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Folklore   monografie, ritratti, dischi dimenticati

  
The Chambers Brothers
L'immagine fuori fuoco
   




[a cura di Gianni Del Savio]

Vengono da Flora, Mississippi (diversità nelle fonti sul luogo d’origine), portandosi dietro gli “umori sudisti” fondamentali per tutta l’arte statunitense e non, dalle radici alle ramificazioni; ma non avranno mai riconoscimenti pari alla loro statura. Li raccontiamo puntando ad alcuni dei passaggi più significativi, proprio anche per segnalare l’incomprensibile “miopia” della storia. I fratelli George (’31, basso), scomparso l’anno scorso, Willie (’38, chitarra), Lester (’40, armonica e percussioni) e Joe (’42, voce e chitarra), e per breve tempo anche Major (’27, chitarra), muovono i “primi passi” nella chiesa dell’area che all’epoca vanta circa 500 abitanti. Intorno alla metà dei ’50, attratti dai fermenti socio-culturali giovanili, si trasferiscono a Los Angeles, dove hanno modo di assorbire le varie influenze, non solo in ambito black. Una prima tappa significativa è quella dell’esibizione al festival di Newport del ’65, sia a proprio nome (See See Rider), che a supporto di Joan Baez, per una splendida Just a Closer Walk With Thee. Nell’80 ricalcheranno questo “passo spiritual” in due serate rintracciabili nell’intenso album Gospel Nights di Maria Muldaur (eccellenti le note di copertina di T Bone Burnett: citazioni letterarie, poetiche, pittoriche, e specifici riferimenti gospel, soul, r&b, country, folk).

Sempre nel ‘65, per la losangelena Vault arriva People Get Ready, LP registrato dal vivo, - miscela blues, r&b, soul, folk e pop -, che prende il titolo da uno dei brani più belli e significativi di sempre, firmato dal grande Curtis Mayfield. Il recupero di alcuni temi noti proseguirà con Now!, Shout e Feeling the Blues che, pur non omogeneamente, contengono alcune perle. Intanto la collaborazione con una grande interprete folk, porta all’ottimo Barbara Dane & The Chambers Brothers (Smithsonian Folkways, ’66, ristampato nel 2005 da DBK Works), e arriva Brian Keenan (’43, batteria), prezioso apporto ritmico, che rimane nel team fino al ’71. Il contratto con la Columbia consolida il loro livello qualitativo, anche autorale, con varie tracce indimenticabili, e regala un inatteso passaggio in studio mentre Bob Dylan sta registrando Highway ’61 Revisited: i Chambers aggiungono le loro voci in Tombstone Blues, take al tempo non utilizzata (rintracciabile in rete: vimeo.com/49970768).

Tutto sembrerebbe portare a un classico percorso nel “maistream black”, ma The Time Has Come (Columbia, 1967) va oltre, proponendo anche il capolavoro The Time Has Come Today, cavalcata psichedelica (11’…) di forte impatto ritmico-onirico: miscela lisergica soul, rock, blues, di grande tensione, che anticipa-affianca i vari Sly & The Family Stone, Iron Butterfly, ecc. E’ un gioiello a cui si rivolgeranno pure Ramones, Willy DeVille, Steve Earle & Sheryl Crow, Joan Jett, Smashing Pumpkins, Me’Shell Ndegeocello, e... Riproposto in alcune soundtracks, tra queste in Coming Home di Hal Ashby e (rieditato) in Crooklyn di Spike Lee. Mentre l’album arriva al n.6 r&b e al n.4 pop, il “liofilizzato” 45 ha solo un discreto successo pop (n.11) ma, come l’intera loro produzione di singoli, non fa neanche il solletico alle classifiche r&b. Altri pregevoli passaggi dell’ellepi sono People Get Ready (versione ineguagliabile, a parte quella dell’autore) e l’intensa, armonizzata So Tired; buona, ma un po’ “tirata via” In The Midnight Hour, brillante Uptown, scritta da Betty Mabry - a sua volta eccellente performer -, seconda moglie di Miles Davis (anche sfruttando l’amicizia con Jimi Hendrix, Betty spingeva Miles verso aree rock e funk).

L’anno dopo esce A New Time-A New Day che, oltre all’omonimo brano (7’ e rotti, composti da Keenan), ispirato al precedente gioiello ma più “prevedibile”, vanta belle versioni di I Can’t Turn You Loose (Redding) e I Wish It Would Rain (Temptations), l’ottimo, bruciante blues Rock Me Mama e la splendida Guess Who (Jesse Belvin, ‘59), dalle preziose armonie doowop. Bella versione anche di Where Have All the Flowers Gone (Pete Seeger). Il doppio LP Love, Peace and Happiness (’69) è l’ultimo prodotto di apprezzabile peso specifico. Un 33 in studio e uno live, che testimoniano della loro salute artistica. Dal primo - che nell’interno riporta messaggi in tema, scritti da ognuno dei componenti -, arrivano gli oltre 16’ del brano omonimo, e anche una bella cover di To Love Somebody (Bee Gees). Dal secondo, registrato al “Fillmore East”, lo spiritual Wade In the Water, I Can’t Turn You Loose, People Get Ready (poteva mancare?), Bang Bang e altri.

Il bailamme delle nuove tendenze musicali dei ’70 (rock, funk, disco) li ritroverà un po’ confusi, recuperando qua e là la sostanza originaria, ma abusando un po’ nell’uso di cover, non sempre così personale come in passato. Unbonded (Avco, 1973) ne è testimonianza: seppure vanti buone versioni di Let’s Go, Let’s Go, Let’s Go (Hank Ballard), The Weight (Band), Gypsy Woman (Curtis Mayfield), fino a osare con Good Vibrations dei Beach Boys… Scioglimento e ricomposizione del team per qualche occasione particolare, nonché qualche bella ristampa, anche arricchita, con l’avvento del cd. Il rammarico è che nella letteratura critica (soprattutto!) non abbiano mai trovato posto adeguato alla loro statura artistica: trascurati anche da enciclopedie o testi “importanti”. Non un nitido “primo piano”, quasi solo immagini sfuocate: è colpa del fotografo, o di chi le guarda?

    



The chart that never was: la classifica che non fu mai



[a cura di Roberto Giuli]

“La cosa più difficile del successo è che devi continuare ad avere successo”: la citazione, del grande Irving Berlin, non spiega tutto ma calza bene. Non spiega, per esempio, quanto il concetto di “successo” vada a braccetto con quello di “talento”; basilare questo se si parla di arte. Passando alla musica, il successo è un po’ come quegli ordigni bellici che ogni tanto vengono trovati chissà dove e che necessitano di essere disinnescati. Ci sono artisti che hanno lavorato sodo per una vita, privati della minima soddisfazione commerciale (ciascuno si faccia la sua lista), altri rimasti nell’immaginario collettivo senza nemmeno aver visto uno studio di registrazione, altri ancora che hanno inciso un singolo, raggiunto il numero uno, per poi scomparire nel buio di provenienza, i cosiddetti “one–hit wonder”, talmente leggendari da meritarsi delle classifiche a parte.

Ecco, appunto, le classifiche, le cosiddette “charts”, legittima aspirazione di chiunque faccia il mestiere di musicista; teoricamente logica conseguenza del talento, ma sappiamo che se dovessimo valutare le capacità di un artista unicamente dalla frequentazione delle charts, staremmo freschi. Di sicuro starebbero freschi i Chambers Brothers, musicisti d’indiscutibile spessore, cronicamente e per molti versi inspiegabilmente “assenti” dai resoconti settimanali di Billboard, Cashbox, o chi per essi, e dalle pubblicazioni specializzate; una latitanza poco comprensibile, se si considera la loro abilità (non opinabile) di esecutori e musicisti, o se si mettono a fuoco alcuni pezzi della loro discografia. Originari di una cittadina del Mississippi, effettuano il loro rodaggio nella chiesa locale. Per buona parte dei Cinquanta, prima e dopo il trasferimento in California (1954), sono alle prese con il gospel, sviluppando uno stile molto vicino a quello dei quartetti “hard”, i vari Blind Boys of Mississippi, Blind Boys of Alabama, Dixie Hummingbirds, ecc. La cosa contribuisce notevolmente ad affinarne le doti vocali, davvero con pochi pari, e ciò sarà ancora più evidente in occasione dei primi lavori dal vivo, People Get Ready (1965: la title track è forse una delle più belle edizioni del brano) e Now! (1966), composti quasi unicamente da cover che, se da una parte alimentano la loro fama di esecutori d’eccezione, dall’altra mettono a fuoco la mancanza di pezzi di propria produzione. Di più, la vastità del repertorio da cui attingono, dai classici del blues, al soul, r&b, pop, rende difficile qualsiasi tipo di identificazione più o meno immediata, nonostante la capacità in qualsiasi “settore”; il che, unitamente a una produzione forse non sempre all’altezza, può essere una spiegazione.

I fratelli, piuttosto che una patina uniforme, restituiscono a livello estetico un avvincente caleidoscopio sonoro, denso di sfumature e frutto di una ricca miscela. Un pregio, forse al tempo stesso un limite, ma eccellono tanto alle prese con le più serrate armonie doo-wop (mai visionati dai compilatori del settore), quanto con brani come Good Vibrations, per il quale riescono a mantenere fede all’arrangiamento originale, a dispetto dell’organico ristretto. Bisogna essere proprio bravi, anche a non fare arrabbiare Brian Wilson che, una volta tanto, pare abbia gradito. Certamente, vista la passione per Big Joe Williams, Jimmy Reed e via elencando, nonché la presenza di un ottimo armonicista (Lester: di lui si ricorderanno il bassista Harvey Brooks e Bonnie Raitt per il Sweet Forgiveness, 1977) e di un batterista “basilare” come Brian Keenan, sarebbe auspicabile l’inclusione in qualche pubblicazione dedicata al blues, fosse per un saggio riguardante gli armonicisti o un’enciclopedia: poco e niente. Ascoltare a tal proposito Rock Me Mama o So Long Baby, dal ritmo ossuto e dai precisi fraseggi di armonica, come nella miglior tradizione chicagoana.

Chambers Brothers e Joan Baez, Newport Festival
Chambers Brothers e Barbara Dane, Newport festival

Le cose non cambiano neppure quando sono alle prese con il folk, in occasione della collaborazione con Barbara Dane, per un disco che rasenta il capolavoro, confermandone credenziali e livello qualitativo. Troppo puri e troppo duri, non pretendiamo le classifiche, all’epoca, come oggi, ben distinte tra r&b e pop. Ed è proprio in queste ultime che, per cinque settimane nel settembre 1968, occupano l’undicesimo posto con la epica Time Has Come Today. Inciso in più versioni (la “single version” nel 1966) è frutto di un lungo mood psichedelico e di una tipica progressione (per gli interessati: I – VII – IV, c’è stato costruito un quarto del classico repertorio rock), ed è un eccellente esempio, per il riff distorto, gli effetti usati, la lunghezza, di quel rock a cui avrebbe strizzato l’occhio (anzi due) un ampio arco generazionale, dall’era “nuggets” a quella di Pearl Jam o Smashing Pumpkins, che amano riproporlo dal vivo, fino, secondo alcuni, alle jam bands di un futuro lontano (l’album associato, The Time Has Come, contiene anche All Strong Out Over You, robusto, notevole r&b dalla struttura armonica “ascendente” e dalle venature soul; ripreso e campionato da Fatboy Slim all’inizio degli anni 2000 per Weapon Of Choice, insieme a Bootsy Collins).

Ricapitolando: abbiamo una major, la Columbia, che probabilmente non rivolge loro la dovuta attenzione, un brano musicalmente superiore, un’esecuzione impeccabile, un momento magico: un undicesimo posto, nemmeno la top-ten, il che suona come un cinque e mezzo all’interrogazione. Non fossimo nella realtà, potremmo arrivare a supporre l’esistenza di qualche dispettosa regia, quella regia che ci racconta di tante altre cose. Citando poi in ordine sparso: l’eccellente A New Time, A New Day (bellissima la versione di Guess Who), l’ottimo disco con Maria Muldaur, e il breve intreccio con Bob Dylan, da cui una versione alternata di Tombstone Blues con i mississippiani ai cori sulla stesura ufficiale. Da brividi. Fu messa da parte in quanto (possiamo supporre) non in linea con il resto di Highway 61 Revisited. Di più, tanto impegno sociale, risultante nella partecipazione di Willie Chambers a un concerto di beneficenza a favore di Arthur Lee dei Love, o nella campagna per il riconoscimento dei diritti d’autore (soprattutto degli artisti afroamericani), intrapresa da Lester, capace pure di dedicare l’antica People Get Ready a Trayvon Martin, ucciso nel 2012 (colpevole prosciolto). Il quale Lester, in seguito a vicissitudini personali, fu sostenuto nientemeno che da Yoko Ono. E Joe Chambers si manterrà attivo suonando di tanto in tanto con i San Francisco All Stars, oltre a realizzare anche uno spot per la Levi’s (1977), e a collaborare con l’armonicista danese Lee Oskar (Before The Rain, 1978) e con Marva Holiday, per una versione di To Love Somebody (2015).

Piccole (grandi) cose, di qualità. Ma le classifiche? Nulla da fare, quasi a smentire Marshall Lewis, che nel suo saggio “There’s A Riot Goin’ On” scrive: “E’ necessario un chiarimento, perché Sly & The Family Stone e Jimi Hendrix non bastano a definire l’albero genealogico del rock nero. Dato per assodato che questo ha il suo fondamento nel blues, gospel, soul e rock’n’roll di maestri come Robert Johnson, Chuck Berry, Little Richard o Ray Charles, mancherebbe qualcosa se non citassimo i Chambers Brothers prima di procedere oltre. Loro sono l’avanguardia del rhythm and blues”. Un giusto riconoscimento, anche se non abbastanza per una “Top Ten”.

 

    

 

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