È curioso però constatare come, spogliati di quell'intestazione foriera di rievocazioni e memorie, tutti e due i personaggi appaiano ridimensionati al rango appartenutogli ormai da due decenni a questi parte, e cioè quello di intrattenitori senz'altro in possesso di un repertorio invidiabile e nondimeno destinati a nient'altro che stuzzicare, sera dopo sera, il senso di appartenenza dei più irriducibili tra i reduci di un periodo glorioso sebbene morto e sepolto. Per ironia della sorte, mi è capitato di vedere (credo per la cinquantesima volta) Steve Wynn in veste solista, prima della resurrezione dei Dream Syndicate, davanti a una ventina di persone, poi di trovarmi in mezzo a mille spettatori circa per ciascuna delle date del Sindacato cui ho assistito tra il 2017 e il 2018, e infine di recuperare il mattatore e il tastierista di quello stesso gruppo, stavolta impegnati in un giro di concerti nel formato del duo, di nuovo applauditi da una cinquantina di persone. È un segno dei tempi, non c'è dubbio: avvilente per quanto riguarda la manifesta impossibilità di generare interesse e partecipazione al di fuori della logica consumista, corrosiva e sfibrante dei cosiddetti "eventi", rassicurante nel momento in cui permette di assaporare senza filtri o barriere il lavoro più autentico di musicisti cui stoffa, classe e un rispetto assoluto verso il pubblico (a prescindere dalle sue dimensioni) non hanno mai fatto difetto.

Sulla coerenza, l'ostinazione e l'incrollabile entusiasmo di Steve Wynn, nulla da dire: benché non abbia mai raggiunto consensi oceanici, in molti farebbero carte false per averne scritto le (centinaia) di canzoni indimenticabili. Solo, al di fuori del lavoro di gruppo soffre, appunto, l'eccesso di prolificità, un'ipertrofia della scrittura tale da disperderne l'ispirazione in troppe esibizioni di mestiere ormai estranee a qualsiasi scintilla d'ispirazione. Prova ne sia lo zoppicante Up There: Home Recordings 2000 To 2008, antologia di rarità e brani registrati nello studio casalingo di Manhattan reperibile ai suoi concerti (malgrado la tiratura dichiarata di 1000 copie) da una decina d'anni: un'accozzaglia di abbozzi e divagazioni dove la tipica formula del nostro, incentrata sull'intreccio tra aggressive ritmiche garage, sospensioni folk-rock e repentine fiammate punk, mostra una corda resa ancor più sfilacciata da una serie di rivisitazioni poco indovinate (pessimi il Townes Van Zandt di Lungs o il Nick Lowe di The Truth Drug, molto più sentito il malinconico Gene Clark di Tomorrow Is A Long Ways Away). In mezzo a brani scartati da album non proprio riuscitissimi, fino a perdere i sensi in una Sleeps With Angels (Neil Young) riletta alla maniera dei Devo più decerebrati, Wynn sembra di continuo alla ricerca d'una personalità liquefatta in un inistente distrarsi fra pop-rock dozzinale (Second Best, Wait Until You Get To Know Me) e parentesi rootsy se non altro sorrette dal dono della grinta (The Good Old Days, Bruises), col risultato di mettere insieme tredici frammenti rispetto ai quali anche l'estimatore più accanito faticherebbe a garantire un secondo ascolto.

Molto meglio il parallelo The EMusic Singles Collection, in origine uscito nel 2001, a testimonianza di un anno speso caricando (mese dopo mese) una dozzina di brani diversi su apposito podcast digitale, e oggi ristampato dalla danese Wouldn't Waste Records: qui, stimolata dalla collaborazione con amici e colleghi, la scrittura di Wynn dimostra di saper ritrovare, se non lo smalto dei giorni migliori, una dimensione visionaria e rockinrollista, umoristica e lisergica di recente elaborata con maggiore difficoltà. La chitarra acida di Chris Brokaw sul blues-rock dissonante di Strange New World, i duetti folkie con Johnette Napolitano e Barbara Manning rispettivamente su Last House On The Right e The Way I See Right Now, lo squadrato rock tradizionalista di Milky White (con lo zampino Eric Ambel) e soprattutto i sanguinari e lancinanti assoli di Richard Lloyd (Television) sulla cavalcata psych-folk di una Melinda tra Jimi Hendrix e il CBGB's non saranno indispensabili, e a dirla tutta il livello qualitativo decresce con il trascorrere dei mesi, ma riconciliano con la statura di uno Steve Wynn finalmente senza nulla da dimostrare, soddisfatto di potersi divertire con chi ne assecondi suggestioni e predilezioni.

Vale invece il discorso inverso per lo schivo Chris Cacavas, defilato ai tempi dei Green On Red, mai apprezzato fino in fondo, nemmeno dalla critica, durante un percorso solista che avrebbe meritato tutt'altra attenzione, soprattutto nei pressi di dischi strepitosi come Pale Blonde Hell (1994) e New Improved Pain (1995) o di un vero e proprio capolavoro quale Anonymous (1997), tutte opere da classificare senza esitazioni nel novero delle cose migliori scaturite durante il decennio di appartenenza. Love's Been Re-Discontinued (2013), seconda parte del dittico quattro anni prima inaugurato dal più sperimentale gemello Love's Been Discontinued, è stato ristampato dalla solita Wouldn't Waste permettendo di gettare nuova luce sul talento puro e inconfondibile di un cantautore in grado di sovrapporre gli incantesimi di Jim Morrison, le ballate elettroacustiche della California country-rock e le esplosioni di rumore di Neil Young sempre mantenendo una cifra lirica di assoluta originalità. Riprendendo brani rimasti fuori dal predecessore e ritoccandoli aggiungendo solo una scarna, minimale sezione ritmica, Cacavas oscilla tra le pulsazioni incendiarie di We Are History, Strand By Strand e The Stage, e la dolente ipnosi di Disarray, uno dei vertici della sua arte compositiva, calata in un'atmosfera di decadenza esistenziale in cui si avverte l'eco delle meditazioni oniriche di David Crosby e il ricordo delle sfuriate elettriche dei Crazy Horse. Dopo questo disco, il musicista realizza nello stesso un album a quattro mani con Edward Abbiati (Me & The Devil) per poi sprofondare in uno stato di apatia dal quale, complici le peripezie sentimentali descritte per filo e per segno nei lavori del 2009 e del 2013, si risveglierà soltanto in concomitanza con l'invito a fare ingresso nella nuova formazione dei Dream Syndicate.

Il Chris Cacavas del 2018 si dice pronto a rimettersi in gioco e speriamo davvero sia così, perché l'autore cui la rassegna dal vivo di An Acoustic Evening With Chris Cacavas: Live In Italy, anch'esso inciso nel 2013 (in quel di Pavia) ma pubblicato solo cinque anni dopo grazie alla determinazione della Route 61 di Ermanno Labianca, concede una seconda e meritata opportunità, si dimostra in grado di avvincere la platea persino in assenza di un accompagnamento più corposo, dosando altresì con grande equilibrio il folk-rock rarefatto di Driving Misery e Better Days, il lugubre sortilegio psichedelico di Disappear e il blues catalettico di In The Woods, le meditazioni cosmiche di California (Into The Ocean) e la spettrale disperazione di Anonymous. Tra concessioni alla classicità del rock (si ascolti l'impeccabile Lipstick Sunset noleggiata da John Hiatt) e furenti invettive younghiane (Set 'Em Down), spicca la parafrasi per pianoforte ubriaco di una travolgente Pale Blonde Hell, tutte dimostrazioni probanti, peraltro, di quanto Cacavas sapesse fondere riflessioni slowcore e ballate autunnali di stampo folk con estrema coerenza di stile. Sa farlo ancora, a quanto sembra, e sa farlo senza scadere nel passatismo o nell'autocelebrazione.

Tanto basta, in fondo, per desiderare di pagare l'ennesimo tributo all'integrità di artisti come Chris Cacavas e Steve Wynn: a volte discutibili, come capita a chiunque, ma mai succubi della propria zona di conforto e, cosa più importante, ancora in grado di ricavare dignità e interesse dalla loro inesauribile passione.


    

 

 

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