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Folklore   monografie, omaggi, dischi dimenticati

  
Chuck Berry 
Down to the "Promised Land":
la storia (immaginaria) di una canzone 
  


Los Angeles give me Norfolk Virginia
Tidewater four ten O nine
Tell the folks back home this is the promised land callin'
And the poor boy's on the line


(Promised Land - incisa il 25 febbraio 1964, Chess single 1916)




[di Fabio Cerbone]

For a rock'n'roll poet: Chuck Berry (18 ottobre 1926 – 18 marzo 2017)

Chuck è appena uscito di prigione. Ne ha combinata un'altra delle sue e questa volta è davvero grossa. Non gli era bastato rubare un'auto: era il '44, se lo ricordava come fosse ieri, non aveva ancora diciotto anni e scorazzava con un paio di amici, la pistola puntata dritta in faccia a un disgraziato, dalle parti di Kansas City. Adesso lo avevano incastrato con il Mann Act. Tratta delle schiave... O una cosa del genere, non ci capiva molto di legge. Proprio lui che era un nero e di schiavi ne sapeva qualcosa. Ci erano andati giù pesante: accuse di sfruttamento della prostituzione, una ragazzina di quattordici anni trascinata da uno Stato all'altro.

Il fatto è che Chuck adorava le ragazzine, quelle che strillavano sotto il palco nel '57, l'anno d'oro del rock'n'roll a Memphis. Tiravano una corda in mezzo alla sala, quelle bianche da una parte, le nere dall'altra. Bastavano pochi secondi, Chuck attaccava il cavo e scampanellava il suo riff, la festa aveva inizio e non riuscivi più a distinguere bianchi e neri, sopra e sotto, paradiso e inferno. Le spogliava con il suo scaltro sorriso da paparino, alzava il sopracciglio, divaricava le gambe, saltellava sul palco con il passo che aveva brevettato personalmente e immaginava già di spiarle sotto le gonne. Andata come era andata, Chuck si era fatto la galera, allungando la sua fedina penale. Era il gennaio del 1962, gli avevano appioppato tre anni, ne aveva passato uno prima di ottenere la condizionale.

Anche perché non poteva perdere dell'altro tempo prezioso, aveva una questione da sbrigare. Degli stronzetti inglesi con i capelli a caschetto erano atterrati in America per spiegare alla gente come lui come si doveva suonare quella musica. Roba da non crederci! Tiravano giù pari pari gli accordi delle sue canzoni e facevano scintille, rubandogli la mercanzia, le ragazze si intende, e lui non vedeva l'ora di riprendersi lo scettro. Insomma, ristabilire una gerarchia, se capite quello di cui stiamo parlando: qui c'è seduto Chuck - per Dio! - gli altri gli lustrino le scarpe. Fanculo i Beatles, Roll Over Beethoven come la suonava lui era tutta un'altra storia; fanculo gli Stones, la bocca di Jagger gli ricordava una prostituta nera in un bordello di St. Louis e lo scolaretto Richards si era trascritto ben bene ogni passaggio dalla sua Gibson 335 fiammante, ma entrambi avrebbero venduto le loro madri per essere nati a Memphis; e fanculo anche a quel bambolotto di Brian Wilson con i suoi Beach Boys. Sulle spiagge della California ci doveva stare Chuck e non i loro visi smorti, circondato da una decina di biondine tutto pepe mentre lui allungava una mano su quei culi sodi, una pacca per ciascuna.

Perché quelli erano i riff di chitarra di Chuck Berry - Cristo santo! - e il pubblico nella Terra Promessa del rock'n'roll ce lo doveva portare lui, non questi nipotini spuntati come funghi velenosi dopo il suo arresto. I bianchi però gli avevano dato da mangiare, eccome, non poteva negarlo: senza Elvis e gli altri, anche Chuck non avrebbe avuto la sua fetta di torta. Gli aveva sempre lisciato il pelo a quella gente, a modo suo certo, con un senso degli affari di uno che ti avrebbe venduto il buco del culo di un asino per un anello di fidanzamento, un sistema che alla fine lo aveva messo in cima al mondo. Vogliono la Terra Promessa? E sia: una canzone di quelle che piacerà a tutti, ma ai bianchi soprattutto, visto che Chuck vuole tornare in classifica, mica fare la comparsa. Pensa Chuck, pensa. Una melodia che già conoscono, tipo Wabash Cannonball, avete presente quella vecchia lamentosa canzone folk sui treni? Funzionano sempre le canzoni sui treni. Ecco, loro riconoscono la melodia all'istante, Chuck ci aggiunge la sua chitarra e il gioco è fatto.

Lo schema era pronto, ora aveva bisogno della sceneggiatura originale. Quando si trovava ancora in prigione Chuck si era fatto qualche viaggetto in biblioteca, per ammazzare il tempo. Gli piaceva leggere: diamine, non era uno di quei "negri" signorsì padrone, sapete, lo stereotipo del servo istruito, bravo solo a lavorare e ad abbassare la testa. Conosci il tuo nemico, pensava Chuck, e poi affonda il coltello a tempo di rock'n'roll. Be' insomma, per farla breve, lì in mezzo alla misera raccolta di libri del carcere aveva trovato una di quelle carte geografiche che stavano appese ai muri della Sumner High School, ai tempi in cui era uno sbarbato studente di St. Louis, Missouri. Si ricordava che stava a fissarle tutto il giorno, immaginandosi in tour con la sua band, cavalcando l'onda come i grandi bluesman che aveva ascoltato da ragazzo, da costa a costa, dalle bettole su su fino a conquistare i grandi teatri. Perché prima o poi i neri come lui sarebbero entrati dalla porta principale, qualunque cosa ne pensasse quel grandissimo figlio di puttana di George Wallace, il governatore dell'Alabama e i suoi amichetti incappucciati del KKK.

Prese quella carta, la rigirò tra le mani e cominciò a segnarsi i punti cardinali: da est a ovest, tutta di filato, "get your kicks on route 66", come diceva quella vecchia canzone. Poi toccava alle città, da scegliere con cura, ma senza finire per forza nei posti che il pubblico si sarebbe aspettato. Di sicuro c'era soltanto l'arrivo, l'Edolrado, il paradiso in terra, la Promised Land, Los Angeles e la sua passeggiata fra le stelle. Questa era l'America, sissignore, la terra delle opportunità. Nel mezzo Chuck poteva sbizzarrirsi, infilarci i paesi che aveva visto e quelli che avrebbe volentieri evitato, come quello stramaledetto Sud e le sue regole non scritte di sopravvivenza. E allora che ne dite della Virginia? Dove cazzo si trovava Norfolk? Vallo a sapere, Chuck da quelle parti non aveva parenti. Meglio così, nessuno gli avrebbe fatto causa.

Un biglietto per un Greyhound, la libertà a poco prezzo disponibile per tutti gli americani, e ti metti sulla strada. Non aveva bisogno di Kerouac che gli insegnasse il tragitto. E via tre le due Carolina e giù in Georgia e Alabama, dove il motore del bus decide che non ce la fa più e si ferma a Birmingham, proprio in mezzo a quegli stronzi del KKK. Il treno è la salvezza, l'America è piena di treni, un calcio nel culo e fai perdere le tracce. Lontano, dall'altra parte del ponte, dritto in Mississippi. Stai a vedere che adesso arriva la Lousiana, New Orleans è in fondo al tunnel, scendi dal treno e cerchi un passaggio. Da queste parti non ti linciano e un ragazzo povero fa sempre compassione. Una botta di fortuna, ci vuole anche quella, accade in Texas, poi nel deserto c'è Albuquerque e alla fine un aereo su cui saltare per la California. Un aereo? Non era un po' troppo per un nero famoso a Memphis? Chuck aveva sollevato un momento la mano dalla cartina, poi ci aveva ripensato. Ma che si fottano, questo è un rock'n'roll dream, le regole non esistono.

Quando atterra in California il ragazzo sente finalmente le campane del paradiso che suonano a festa… Swing low sweet Chariot, coming for to carry me Home... No, niente chiese e salvezza divina, altrimenti sarebbe tornato al punto di partenza, a fare il "buon negro" che prega il Signore. Chuck vuole un altro paradiso, la Promised Land dell'uomo bianco adesso gli appartiene, con tante, ma tante pollastrelle che gli ronzano intorno.

Centralino, passatemi il numero di Norfolk, Virginia, che devo raccontare a mamma e papà che sono arrivato. Los Angeles è proprio come me la immagivano.

 

    




 

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