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Little Richard
The Architect of Rock'n'roll
   




Una parte della sua (grande) storia
[a cura di Gianni Del Savio]

La miscela sacro-profano, non è una sua esclusiva: in vario modo grandi esempi di fusione fra i “due mondi” li ritroviamo (anche) in decine di artisti di fama, già nel suo tempo, soprattutto in ambito pre-soul: tra questi Sam Cooke, Clyde McPhatter, Jackie Wilson, Ray Charles… Ma in lui si evidenzia in modo eclatante, anche dal punto di vista personale, portandolo ad abbandonare la scena r&b/r&r, per dedicarsi all’attività religiosa, con improvvisi ritorni alla devil’s music. Richard Wayne Penniman nasce il 5 dicembre 1932 a Macon, Georgia - cittadina che in diverso modo avrà legami anche con due big del soul quali James Brown e Otis Redding, suoi “discepoli” agli esordi -, ed è la chiesa ad offrirgli i primi riferimenti vocali e stilistici per alimentare l’esplosiva miscela cultural-musicale degli anni ’50: il r&b/r&r di cui -divenuto Little Richard- lui sarà uno dei principali e più inconfondibili performer, in assoluto.

Prima di arrivare a quello status, Penniman cerca di farsi largo nel mondo della musica giovanile in fermento, ma con incisioni di solo discreto calibro. Tra gli interpreti a cui fa riferimento ci sono soprattutto il cantante Billy Wright (qualche hit r&b tra fine ‘40 e primi ’50) e il più “sfuggente” pianista e cantante Esquerita (Eskew Reeder), il quale pare gli abbia dato lezioni di piano (nonché ispirazione per la vistosa acconciatura dei capelli…); ma in qualche modo, oltre a vari shouters del gospel (!) per lui contano pure hit-makers quali Roy Brown, Wynonie Harris, Louis Jordan. Nel ’51, un talent show gli procura il contratto con la RCA, cui segue la firma per la Peacock; nel ’54, come Little Richard & The Upsetters, si avventura nei circuiti del sud. Ma è ancora presto per il successo. Di lui si accorge il produttore Bumps Blackwell che lo porta alla Specialty (indie fondata nel ’46) e agli studi di Cosimo Matassa, a New Orleans. Nel ’55 arriva il botto nelle classifiche con Tutti Frutti (n.2 r&b e n.17 pop), che ha riferimenti nel passato swing-jive (nel ’38, il duo Slim & Slam se ne era uscito con un frizzante Tutti-Frutti, di diversa sostanza). Formidabile il nonsense iniziale, dai tratti proto-rap, con liriche purgate rispetto alla versione embrionale, per evitare censure mediatiche. Di tanta sfacciataggine r&r ne farà comunque tesoro anche Presley, e intanto Pat Boone con un’ulteriormente anacquata versione, ne ricava una cover milionaria.

Più grande successo Richard l’ottiene con Long Tall Sally (n.1 r&b e n.6 pop), cui seguono gioiellini quali Rip It Up e i micidiali Ready Teddy, Heeby Jeebies e She’s Got It. Nel ’56 partecipa al divertente “The Girl Can’t Help It” (da noi “Gangter cerca moglie”), film sui cui titoli di testa scorre l’omonimo suo brano, mentre la trama si avvale di una colonna sonora r&r-r&b da sballo, con Fats Domino, Gene Vincent, Eddie Cochran. Treniers, Platters, Julie London. Nel ’57 due pellicole: “Don’t Knock The Rock” e “Mr. Rock and Roll”, e vari hit, tra cui la dilaniante Lucille, l’intensa Send Me Some Lovin’ (ballad proto-soul che pare fatta su misura per anticipare Otis Redding), la dinamitica, percussiva Keep A Knockin’. Nel ’58, come un fulmine a ciel sereno, mentre va in classifica la dirompente Good Golly Miss Molly, Richard annuncia l’abbandono del “peccaminoso r&r” per dedicarsi all’attività religiosa. Un proposito che vedrà varie puntate, a partire dal suo ritorno, nella prima metà dei ’60 (sottolineato anche da Bama Lama Bama Loo), quando non è più tempo di r&r, bensì di soul e funky.

Richard lo si rivede in alcuni concerti-revival, soprattutto in Europa, mentre il suo abrasivo stile, oltre a tenere accesa la miccia degli esordi dei Beatles e altri contemporanei, andrà poi ad alimentare anche l’area rock, con evidente, diversificata influenza, sui vari Creedance Clearwater Revival, Bob Seeger e altri. L’ultimo successo di un certo rilievo lo ottiene, quando, approdato alla Reprise, incide Freedom Blues (’70). Nel corso dei decenni seguenti, il grande pianista e cantante, vivrà di alti e bassi, fra nuovi dischi, collaborazioni di vario genere e qualità (Canned Heat, Jefferson Airplane, Jerry Lee Lewis, Beach Boys, Creedance, Elton John, fra questi), apparizioni in film (“Down and Out in Berverly Hills”), concerti (anche in Italia nell’88, a Roma), problemi di alcol e droga, conversioni temporanee.

Muore il 9 maggio 2020, a Tullahoma, Tennessee, lasciando un’eredità artistica di enorme rilievo.

    



La fabbrica del rock’n’roll: il re, i musicisti e i produttori

[a cura di Roberto Giuli]

Difficile identificare con un solo aggettivo la musica di Little Richard, ma se dovessimo proprio, la scelta inevitabilmente cadrebbe su “irresistibile”. Per usare le parole di Charlie Gillette, “a tutti mancava qualcosa per essere quello che il rock' n’roll voleva rappresentare. Elvis era il più grande, Jerry Lee Lewis il più dannato, ed erano bianchi; Fats Domino era grande pianista dall’aspetto bonario, Chuck Berry era una simpatica canaglia. Ma Little Richard era una furia, un nero del sud che si agitava in quella maniera cantando “irresistibili” non-sense. Intollerabile nel ’55, altro che “Happy Days”. E sottolineiamo ancora l’attributo. Richard Penniman è stato anche altro: un musicista innovatore in grado di anticipare sotto diversi aspetti - non ultimo, una travolgente presenza scenica -, il rock, il soul, il funky dei decenni a venire, quando in molti dichiareranno di averne subito l’influenza, da Otis Redding a James Brown, Beatles, Hollies, Animals, o David Bowie (“La prima volta che lo vidi rimasi scioccato”) e via elencando.

E’ una serie congiunta di fattori a renderlo unico, in primis sicuramente quella voce dall’ampia estensione; un marchio indelebile, inconfondibile sintesi di gospel e blues, come risulta evidente già dalle prime sessioni per RCA–Victor e Peacock, pur se alle prese con un repertorio che non si discosta molto dal più tipico rhythm and blues. In ogni caso restano degne di nota tracce come Taxi Blues e Every Hour, sulla base della quale verrà riscritta l’eccellente All Night Long (1957). Il buongiorno si vede dal mattino, e l’artista della Georgia è indubbiamente consapevole del potere deflagrante dei suoi brani, ai quale dedica grande cura; ci riferiamo soprattutto al periodo Specialty, dal 1955 al 1958. Gran parte di quel repertorio, il più epico per pezzi come Tutti Frutti, Good Golly Miss Molly, Lucille, Long Tall Sally, Rip It Up, The Girl Can’t Help It, Hey–Hey–Hey-Hey (già refrain per Kansas City) ecc., è realizzato nella seconda metà dei ‘50, presso i J&M Recording Studios, vera e propria istituzione a New Orleans; in buona misura a ciò è dovuto quel tipo di sound, voluminoso e ben miscelato, “pieno di eco e di rumori”, per usare una dichiarazione dello stesso Cosimo Matassa: quei brani, più di altri, saranno di importanza assoluta per la definizione del rock’n’roll.

Lo stesso urlo primordiale “A wop bop a loo bop, a wop bam boom!", che sembra presagire di qualche lustro il rap, e con il quale inizia Tutti Frutti, oltre alla riproduzione onomatopeica del suono della batteria, rappresenta in realtà quasi un canto “scat”, una scansione ritmica del più tipico beat della Crescent City. Al di là dell’immediatezza, raccoglie un’eredità profonda; gli accenti sono gli stessi della “second line” delle “marchin’ bands”, e li ritroviamo in tanti altri brani, sia dello stesso Richard - è il caso per esempio di All Around The World (1956, sarà ripresa trent’anni più avanti da Robert Palmer) -, che di altri: vedi I’m Gonna Be A Wheel Someday o I’m Walkin’, di Fats Domino. E simili. Riferiti a quel primo successo, è interessante notare come la batteria del grande Earl Palmer sottolinei il verso al momento dell’assolo e, stando proprio alle memorie del grande strumentista, “fu Bumps (Blackwell, il produttore ndr) a volere quel tipo di suono”. Lo stile pianistico, essenziale all’apparenza nelle sue robuste venature boogie (e tipicamente a terzine su alcuni tempi più lenti, vengono in mente Can’t Believe You Wanna Leave, Directly From My Heart, o la rilettura di Shake A Hand di Faye Adams, per esempio), è invero ricco di sfumature; nella sua componente ritmica potenzia il lavoro del contrabbasso, molto spesso suonato dal fidato Frank Field, e della batteria stessa.

Il vortice sonoro che si viene a creare è un amalgama unico, un formidabile sfondo che supera i confini del rhythm’n’blues, sfociando definitivamente nel rock’n’roll; pezzi come Reddy Teddy, con i suoi micidiali break, o She’s Got It, rendono bene l’idea. Se la grandezza di Little Richard è fuori discussione, la scelta dei musicisti durante il sopra citato periodo (ma anche in seguito), ancorché dettata dalle esigenze, risulta particolarmente azzeccata. Sono tra i migliori a New Orleans e meriterebbero un corposo capitolo a parte. Edgar Blanchard e Roy Montrell, chitarristi brillanti di luce propria (il secondo è anche l’artefice della celebre Everytime I Hear That Mellow Saxophone, vedi Stray Cats), sono in grado di elevare il loro ruolo di ritmici per creare veri e propri riff (a titolo d’esempio il lavoro fatto da Montrell su Lucille e Good Golly Miss Molly), come i sassofonisti Lee Allen e Alvin “Red” Tyler, nonché il menzionato Earl Palmer, riescono a delineare un cliché ideale per la stesura delle canzoni, basate su un eccitante crescendo, fino all’esplosione definitiva al momento dell’assolo: breve e bruciante nella sua veste r&b; altra prova generale del rock targato Sessanta.

Questi magnifici comprimari sono abilissimi nel fondere le loro parti con leggerezza e potenza al tempo stesso, conferendo grande dinamica al brano che, nelle loro mani, resta il vero protagonista. Forse sta qui la loro bravura, come quella di Nathaniel “Buster” Douglas (chitarra), Charles “Chuck” Connor (batteria) e Olsie Robinson (basso), ovvero gli Upsetters, band regolare con la quale Richard dà vita a gemme quali Ooh My Soul o Keep A Knockin’. Personaggi oscuri, misconosciuti ma basilari per il linguaggio delineato, per quella cifra stilistica che ha cambiato per sempre il volto del r&b, traghettandolo verso il futuro. I vari “heroes” della decade successiva ringraziano.

 

    

 

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