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The Late John Prine Blues
Di duetti e figure femminili
  

[di Marco Denti]

"Quando scrivo, è come se non avessi niente da perdere" (John Prine)

Sapevamo che John Prine è una "voice of America" sincera, divertente, acuta, tra le più attente a non lasciare il "plain spoken" e nello stesso tempo ad arricchirlo di significati e sfumature. Era necessario però mettere in risalto quel delicato equilibrio tra l'uomo e le donne che le sue ballate hanno messo accanto, non tanto per raccontare gli alti e i bassi dei rapporti di coppia, quanto per metterne in evidenza le emozioni. L'effetto, non la causa ed è per questo che nella costruzione delle canzoni di John Prine si è circondato di figure femminili, sempre protagoniste e/o personaggi rilevanti in tutte le fasi del suo songwriting, anche quando non lo sono, perché l'assenza pesa nello stesso modo, se non di più. Per certi versi, le figure femminili sono disposte nelle posizioni strategiche, come quelle di Kent Haruf, o di un altro immenso storyteller in bilico tra grandi laghi e le pianure del Midwest, Jim Harrison, i cui racconti e romanzi, dalla donna illuminata dalle lucciole in Società tramonti a intere storie dedicate a protagoniste come Dalva e Julip sono determinate dalla percezione femminile. Ci sarà un motivo se, tra le tante Lucinda Williams, Brandi Carlile ("Cantare con lui è insuperabile"), Bonnie Raitt e Mary Gauthier ("Ricordo la prima volta che ho sentito John Prine avevo diciotto anni e mi ha sconvolto. Quando scrivo le canzoni provo a ricreare l'effetto che ha avuto su di me. Ripeto spesso che se ho trovato un mio modo è stato perché ho solo provato a riscrivere Sam Stone all'infinito. Questo è quello che cerco di fare, scrivere una canzone che vada in profondità nei cuori delle persone e che possano sentirle, oltre che ad ascoltare. Per me questo è il punto di tutto quanto") sono rimaste impressionate dalla sua predisposizione verso l'altra metà del cielo.

In questo senso va letto, probabilmente, For Better, or Worse, (e, prima ancora, In Spite of Ourselves) un disco di dialoghi, più che di duetti. Sì, è il tema ridondante della musica country & western, ma quando John Prine dice con Susan Tedeschi che il blu è il colore del blues, o spiega come è possibile Falling In Love Again con Alison Krauss o chiede Who's Gonna Take The Garbage Out con Iris DeMent, i cuori indecisi tra legami e ricordi (Cold Cold Heart), le vicende di Mental Cruelty, in fondo storie di felicità, oppure no, è "the real thing" perché la vita è fatta così. Nel songwriting e nelle interpretazioni di John Prine si ritrovano le Gelide scene d'inverno di Ann Beattie (minimum fax, un romanzo, in pratica, di soli dialoghi) e John Prine ha saputo trasmettere quella sensazione di provvisorietà e di fragilità dei legami e nello stesso tempo è stato capace di mostrarli per quello che sono, l'essenza stessa della vita. E' la capacità di uno sguardo molto intimo e nello stesso tempo capace di affrontare e/o collocare le condizioni personali in un contesto più generale, dove le figure femminili sono l'espressione più continua ed efficace di quel "common sense" che dovrebbe essere distribuito con maggiore generosità perché Some Humans Are Not Human, e un po' di umanità non guasterebbe in questo "big old goofy world".

Diceva a Bill Flanagan in Scritto nell'anima: "Quando non riesco a descrivere una sensazione tutto ciò di cui ho bisogno è un'immagine; allora uso un'intera canzone per descriverla fino a portare tutti i presenti a provare la stessa sensazione, girarsi e infilare la porta". Il maestro delle sfumature, i colori tenui e sfocati che filtrano tra gli stipiti o dalle finestre socchiuse è Andre Dubus, in particolare quello delle short stories di Voli separati (Mattioli 1885) che scriveva: "A volte le storie diventano come ombre e luci dello spirito. Ci saranno sempre nella tua vita, ma spero che continuerai a muoverti verso la luce". Nessuno come lui ha raccontato le porte che si aprono e si chiudono e del resto ogni dialogo si svolge su soglie impercettibili. Solo che l'arte del songwriting, che è diversa da tutto il resto, applicata alle unioni e alle separazioni all'amore e del "non amore", sortisce effetti stranianti, e per raccontare le porte aperte e chiuse servono altri strumenti. L'arma rara e sottile dell'ironia, quella che, con un Illegal Smile, celebrava una quanto mai necessaria fuga dalla realtà o in Other Side Of Town (era una bonus track di Fair & Square), un sorprendente racconto in cui il protagonista sta discutendo con la moglie e a lui sembra che qualsiasi cosa che faccia sia quella sbagliata. La tipica scena di un matrimonio, niente di grave, solo che uno dei versi dice: "Non è divertente, ferire chi è innamorato di te". Anche questo è vero, ma la discussione continua e peggiora nel corso della canzone, e allora il protagonista (maschile) usa questo stratagemma: il corpo rimane lì a sentire gli improperi, mentre l'anima è a farsi una birra dall'altra parte della città.

Non tutti i dialoghi finiscono così (anzi), solo che il senso dell'umorismo di John Prine nasce dalle necessità di sopravvivere nelle strade e Other Side Of Town è divertita e pungente nel ribadire il concetto di distanza, non solo tra uomo e donna, ma anche con se stesso. All'interno della canzone, per John Prine resta comunque l'intenzione di suscitare un'emozione, provando a indossare gli abiti altrui: "Nelle mie canzoni cerco di guardare attraverso gli occhi degli altri, voglio dare a chi mi ascolta più un feeling che un messaggio". Una certa relazione tra le canzoni, il songwriter e chi le ascolta rimane parte di un'inspiegabile forma di attrazione. Qualche tempo fa, un'ascoltatrice, Ivy Wigmore, ha commentato così le sue reazioni nel rivedere uno show di John Prine: "E' incredibile come il potere che puoi percepire nelle canzoni di John Prine quarant'anni fa è ancora così evidente e solido e che lui le renda con la stessa partecipazione, direttamente dal suo cuore, malandato, ma sempre vero e onesto. Crescendo, la musica di John Prine è sempre stata un po' distante e comunque, quando ho avuto l'opportunità di vederlo dal vivo, un anno fa, più o meno, mi sono ritrovata seduta con le lacrime che scorrevano sulla mia faccia per gran parte del concerto, connessa di nuovo con qualcosa di profondo nella mia anima, qualcosa che, fino a quell'istante, non avevo ancora realizzato di aver abbandonato".

Spiegare queste emozioni, che non dipendono soltanto dall'incantesimo della musica, delle canzoni, resta sempre un processo per tentativi. Ci vuole l'apporto di una voce più articolata, quella di Saul Bellow, quando diceva che "le supposizioni che azzardiamo sui nostri motivi reconditi sono così circostanziate, il nostro concetto dell'universo e delle sue forze così falsato, che più analizziamo, più danni facciamo". Anche in questo John Prine è stato naturale e spontaneo, non si è inventato nulla di diverso o di artefatto rispetto a quando calcava i palchi con l'amico Steve Goodman fino al riconoscimento di The Missing Years (il suo ultimo capolavoro) ed è rimasto di un modestia unica. Spiegava ancora a Bill Flanagan: "Quando ho cominciato a scrivere canzoni non pensavo che fosse una storia così grossa. Le scrivevo solo per me, pensavo che fossero così strane che nessun altro avrebbe mai potuto ascoltarle. Fino al momento in cui ho sentito Roger Miller. A quel punto pensai che c'era un barlume di speranza. Con Roger Miller le parole sembravano scappare via, sembrava che ogni canzone gli uscisse prepotentemente tutta in una volta. Gente come Kris Kristofferson che era vicina a Roger Miller diceva che le canzoni si agitavano a destra e a sinistra". Questa storia delle canzoni che esistono già nell'aria, una ricostruzione che da Bob Dylan a Tom Waits salta sempre fuori tra i più grandi (compresi i vicini di casa nel Midwest, John Hiatt e John Mellencamp) è un segno di grande umiltà che John Prine ha approfondito così: "Di solito resto ad aspettare una canzone". Solo che quando arrivano, le sue sono, come esclamava Kris Kristofferson, "le più belle canzoni che uno potesse immaginare".

Quando lo stava dicendo, John Prine era ancora un perfetto sconosciuto e Kris Kristofferson parlava già di "perfezione". Ne è passato di tempo, e John Prine è rimasto lo stesso storyteller, saccheggiato e ammirato da Johnny Cash, Tom T. Hall, dagli Everly Brothers, Carly Simon, Bette Midler, Norah Jones, George Strait, e l'elenco potrebbe continuare a lungo. Anche Bon Iver ha cominciato imparando le canzoni di John Prine sulla chitarra (sotto la guida del padre), così come Stephen King (Grandpa Was A Carpenter, la sua canzone preferita) per non dire di Angel From Montgomery trasportata dentro Into The Wild, segno che le canzoni hanno superato i limiti delle generazioni e degli anni. Come dicevano gli Over The Rhine: "John Prine dovrebbe dirigere l'FBI. Tutti i criminali dovrebbero ridere e piangere". A lui è bastato molto meno e non ha cercato grandi compromessi tra le parole e la musica, restando concentrato sulle qualità specifiche delle canzoni, senza uscirne dai contorni, senza essere tentato da ambizioni confuse. Con la sua limpida chiarezza, John Prine ha tenuto a specificare: "Se volevo essere un poeta, avrei scritto poesia. So cos'è la poesia. Non sto scrivendo poesia, sto scrivendo canzoni. Quale che sia il soggetto, cerco di scrivere al meglio delle mie possibilità ma sempre dentro i confini della canzone. Non sto provando a buttare giù le mie parole come una poesia accordata alla musica. Per me, quello è qualcosa di diverso, ma mi piace l'idea di essere stato accettato".

Parlando dei songwriter che più lo affascinavano Bob Dylan (uno che ne intende, si capisce) lo metteva ai primi posti tra i suoi preferiti: "Tutta quella roba di Sam Stone il soldato, padre e junkie, e Donald and Lydia dove la gente fa l'amore a distanza di dieci miglia. Nessun altro, se non John Prine poteva scrivere così". Per la cronaca gli altri songwriter citati per l'occasione dal premio Nobel sono Jimmy Buffett, Warren Zevon, Gordon Lightfoot, Randy Newman. Il paradiso dei songwriter e, bene o male, come direbbe John Prine, siamo lì.





 

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