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Joe Strummer
001
[Ignition records 2018]

joestrummer.com

File Under: rebel rock

di Marco Denti (29/11/2018)

Si capisce che ricostruire un'identità complessa come quella di Joe Strummer resti una missione impossibile. Si troveranno parentesi di ogni forma, divagazioni, variazioni lunatiche, varchi temporali e una moltitudine di prospettive, spesso contrastanti. Non era uno facile, d'accordo, ma su questa retrospettiva di Joe Strummer, che spazia in tutte le rock'n'roll band in cui ha militato (tranne una) andrebbe messo un avviso importante. Qui i Clash non ci sono. Ci sono i 101ers, ci sono i Pogues, ci sono i Mescaleros, c'è Johnny Cash (e con lui, lo spirito di Bob Marley in Redemption Song), c'è Jimmy Cliff (in Over The Border), ma gli unici, fragili indizi che riportano ai Clash sono una primordiale versione di This Is England (Czechoslovak Song/Where Is England, tra l'altro molto meglio di quella uscita su Cut The Crap, e già stiamo parlando di rimasugli), la riscrittura di London Is Burning e US North, frutto di una collaborazione con Mick Jones. Troppo poco. L'assenza delle canzoni scritte per e con i Clash sa di rimozione. Erano scomodi, urticanti, ed erano forti. Davano fastidio, tanto vale nasconderli sotto il tappeto o venderli al miglior offerente.

Non succede soltanto in 001. Per dire, in "The Label", la voluminosa storia della Columbia di Gary Marmorstein sono riportati in quattro righe scarse e solo per ricordare la genesi dell'impianto grafico di Give 'Em Enough Rope e la collaborazione con Allen Ginsberg, come se fossero dei corpi estranei. Trovare una collocazione a Joe Strummer pare ancora più difficile perché come scriveva Charles Shaar Murray: "La contraddizione di fondo dei Clash era, tutto sommato, una contraddizione che affondava nel cuore di Joe Strummer. Voleva che la sua band fosse l'esperienza più grande, la più luminosa, potente, folle e intensa della storia del rock'n'roll. Ma allo stesso tempo voleva che i Clash dessero voce agli oppressi di tutto il mondo, che fossero una forza positiva". Eh, sì. Un'antologia di Joe Strummer senza l'ombra dei Clash. Può essere, viviamo in un mondo malato. Lost In The Supermarket. Parentesi doverosa, necessaria. I Clash saranno comunque e ancora l'espressione migliore del nome che si sono scelti. Non si sono nemmeno mai discostati troppo dall'epifania raccontata da Dick Hebdige in Sottocultura: "Al Rainbow Theatre nel maggio 1977 quando i Clash suonarono White Riot, le sedie furono strappate dal pavimento e lanciate sul palco. Nel frattempo ogni spettacolo, per quanto apocalittico, offriva una prova palpabile che le cose potevano cambiare, che stavano effettivamente cambiando".

Basta essere motivati, evidentemente, per generare una forma incontrollabile di disturbo della quiete pubblica, e in quello non sono cambiati, anche se le risse sono scemate e le loro canzoni sono state fagocitate dalla pubblicità. Sono rimasti un gruppo disordinato, la rock'n'roll band contro il passato e verso il futuro, il presente interpretato dalle chitarre, un mal di testa per tutti, inafferrabili e rumorosi, contraddittori e controversi, fuori posto perché non ci sono molti posti dove stare, incazzati con l'America e innamorati dell'America, ribelli consumati e imperturbabili modelli, voci dell'underworld e rock'n'roll star stipate in una Cadillac. Avevano lo "spirito e la coscienza" scriveva Greil Marcus e dei Clash, e pazienza se i loro obiettivi potevano "sembrare assurdamente ingenui e utopistici". Figurarsi, sono ancora quelli che Joe Strummer, in persona, definiva così: "Penso che la gente debba sapere che noi dei Clash siamo antifascisti, contro la violenza, siamo antirazzisti e per la creatività. Noi siamo contro l'ignoranza". Non che fosse all'oscuro della sua condizione ed era anche riuscita a collocarla in prospettiva all'essere ancora un membro dei Clash. Sì, perché, per quanto rimossi, per la burocrazia della Columbia non si sono mai sciolti. Tra l'altro una clausola prevedeva che nel momento in cui Jones, Simonon e Strummer si fossero soltanto avvicinati insieme a uno studio di registrazione, sarebbero stati identificati come Clash. Un contratto senza via d'uscita, come ammise lo stesso Joe Strummer: "Avrei dovuto avere un buon avvocato per farglielo leggere". Difficile far parte dei Clash, e non esserlo più: "Molto tempo fa ho capito che la mia roba non sarebbe mai arrivata al grande pubblico. È stata dura capirlo e farsene una ragione, soprattutto quando hai fatto il botto. I Clash vendevano montagne di dischi e arrivavano a un sacco di gente".

Per Joe Strummer è cominciata una ricerca spasmodica per non ripetersi, per non restare incastrato in un cliché. È la sua "traversata del deserto" fatta di collaborazioni estemporanee, colonne sonore, viaggi, incontri, alcol. Le Career Opportunities erano tutte un pulviscolo di idee, progetti, intuizioni. É quel puzzle affascinante, ma incomprensibile ai più a cui attinge 001: le colonne sonore con Love Kills per ricordare la storia di Sid & Nancy (compresa l'outtake ritrovata, Crying on 23rd), Mystery Train e King Of The Comedy, il Nicaragua di Walker in cui forse si ritrovava nel protagonista e ancora Rose Of Erin, Pouring Rain e When Pigs Fly dall'omonimo film, rimasto inedito. Era come se stesse vivendo in prima persona le avventure e le suggestioni dei personaggi di London Calling e Sandinista! e così si ritrovava nei Pogues, ricordati da Afro-Cuban Be-Bop. Una melodia minimale e geniale, sbucata nella colonna sonora di "Ho affittato un killer" di Kaurismaki e poi infilata in Just Look Them Straight In The Eye And Say... PogueMahone!!, e ci ci sta il ricordo di una Polaroid di Shane McGowan steso a terra sghignazzante a un concerto dei Clash, finiva sempre così.

Va da sé che le canzoni raccolte da 001 siano una più bella dell'altra, ma mancano dei pezzi della storia. Insomma, l'impressione è che ci abbiano messo quello che hanno trovato, e non quello che serviva. En passant, The Future Is Unwritten, la colonna sonora del film di Julien Temple era, nel suo disordine, più fedele all'identità di Joe Strummer che, si è capito per i controllori di volo dell'industria continua a restare un'incognita. Una parte consistente di 001 riporta senza dubbio i frutti del suo intenso vagabondare. Riesce a mostrare come Joe Strummer, già all'epoca dei 101ers, sapesse trasformare uno standard blues (Keys To Your Heart, ripescata con Letsagetabitarockin da 101 Elgin Avenue Breakdown Revisited) in qualcosa di suo, per poi deviare seguendo l'istinto, senza un rimpianto. Ecco, la compilation ha il piccolo pregio di fare un po' di ordine, magari di mettere in fila l'idea di una carriera, ma nemmeno più del tanto, visto che Earthquake Weather è saltato a piedi uniti, di netto, ed essendo, tutto sommato, il suo esordio solista nell'epocale 1989, un qualche ricordo andava pur recuperato. C'è solo Trash City, rispolverata da un'altra colonna sonora, utile se non altro per ricordare la Latino Rockabilly Band, un nome che era tutto un programma: le avventure di Joe Strummer erano colorite, ma dispersive. Quello che inseguiva lo sapeva solo lui. Forse voleva soltanto tenere accesa la scintilla, o cercava di tenersi occupato. Non c'era nulla di organico.

In quello è rappresentato da 001 il tanto che basta, anche se Joe Strummer un po' più bizzarro lo era di sicuro (senza dubbio) ed è così che è arrivato alla fine del ventesimo secolo, con un ricco bagaglio pieno di domande e di dubbi: "Il secolo che abbiamo vissuto non ci ha offerto un granché, se facciamo bene i conti. Solo massacri, guerre, distruzioni. Non c'è niente di cui andare fieri. È da buttare via tutto, salvo qualche buon disco e qualche bel film. Tutto qui". Beh, quello che è venuto dopo non è che sia un granché diverso, ma Joe Strummer non si è mai fermato, ha continuato a cercare e ha assorbito come una spugna ai quattro angoli del pianeta ed è così che sono passati dieci anni da Earthquake Weather a Rock Art And The X-Ray Style. Era un oggetto non identificato per l'industria discografica, un bizzarro reperto archeologico di cui nessuno aveva compreso il passato prossimo e rimosso quello più lontano (ah, ecco, i Clash). Lui aveva bussato a tutte le porte, che restavano chiuse. Nessuna meraviglia. Anche quando trovò casa, tra gli young punks, gli addetti ai lavori non sapevano bene cosa fare, né come comportarsi. Joe Strummer non faceva una piega: era il 1999, il momento di Rock Art And The X-Ray Style (qui rappresentato da Sand Paper Blues, Yalla Yalla, X-Ray Style) e ci siamo incontrati in un bar. Non eravamo in tanti a seguirlo, quel pomeriggio (due, per la precisione): Joe Strummer masticava le parole, le mani in costante movimento, frenetico anche da fermo. L'entusiasmo era magnetico, per quanto la direzione restasse indecifrabile. Abbiamo parlato a lungo dei Pogues, poi lui ha vagabondato per Milano fino all'alba e al rientro è passato dentro una porta a vetri, colpevole del fatto di trovarsi lì, dove doveva essere.

L'ultima volta che l'ho incontrato Joe Strummer si era sistemato nel sottoscala di un albergo trasformato in ufficio, abitazione, garage e pied-à-terre: calzini sparsi ovunque, una chitarra scrostata, sigarette, fogli di appunti, l'immancabile ghetto blaster. Avrà avuto la sua camera, ma lì era a suo agio perché, come ha scritto Chris Salewicz, "creava il proprio ambiente ovunque fosse". È la condizione di tutti gli esiliati: Joe Strummer aveva lasciato il Regno Unito canticchiando This Is England e nelle sue traiettorie di viaggio si era intuito che si riconosceva solo in una condizione apolide e cosmopolita che si rifletteva di Global A Go-Go. Il momento migliore dei Mescaleros, ragazzi volonterosi che lo seguivano come si segue un vecchio e saggio maestro che li definiva "una costruzione del caos". Per Joe Strummer era "esotico", "tropicale", "mistico" e "lussurioso", ma "vero". Singolare che la versione di Minstrel Boy collocata su 001 sia quella tratta da Black Hawk Down: Joe Strummer mormorava sui i titoli di coda di un mondo in guerra. Sarà stato Cool'N'Out, ma aveva capito tutto.


    

 

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