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Folklore   monografie, ritratti, dischi dimenticati
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Photo: © Ebet Roberts, 1985

John Mellencamp
This is Our Country. Nascita e crescita di un folksinger elettrico

- a cura di Marco Denti -

Parlando del suo lavoro con George M. Green, John Mellencamp diceva: “Le nostre canzoni sono nate tutte nello stesso modo: parlando seduti al tavolo della cucina”. Non è un dettaglio relativo: il processo somiglia da vicino a quello illustrato da William Faulkner: “Parlavano tutti insieme, con voci insistenti e impazienti, contraddittorie, trasformando una cosa irreale in una possibilità, poi in una probabilità, poi in un fatto incontrovertibile, come fa la gente quando i suoi desideri diventano parole”. Cercare il tono adatto al momento giusto è stata la lunga sfida di John Mellencamp, il “ragazzo di strada” che è diventato grande prendendo coscienza dei propri limiti e di quelli della nazione in cui ha vissuto. Alla veemenza e alla sfrontatezza è andato sostituendo un’attitudine più riflessiva, intima e approfondita, anche se l’energia è rimasta inalterata.

La metamorfosi, per niente scontata, ha la sua progressione più importante in Scarecrow, senza dubbio, ma il percorso che ha portato l’American Fool alias il “piccolo bastardo” a diventare un Country Gentleman non è così lineare, per quanto sia estremamente coerente. Le prime avvisaglie vanno cercate in due canzoni di Uh-Huh: una è Pink Houses, lo sguardo all’America dimenticata e perduta destinato a tracciare un solco nel songwriting di John Mellencamp. L’altra è il riff di Authority Song, una dichiarazione a muso duro che poi è andato ad argomentare perché un conto è schierarsi contro il potere, che è cosa buona e giusta, e un conto è capire perché. Tra Authority Song e To Washington, passerà un quarto di secolo, ma John Mellencamp è rimasto uno “street fighting man” fedele alla linea e alle sue posizioni, prima con una moto e un giubbotto di jeans, poi con Woody Guthrie. Resta il fatto che Uh-Huh, pur contenendo già i prodromi dei temi rilevanti di Scarecrow, era un mondo con i Rolling Stones che rumoreggiavano in soggiorno (non se ne andranno mai) e per John Mellencamp, che chiudeva i concerti con You Can’t Always Get What You Want, verrà ben presto il tempo di passare a Like A Rolling Stone.

È facile notare la continuità, anche nel corso di un drastico cambiamento. Scarecrow è il centro, lo snodo di quella voce “dal basso” che l’ha guidato fin da American Fool, con quel cipiglio da “gioventù bruciata”, ma che aggiunge alle chitarre elettriche una consapevolezza contadina. L’attenzione al piccolo mondo delle sue origini non è casuale ed è fatta di scrupoli e di dettagli, di misure e di fotogrammi che si sommano a formare quell’immaginario definito da Rock In The U.S.A., “dalle grandi città ai piccoli paesi”. La dimensione delle canzoni di John Mellencamp ha un filo diretto con la realtà, le mediazioni della fiction sono ridotte al minimo essenziale: il più delle volte sono “based on a true story”, con tanto di elogi da parte di Johnny Cash. “Questa terra ha alimentato una nazione, questa terra mi ha reso orgoglioso”, canta in Rain On The Scarecrow ma è rimasta soltanto “pioggia sullo spaventapasseri, sangue sull’aratro”. Ineccepibile, ma questo è già Woody Guthrie, solo che le chitarre non permettevano distinzioni di sorta e sparavano ad alzo zero. Un certo volume era necessario: Scarecrow racconta la “faccia della nazione”, quasi un contraltare a Born In The U.S.A., ma anche una decisa critica all’industrializzazione dell’agricoltura.

Questo è un passaggio nella storia di John Mellencamp che merita di essere messo in risalto perché tutta la sua vicenda è in contrasto con i meccanismi scontati dell’industria, della politica, del business e dei luoghi comuni che producono a ritmo insostenibile. L’ottica dalla Small Town è la stessa di Wendell Berry quando sostiene che bisognerebbe coltivare fin dove vedono gli occhi, che è una dimensione umana, di fronte ai ritmi e alle imposizioni delle macchine che hanno costi insostenibili, in tutti i sensi. Le politiche verso gli agricoltori di Reagan erano soltanto l’effetto: le cause erano (e restano) molto più profonde, e toccano da vicino il rapporto con la terra, con il cibo, con l’ambiente. Va ricordato che lo sviluppo contemporaneo di "Farm Aid" (la serie di concerti benfici fondata insieme a Neil Young e Willie Nelson) non riguarda soltanto una raccolta di beneficienza, ma sostiene l’idea di un’agricoltura più attenta al territorio e soprattutto alle persone che ci vivono. In questo Scarecrow resta lungimirante ed è quello il momento come, direbbe Barry Lopez, che “perdo cognizione di me stesso come individuo con delle esigenze particolari e inizio a pensarmi come membro di una specie, come un essere umano impegnato, al pari dei miei simili, nell’interminabile lotta per comprendere il tempo e valutare le conseguenze delle mie azioni”.

Scarecrow è l’album della svolta perché da lì la sua ricerca musicale si è indirizzata, disco dopo disco, verso un suono più radicale, contando The Lonesome Jubilee (ma senza sottovalutare ancora Big Daddy) come cardine di tutto quello che è venuto in seguito. The Lonesome Jubilee non è soltanto il cambio sonoro di violini e fisarmoniche che diventa un nuovo punto di partenza, è anche una mutazione nell’impianto delle canzoni che è diventato più narrativo ed è l’artefice di un cambiamento che poi sarebbe diventato un fenomeno diffuso in tutte le “levelland”. Tra The Lonesome Jubilee e Big Daddy ci sono affinità e divergenze notevoli: se lo guardo del primo era panoramico, con il secondo Mellencamp ha ristretto la prospettiva, focalizzando un’intuizione al momento, e poco più, poi trasformandola via via in una forma d’espressione nitida. Le fonti erano quelle precisate da Timothy White nelle note di The Best That I Could Do 1978-1988): “L’indistruttibile bellezza di questo paese e la musica che lo descrive può risiedere nel fatto che prospera oltre i limiti di tutte le razze, credenze, nazionalità, confini civili e segreti dubbi inespressi, offrendo sempre ai pellegrini qualche piccolo posto per trovare un nuovo pezzo di se stessi, soprattutto quando sembra ormai certo che non ci sia altro posto dove poter andare”.

È tutto lì. Se la “real life” è diventata l’epicentro del songwriting di John Mellencamp il modo di declinarla è andato esplorando vie trasversali, un po’ conosciute, e un po’ tutte da scoprire. Il ritorno all’essenzialità e all’elettricità tout court del rock’n’roll, con David Grissom, in Whenever We Wanted sigla il primo album con il nome John Mellencamp. Il Cougar se ne è andato in via definitiva perché come direbbe William Faulkner “i nomignoli sono una cosa volgare. Li usa solo la gente ordinaria”. Pare giusto così, e i passaggi successivi avrebbero compreso Human Wheels, l’album che riassumeva tutte le direzioni intraprese, la natura spartana di Dance Naked, con un sound ridotto ai minimi termini, eppure unico, gli esperimenti ritmici di Mr Happy Go Lucky, le variazioni pop di John Mellecamp e Cuttin’ Heads e Freedom’s Road, perché il rock’n’roll è qui per restare e figurarsi se uno come John Mellencamp se lo dimentica. Anche con un disco dovuto e realizzato per contratto, Rough Harvest, (ogni riferimento ad altri musicisti o a fatti realmente accaduti è puramente casuale), Mellencamp ha saputo giostrarsi l’idea di rinnovare un po’ le canzoni, spogliandole verso un suono molto genuino, che sa di campagna senza puzzare di muffa.

Un passaggio che diventa importante se viene accostato a Trouble No More, particolarmente significativo per arrivare all’ultima fase dove la voce di John Mellencamp è cambiata di nuovo, comprimendo da Life, Death, Love and Freedom a Strictly a One-Eyed Jack, la definitiva visione della maturità. Ci è arrivato districandosi, negli anni, tra molte variazioni sul tema, a volte ispirate, a volte sfuggenti, comunque coraggiose, per poi ridisegnare tutto un continuum sonoro negli ultimi album, grazie alla collaborazione con T Bone Burnett. Ci vuole più determinazione che coraggio per proseguire con No Better Than This, Plain Spoken, Sad Clowns & Hillbillies, dischi dove la ricerca del suono si è fatta ossessiva, se soltanto si pensa per un attimo all’istintiva e grezza concretezza di Uh-Uh da cui partiva. Inevitabile che la prospettiva si sia ampliata e nello stesso tempo si sia concentrata: è come se John Mellencamp fosse riuscito a identificare un linguaggio molto lineare, e diretto, ma inventandosi uno stile tutto suo.

C’è una sintonia tra Mellencamp e l’America rurale le cui atmosfere alla fine hanno delineato tutta l’ultima parte della sua carriera. Ci sono raffinatezze che piano piano compongono un quadro completo, che forse si può osservare per intero soltanto attraverso On the Rural Route 7609. Jack And Diane sono cresciuti, molti si sono persi nelle Ghost Towns Along the Highway, e la sua è diventata una voce autorevole che non spiega cosa fare o come vivere, ma che racconta che la vita è breve anche nei suoi giorni più lunghi, facendo tesoro della saggezza dei nonni. Life, Death, Love and Freedom è un capitolo definitivo, anche se all’epoca “nessuno pare se ne sia accorto”, come ha detto lo stesso Mellencamp, ma lui è andato avanti imperterrito, come se avesse già chiaro il disegno complessivo, come se, oltre al suono, avesse un’idea intera di quello che aveva da dire.

Una concezione di America che si è sovrapposta a una possibile evoluzione personale: invece di diventare una rock’n’roll star gonfia e ingrigita, è diventato una voce popolare, più grave nelle tonalità e nella sostanza. Non che sia stato un percorso imprevisto: molto di quello che è apparso da Life, Death, Love and Freedom a Strictly a One-Eyed Jack andava dritto in quel senso, in cui va collocata anche la sua riduzione di Born In The U.S.A., cantata come se volesse riportarla tra le strade di Derry, la “small town” creata da Stephen King per It. Non è una coincidenza: la voce ha cambiato registro, assecondando di volta in volta lo spirito dylaniano e i toni baritonali che, da Louis Armstrong passando per Johnny Cash fino ad arrivare a Tom Waits, hanno distinto “the americans”, quelli veri, quelli che stanno dall’altra parte.


Scarecrow (Deluxe Edition, 2022)

- a cura di Fabio Cerbone -

Non è esattamente un tempismo perfetto, essendo passati trentasette anni da quel 1985 che annunciava la svolta decisiva nella carriera di John Mellencamp, eppure anche Scarecrow riceve l'onore di una ristampa in edizione "deluxe", che ne sancisca l'importanza per l'artista e per l'intera storia del rock americano.

Al formato "super" che strizza l'occhio come al solito ai collezionisti e ai fan più accaniti (libro, cartoline, poster, un 45 giri di
Small Town, un terzo disco in Blu-ray con alta risoluzione delle tracce...) si affiancano le edizioni standard, in doppio cd e vinile, che oltre a riproporre il disco originale in una nuova versione rimasterizzata e remixata, aggiungono un secondo disco di inediti, demo e b-sides che ampliano la visuale sulla genesi dello stesso
Scarecrow.

Nulla di rivelatorio e imprescindibile, come spesso capita in queste occasioni, ma una ghiotta opportunità per gli appassionati di Mellencamp di riunire in un colpo solo le diverse tracce sonore sparse in quel periodo.
Due i veri e prorpri inediti, che si inscrivono a pieno nel sound propulsivo e stradaiolo delle sessioni di Scarecrow: Carolina Shag è la quintessenza del rock proletario che Mellencamp e band avevano affinato in quegli anni, e che non avrebbe sfigurato nella scaletta ufficiale dell'album, mentre Smart Guys possiede un beat più sbarazzino che si ricollega alla stagione appena precedente di John. Le cover di Under the Boardwalk dei Drifters e Cold Sweat di James Brown, già conosciute come b-sides di singoli, alle quali si aggiunge Shama Lama Ding Dong (ben nota per la performance nel film Animal's House) sono comunque esplicative della matrice r&B/soul che ha sempre nutrito l'ispirazione del rocker dell'Indiana, con una predilezione personale per la prima delle tre, qui offerta in una deliziosa versione dal piglio rootsy. Più prevedibili invece i cosiddetti "rough mixes" di Lonely Ol’ Night, R.O.C.K. in the U.S.A e Minutes to Memories, che confermano sostanzialmente l'impianto sonoro poi finito nei solchi della versione ufficiale. Chiudono infine il raccolto inedito le demo acustiche di Between a Laugh and a Tear, Rumbleseat e Small Town, che nel caso dei primi due episodi si limita a brevi bozzetti acustici, curiosi soltanto per gli affezionati, mentre per la terza propone un convincente arrangiamento acustico e dall'anima folkie, che in anni recenti sarà più volte ripreso dal vivo dallo stesso Mellencamp.

    

 

info@rootshighway.it