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Blues for Greeny
La ristampa di "Then Play On" e un omaggio a Peter Green
   

[a cura di Matteo Fratti]

Then Play On, che usciva nel settembre del ’69 all’apice di un pezzo di storia degli “..incredibles Fleetwood Mac!” (come usava presentarli ai concerti) sanciva, al tramonto di una trionfale tournée americana, la dipartita dal gruppo del grande chitarrista Peter Green e la fine del periodo blues della band (e per alcuni, cui laconico mi associo, la fine della band e basta). Ma quella fase decretò anche il personale declino del guitar–hero e cantante nella prima parte della sua carriera solista, complice la degenerante schizofrenia che poi lo eclissò dalle scene a lunghe fasi alterne. Come un tragico scherzo del destino, a cinquant’anni da quel periodo, l’edizione celebrativa di quel disco se ne esce questo settembre, in realtà di nuovo orfana di quella leggenda: icona mitologica della sei corde, mai resuscitata del tutto al ritorno sui palchi alla fine degli anni Novanta grazie ai cari amici dello Splinter Group, Peter Allen Greenbaum si è spento “pacificamente nel sonno” (così il comunicato della famiglia) a 73 anni, appena lo scorso 25 luglio 2020.

E allora Greeny, che dei Mac ne fu anche l’artefice, è come se fosse morto una seconda volta, lui che era stato chiamato a sostituire Clapton nei Bluesbreakers di John Mayall e poi assieme alla sezione ritmica di quella stessa celeberrima “band–scuola” da cui passarono tutti, con Mick Fleetwood e John Mc Vie, a inaugurare con la slide di Jeremy Spencer l’ennesimo progetto blues nella fervida Londra del british blues-boom, senza mai smentire le aspettative della nuova next big thing sulla piazza. E già con l’aggiunta del terzo chitarrista Danny Kirwan, saranno loro i favolosi cinque a invadere definitivamente l’America col blues bianco, “riportando tutto a casa”: prima col preambolo di Blues Jam At Chess, manifesto poetico di un rinnovato sodalizio tra fathers & sons nel nome del Chicago blues (e con loro, i maestri della scena Otis Spann, Willie Dixon, “Shakey” Walter Horton, JT Brown, Buddy Guy, David “Honeyboy” Edwards, SP Leary) quindi rivelandosi in tutto il loro stato di grazia dal vivo non appena abbiamo avuto modo di approfondirne l’ascolto in concerto all’uscita postuma delle serate integrali al Boston Tea Party del febbraio dei Settanta (più volte edite in diversi volumi, filologicamente rintracciabili in periodi successivi come Live In Boston, Jumping At Shadows, Boston Live, Live In Boston: Remastered, fino al più recente cofanetto completo, intitolato semplicemente Boston).

Ai tempi le canzoni di Then Play On si erano già espanse a dismisura in quelle jammin’ torrenziali e psichedeliche che nulla avevano da invidiare ai Grateful Dead, agli Allman o ai Quicksilver Messenger Service, integrandosi col repertorio più blues degli inizi in un cocktail lisergico al vertice allucinatorio del successo. Ma gli strascichi di quelle visioni saranno anche un po’ a motivo della spinta acceleratoria verso la fine di un’epoca, non al crepuscolo solamente per Greeny e compagni. Dopo i Settanta i Fleetwood Mac diventeranno un’altra cosa, nulla a che vedere con ciò che avevano rappresentato allora. Questo passaggio, la mutazione transitiva verso il soft–rock californiano col quale Mick Fleetwood e John McVie rinnoveranno la band, passa proprio dalle incisioni che cinquant’anni fa confluirono in Then Play On, a suo modo anche una “cesura” con un passato che non tornerà più. E mentre Danny Kirwan resisterà al nuovo corso (quantunque anche per lui la dipartita sarà solamente posticipata) sembra che in quell’universo freak e parallelo si persero a loro modo Peter Green e il comprimario Jeremy Spencer, infervorato dallo spirito di Elmore James.

Nell’album i cavalli di battaglia che deflagreranno dal vivo ci vengono restituiti con pochi restauri e integrazioni anche in questa nuova “Celebration Edition” (Warner/ BMG 2020) di Then Play On, assimilabile a una recente Deluxe Edition Rhino Records da 18 tracce del 2013 anziché alle originarie versioni di 14 o 12 tracce per il mercato inglese o americano. Ma “completismi” a parte, intramontabile rimane Oh Well in due pezzi, epica nelle code spaziali e sognanti ma certamente imponente nel riff più vicino ai tribalismi power-blues che guadagneranno il decennio successivo; così balzano all’orecchio i magici ed infiniti intrecci di Rattlesnake Shake, quanto la firma sulla più scura Green Manalishi, esplosive nei live e quest’ultima, aggiunta rispetto a precedenti versioni del disco originario. C’è poi Coming Your Way di Kirwan ad aprire le danze del disco con un pezzo che continuerà sui palchi il piacere di uno straniamento musicale nell’improvvisazione collettiva; Showbiz Blues è invece il più puro e aggressivo blues che colpirà persino Rory Gallagher quando la sceglierà come omaggio in quell’album, Rattlesnake Guitar (*), che un certo entourage musicale regalerà nel 1997 al ritrovato Peter Green.

Ma se non sono una sorpresa le altre tracce che ritroviamo qui e che ascolteremmo all’infinito, si aggiunge invece un libretto di 16 pagine del biografo ufficiale Anthony Bozza e intro di Mick Fleetwood. Ci piace far menzione infine di quell’incantevole Closing My Eyes che meno era eseguita dal vivo, ma che pure preferiamo come epigrafe alla fine della strada, da questa ristampa che la sorte sembra far uscire al momento giusto, sui titoli di coda che furono di una band e del suo chitarrista, genio intramontabile, là in alto coi grandi. So long, Greeny.


Blues for Greeny, Virgin Records 1995, è anche il sentito ringraziamento che il compianto Gary Moore gli dedicò con la storica chitarra che Green gli aveva venduto, la Les Paul del ‘59 dei suoi dischi migliori, da cui i brani dell’album.

(*) A.A.V.V., Rattlesnake Guitar: The Music of Peter Green, 2CD, Viceroy Entertainment Group 1997.

    

 

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