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John Fogerty
Eye of the Zombie // Dejà Vu (all Over Again)
[BMG 2018]


File Under: rock'n'roll dejà vu

di Fabio Cerbone (10/12/2018)

Prosegue il lavoro di riproposizione del catalogo solista di John Fogerty da parte della BMG, che decide di completare le precedenti ristampe (vi avevamo parlato di Centerfield e Blue Moon Swamp, a cui andrebbe aggiunto il live Premonition) con la pubblicazione di Eye of the Zombie e Deja Vu All Over Again. Nessuna bonus track in questo caso e una sostanziale conferma della grafica e dei testi esistenti, giusto per chiarire a chi conoscesse già questi album che nelle suddette edizioni non vi troverà particolari inediti o tesori nascosti, né tanto meno note biografiche che possano arricchire la loro storia. C'è soltanto la curiosità di ritornare sui passi dell'artista californiano, togliere la polvere da alcune canzoni e capire se hanno retto lo scandire del tempo, anche in confronto alla fondamentale eredità dei Creedence Clearwater Revival. Ed è chiaro che i due convitati in esame fanno la figura dei vasi di coccio, non solo in un insostenibile rapporto con il songbook della fine dei Sessanta, ma anche al fianco dei trionfi come il citato Centerfield, passaggio essenziale della vita di Fogerty, fosse solo per i numeri del suo successo, e dell'ottimo Blue Moon Swamp, altro comeback artistico atteso e ben ripagato. Qui invece l'ex mattatore dei Creedence deve lottare, in entambi i casi, con aspettative esagerate, frutto proprio di ciò che ha preceduto queste opere, indecise se ripetere una formula o sperimentare qualche azzardo.

Eye of the Zombie è senza dubbio il punto più basso dell'intera discografia di Fogerty, ancora adesso un album che risuona di tutti gli impresentabili clichè che il linguaggio rock più classico ha dovuto affrontare nella bolgia "sintetica" degli anni Ottanta. Prende forma sulle ali dell'entusiasmo per il rientro di Centerfield, le sue vendite milionarie e soprattutto l'idea che dopo stagioni di oblio, a Fogerty fosse tornata la voglia di incidere e persino di suonare dal vivo. Non è un caso che i due dischi siano separati fra loro da poco più di un anno. La vicinanza non è affatto un vantaggio, accatastando materiale non all'altezza e forse subendo qualche pressione di troppo dalla stessa casa discografica, per capitalizzare il ritrovato interesse intorno alla sua figura. Eye of the Zombie, registrato a Hollywood con una backing band di scafati professionisti (al contrario dell'autarchia di Centerfield, dove Fogerty spadroneggiava in solitaria), poco attenti allo stile e alla storia dell'attore principale, diventa così un goffo tentativo di aggiornare il ruspante swamp rock di casa alle levigate produzioni del momento, pompando la ritmica e sbiadendo il carattere delle composizioni con sintetizzatori, tastiere gonfie, sezione fiati contraffatta.

L'incomprensibile strumentale Goin' Back Home apre il disco e annuncia la tempesta, per il resto si salva davvero ben poco, forse soltanto la risolutezza di Change in the Weather, dove le voci di Bobby King eTerry Evans a fare da sostegno spostano l'ago della bilancia verso i Muscle Shoals e la tradizione swamp & soul sudista. Non a caso è l'unico brano che Fogerty riprenderà dal vivo e deciderà addirittura di registrare in un'altra versione, nel progetto The Blue Ridge Rangers Rides Again. Ciò che resta tenta di affilare le unghie nei testi, spesso attraversati da ironico commento sociale (una banale Soda Pop), rabbia (Violence is Golden) e da una sorta di spaesamento dell'artista in quella stagione dove si sente, come molti colleghi, fuori posto: si passa stancamente per il rock plastificato della stessa Eye of the Zombie e di Headlines e si approda alle leggerezze quasi imbarazzanti di Knockin' on Your Door e Wasn't that a Woman. Eye of the Zombie riuscirà, nonostante tutto, a diventare disco d'oro negli States, ma lascerà prosciugato e disilluso Fogerty, che onestamente tirerà i remi in barca per altri dieci anni.

Si arriva così alla seconda ristampa, Deja Vu All Over Again, che è in qualche modo la riproposizione di uno schema, e al tempo stesso di un simile impasse artistico. Nell'ombra stazionano infatti Blue Moon Swamp, i Grammy portati a casa con merito e un concreto ritorno di fiamma per il sound che fu dei Creedence, quanto meno una sua versione credibile e aggiornata. Deja Vu All Over Again attende sei anni da quella affermazione, forse memore della premura fallace di Eye of the Zombie e in parte riesce a contenere la caduta, ma non possiede la forza e la coerenza del predecessore, il suo afflato sudista e l'impulso swamp che ne colorava la scaletta. Resta un onesto album di passaggio, che ricalca in controluce certe soluzioni di Blue Moon Swamp ed è capace tuttavia di riportare Fogerty sulla strada, suonando dal vivo in tour energici che mediano fra nostalgia e presente. La title track, ballata di impianto classico per Forgerty, ha il compito di svelarne la sceneggiatura (già evidente nel vecchio scatto in copertina) e lo fa nel modo migliore, evocando la stagione di Who'll Stop the Rain e centrando il testo nel paragone fra la guerra in Vietnam e l'allora morsa americana in Iraq.

Peccato a John non torni l'ispirazione per qualche altra disamina altrettanto efficace, preferendo tematiche familiari e mature, a volte persino qualche ordinaria annotazione sulla sua inadeguatezza di uomo alle prese con la tecnologia moderna (la trascurabile Nobody's Here Anymore, con la chitarra dell'ospite Mark Knopfler a parodiare il suono Dire Straits). Ciò che tiene a galla l'album non sono tanto le incursioni nei territori più elettrici, con la finta veemenza punk di She's Got Baggage (alla batteria per tutto il disco il battito possente di Kenny Aronoff), l'insipido rock a tinte new wave di Radar o le trame blues psichedeliche di In the Garden, quanto i brani dal respiro più rurale, che scavano nell'educazione del Fogerty appassionato musicista, dal rockabilly di Honey Do alle dolcezze country acustiche di I Wll Walk with You e Rhubard Pie.