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Folklore   monografie, ritratti, dischi dimenticati

  
Jerry Jeff Walker
Dancin' with Mr. Bojangles
   

[a cura di Fabio Cerbone]

Jerry Jeff Walker
16 marzo 1942 – 23 marzo 2020

Sono in tanti a invidiargli Mr. Bojangles, perché è una di quelle canzoni che ti cambiano la vita. Basta scorrere il lungo elenco delle interpretazioni. Certo il rischio è di non levartela più dai piedi, come un marchio di fabbrica che identifica tutto ciò che hai fatto per il resto della tua carriera. In fondo ne è valsa la pena, si sarà detto Jerry Jeff Walker, fin dalla prima volta in cui il brano entrò nella top ten dei singoli americani. La versione fortunata apparteneva alla Nitty Gritty Dirt Band, una delle formazioni più in vista del nuovo country rock californiano all’epoca: era il 1970 e il brano circolava già da un paio di stagioni, ma l’incisione originale, contenuta nell’omonimo album d’esordio di Walker, non aveva ottenuto lo stesso impatto. La registrò negli studi dell’Atlantic, a New York. Si trattava del suo primo contratto da solista, dopo una breve esperienza psichedelica con lo sconosciuto gruppo dei Circus Maximus. Il suo viaggio di musicista era appena cominciato e non era convinto se continuare a mantenere quello pseudonimo, Jerry Jeff Walker.

Una cosa gli fu chiara fin dal principio, Mr. Bojangles non era una canzone qualsiasi: dentro c’era una storia che parlava a tutti quelli che avevano scelto la strada come maestra di vita, e un personaggio che possedeva la forza e la dignità dei romanzi di John Steinbeck sulla Depressione. Fu solo una questione di tempo, ma quando si ruppero gli argini, il fiume in piena travolse ogni cosa e Mr. Bojangles diventò un classico, a disposizione di tutti. Nel continuo passaparola arrivò persino nelle mani e nella voce di Bob Dylan. Per uno come Walker, cresciuto dentro i circuiti folk del Greenwich Village, non poteva esserci consacrazione migliore. Perché Ronald Crosby, eccolo il suo vero nome di battesimo, era nato in mezzo alle rigogliose Catskills Mountain, cento miglia a nord di New York City. Eppure, con l’inseparabile Stetson calato in testa e l’aria rilassata di un cowboy libertino, molti avrebbero giurato che fosse texano.

Continuano a pensarlo anche oggi. D’altronde Walker cominciò davvero a fare fortuna soltanto dalle parti di Austin: era la prima metà dei settanta e lui si mise alla guida di un rinascimento della country music che qualcuno dotato di una fervida fantasia definì addirittura “progressivo”. Walker faceva solo il suo mestiere, raccontava storie, spesso con le armi dell’ironia, restando fedele a quella tradizione che in troppi avevano dimenticato. Coincidenza volle che sul suo percorso trovasse autori come Guy Clark e Willie Nelson e anime gemelle quali Terry Allen e Kinky Friedman, tutta gente che, tra un bicchiere e l’altro, lo fece sentire a casa, anche in Texas.

 

No Leavin' Texas: gli anni della rivoluzione Outlaw


  

Nell'ideale pantheon degli autori più "progressisti" che la canzone country americana abbia conosciuto, Jerry Jeff Walker occuperà sempre uno spazio importante, magari poco riconosciuto al di fuori dei confini texani di adozione e senza dubbio meno chiacchierato di altri giganti del genere, tuttavia centrale nella definizione e soprattutto nella diffusione di quel linguaggio al confine tra roots, canzone d'autore, rock e tradizione. Non è stato soltanto un ottimo songwriter Jerry Jeff Walker, bensì un generoso cercatore d'oro, che portando al successo le canzoni di Guy Clark o Rodney Crowell, di Billy Joe Shaver o Willie Nelson, ha contribuito a costruire le solide fondamenta del country rock fuorilegge, di quel "progressive country" come lo definivano all'epoca, che prendeva ispirazione tanto da Hank Williams quanto da Bob Dylan, che univa la controcultura e l'atteggiamento vagabondo e hippie dei primi seventies con l'eredità della tradizione di Nashville, rivista e corretta secondo i tempi più anti-conformisti.

Walker da questo punto di vista è stato una sorta di epitome, tanto più per un ragazzo nato ai piedi delle Catskill Mountains, nella ragione a nord di New York, e finito ad Austin nei primi anni settanta, come se avesse trovato la sua vera casa dopo stagioni sulla strada. Ronald Clyde Crosby (il vero nome all'anagrafe), sboccia artisticamente come folksinger: in lui la lezione di Dylan e le canzoni del Kingston Trio, il folk revival e tutto il fermento delle coffee house della Grande Mela, lì dove la sua carriera ha inizio, prima insieme ai Circus Maximus (un disco per la Vanguard), poi con l'invenzione del personaggio Jerry Jeff Walker, pseudonimo che adotta sul finire dei sixties e con il quale debutta nel 1968 per la ATCO. Siamo in pieno diluvio post-dylaniano e i primi episodi di questa antologia testimoniano il filo rosso che lega le ballate di Walker a quel milieu artistico. È Mr. Bojangles, canzone e album ominimo, ad aprire giustamente le danze: siamo già nella leggenda e resterà per sempre la canzone più celebrata della sua produzione. Mille le versioni, diversi i successi ottenuti da altri (Nitty Gritty Dirt Band i primi a portarla in alto in classifica), ma l'originale resta di Jerry Jeff e contiene in nuce la sua idea di american music, quell'anima che guarda alla lezione della beat generation. Piccoli gioielli folk rock appaiono già dai primi lavori discografici, quali Driftin' Way of Life del 1969 (la baldanzosa title track, che anticipa la svolta country degli anni successivi) e Bein' Free del 1970 (I'm Gonna Tell on You e Stoney).

   

Walker collabora con Tom Dowd e Jim Dickinson, come dire l'essenza della produzione roots dell'epoca, coinvolge nelle sessioni David Bromberg e Charlie McCoy (guarda caso con lo stesso Dylan) nonchè altri musicisti della crema folk di quella stagione newyorkese, ma sente il proprio spirito votato al cambiamento, alla natura da hobo fatta crescere lungo le vie d'America, in una specie di sentimento zingaresco (da qui l'appellativo di "Gipsy Songman"). Il richiamo del Texas e di Austin in particolare è inevitabile, passando prima per Nashville e New Orleans, dove Jerry Jeff Waker si reinventa letteralmente una vita e una band (spunta il primo nucleo di quella che sarà la ribattezzata The Lost Gonzo Band). È uno strano caso, che da straniero in patria diventa suo malgrado uno dei simboli della scena country rock texana, trainando con sé un intero movimento. Partendo dallo splendido omonimo album del 1972, lì dove That Old Time Feeling e L.A. Freeway inaugurano l'innamoramento per la produzione di Guy Clark (in seguito arriverà anche la leggendaria Desperados Waiting For A Train), al fianco delle originali Hill Country Rain e Charlie Dunn. Il disco è un successo regionale e apre idealmente il momento più fertile e fortunato di Jerry Jeff Walker, le cui esibizioni con la Lost Gonzo Band accendono la miccia dei club di Austin e dintorni: insieme agli outlaws per eccellenza Willie Nelson e Waylon Jennings, con la nuova sensibilità poetica di Guy Clark e Townes Van Zandt e una sua inclinazione più gioviale e votata all'ironia, Walker si inventa un sottogenere, una country music riformista che attinge alle armi della provocazione e del sarcasmo, come quando porta al successo il brano dell'allora sconosciuto Ray Wylie Hubbard, Up Against The Wall, Redneck Mother.

La canzone fa parte di Viva Terlingua, album dal vivo che assurge a piccolo mito del genere, registrato a Luckenbach, Texas, una notte di agosto del 1973. Gravitano intorno a Walker le figure dei musicisti e autori Gary P. Nunn, Bob Livingston, John Inmon, David Bromberg, una famiglia sgangherata che tra party, concerti e bevute spropositate segna l'apice, anche commerciale, dell'artista. Il terzetto discografico per la MCA, rappresentato da Ridin' High (1975), It's a Good Night for Singin (1976) e A Man Must Carry On (1977) è quello commercialmente più fortunato: perle quali la sboccata Pissin' in The Wind, Pick Up the Tempo (brano di Willie Nelson), ma soprattutto le dimenticate It's A Good Night For Singin', Leavin Texas e Don't It Make You Wanna Dance? mostrano anche l'elaborazione di uno stile dove country rock e influssi caraibici (non lontani dalle intuizioni di un contemporaneo Jimmy Buffett), western swing e blues si intrecciano in una sintesi perfetta. Il passaggio alla Warner con la pubblicazione di Jerry Jeff (1978) segna anche la fine di questo picco creativo, seppure si riesca ancora a scorgere le eccellenze e i tesori nascosti di un artista in fase di involuzione. Quello che sorprende in questo periodo è ormai la trasformazione di Walker da songwriter in vero e proprio interprete, ragione dovuta forse ad un appannamento creativo, ma anche foriera di scelte impeccabili, come quella di modificare The Heart of Saturday Night di Tom Waits da ballata notturna e indolente in un vivace roots rock.

Gli autori di riferimento restano ancora i texani, dall'allora emergente Rodney Crowell di I Ain't Livin' Long Like This al Butch Hancock di Suckin' a Big Bottle of Gin, anche se il finale della sua stagione più fortunata, ormai approdata agli anni Ottanta, torna a puntare i riflettori sulla produzione personale: spicca una nuova versione di Maybe Mexico (apriva Reunion, album del 1981), già presente nel suo lontano esordio del '68: come a dire un cerchio che si chiude dopo anni di scorribande che lo hanno consacrato songwriter e cowboy dall'atteggiamento sempre lontano dalla seriosità della canzone d'autore, a cui tuttavia ha attinto con spirito di avventura.

    

 

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