:: Recensioni
 
Seleziona una rubrica:



Ristampe/ Antologie


David Gray
The Best of David Gray


Terry Dolan
Terry Dolan


Terry Allen
Lubbock (on everything)


Gov't Mule
The Tel-Star Sessions

DM3
West of Anywhere
Dusty Springfield
Come for a Dream: The UK Sessions
Beat Happening
Look Around

Tracey Thorn
Solo: Songs and Collaborations
1982-2015

The Beckies
The Beckies
Lee Hazlewood
The Very Special World of...
A.J. Croce
That's Me in the Bar (20th Anniversary Edition)
Son Volt
Trace (Expanded & Remastered)

The Scientists
The Scientists + Blood Red River

Julian Cope
World Shut Your Mouth + Fried

Royal Jesters
English Oldies

The Textones
Midnight Mission/ Cedar Creek

Jimi Hendrix
Freedom - Atlanta Pop Festival

Grayson Capps
Love Songs, Mermaids and Grappa
Jerry Jeff Walker
No Leavin' Texas 1968-82
Nikki Sudden
Dark Rags at Dawn
Tony Joe White
The Complete Warner bros. Recordings
Glen Campbell
Rhinestone Cowboy - 40th Anniversary Edition
Jeff Cowell
Lucky Strikes and Liquid Gold
Dave Ray
Legacy
Radio Birdman
Radio Birdman (Box set)
The Velvet Underground
The Velvet Underground (45th Anniversary Reissue)
Mike Cooper
Trout Steel + Places I Know/ The Machine Gun Co.
CSN&Y
CSNY 1974
Kinks
Lola Versus Powerman and The Moneygorouns, Part One
The Dictators
Faster...Louder. The Dictators Best 1975-2001
The Beasts of Bourbon
30 Years on Borrowed Time
The Walkabouts
Devil's Road/ Nighttown
R.E.M.
Unplugged 1991-2001: The Complete Sessions
Richard Buckner
Bloomed
The Dream Syndicate
The Days Before Wine and Roses
Uncle Tupelo
No Depression (Deluxe)
Bocephus King
Amarcord
Lucinda Williams
Lucinda Williams
The Waterboys
Fisherman's Box
Bottle Rockets
Bottle Rockets + The Brooklyn Side

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 
Home page

ClassicHighway   best of, ristampe, classici

 

 

Will T. Massey
30 Years in the Rearview

[Route 61 Music 2017]

www.route61music.com

File Under: life of an outsider

di Fabio Cerbone (26/01/2017)

C'è stata una breve stagione, tra la fine degli Ottanta e l'alba del decennio successivo, sepolta nella memoria di chi ha sempre avuto un debole per gli scorci periferici dell'America rock, in cui un rinascimento di giovani songwriter sembrava dovesse rubare il centro della scena. Era un'immagine un po' falsata, va da sé, ma negli anni in cui Bruce Springsteen si ritirava fra le comodità familiari e la E Street band non batteva a tappeto gli stadi, nel tempo in cui anche i "nuovi Dylan" degli anni Settanta soffrivano le pene dell'inferno, una schiera di nuovi voci americane ridava senso e dignità all'idea di rock d'autore. Era anche un buon antidoto o se volete un'alternativa possibile al predominio del grunge e all'esplosione del fenomeno rock underground. Accogliere i dischi di Will T. Massey, e con lui dovremmo citare Michael McDermott, Vinnie James, Mark Germino, Doc Lawrence e chissà quanti altri outsider, era una specie di scelta di campo: credere insomma che ci fosse ancora spazio per lo scorrere del grande fiume della tradizione.

Un ragazzo texano di San Angelo più di altri attirò le attenzioni: l'esordio omonimo di Massey per la MCA nel 1991, prodotto da Roy Bittan (tutto torna), fu una rivelazione e uno dei frutti più maturi di quella generazione. Il rock da strada maestra e proletario di Springsteen e Mellencamp sposava il songwriting della terra texana, Steve Earle e Townes Van Zandt si incontravano da qualche parte a metà strada e le canzoni viaggiavano vagabonde fra nuove terre promesse. Arrivò anche un tour, proprio di spalla a Steve Earle: capitò nel bel mezzo del più grande buco nero della vita di quest'ultimo, fra droghe e deliri da fuorilegge, e anche il buon Will T. Massey ne fece le spese. Inghiottito da demoni personali e aspettative forse troppo grandi, semplicemente uscì di scena, spense le luci nella sua testa e conobbe la strada nel senso meno metaforico del termine, letteralmente un hobo nell'anima e nella carne. Da allora qualcosa è successo e i pezzi, poco a poco, con la pazienza e tutto l'amore possibile da parte delle persone e dei musicisti che lo hanno apprezzato, sono tornati a combaciare, per quanto possibile.

30 Year in the Rearview è la testimonianza di questo percorso nell'ombra, di quello che è capitato all'uomo e al songwriter "nel frattempo". Sedici brani messi in sequenza dallo stesso Massey con la collaborazione dell'italiana Route 61 e del responsabile Ermanno Labianca, che dopo un intenso scambio di mail personali con Will ha dato forma a un'antologia che ha il sapore di una lettera fra amici, un gesto affettuoso più che un disco vero e proprio. Chiariamo subito: nessun brano di 30 Years in the Rearview possiede la forza, l'innocenza e anche l'ingenua rabbia di quel disco omonimo del '91, quell'idea di poter conquistare il mondo con il proprio rock'n'roll. E non potrebbe essere altrimenti. Contiene però la fotografia sincera di un autore che fra romanticismi folk riscopre piano piano le proprie radici e la propria storia, fra ballate malinconiche dai tenui colori country che qui più che altrove lo tengono legato alla tradizione locale, quella dei vari Van Zandt e Guy Clark e di una Austin che lo ha accolto come un figlio.

Ripercorriamo dunque demo di studio, memorie degli esordi (in parte recuperate nel 2007 in Slow Study, session prodotte da Lloyd Maines e qui testimoniate da tre episodi, tra cui Long Distance Love in duetto con Tish Hinojosa) e brani della sua produzione più recente. Il tono di 30 Years in the Rearview è elegiaco e spesso solitario, non solo per i sei minuti della commovente A Summertime Graveyard in apertura, piano e voce per il brano che aveva l'onore di chiudere la scaletta del citato 'Will T Massey' e qui in una registrazione nuova di zecca del 2016. E' l'intera raccolta a riflettere queste atmosfere più intime e dimesse, anche quando l'elettricità sembra fare timidamente capolino in Blue Shadow o Alone With You, episodi tratti da 'Letters in the Wind' del 2006 (la title track è proposta in versione acustica e casalinga), con Charlie Sexton alle chitarre fra gli altri. Un cambio di scenografia dovuto anche alla voce di Massey, lontana dal graffio della gioventù, a volte incerta e sofferente, non per questo meno vera nell'esporre i sentimenti in Peace Train, The Weathering o Life Moves On.

Questi ultimi sono episodi che arrivano dalle incisioni più recenti, risalgono al 2016 e sembrano fare ritorno là dove tutto cominciò trent'anni fa: un suono per lo più acustico e folkie, un violino o una lap steel, percussioni accennate. Non è un caso infatti che il trittico di bonus track, aggiunte in coda e nominate 'The Cassettes Years' (qualità più che casalinga, da demo, ma valore personale), sia il frutto di provini dal sapore roots, scatti di un Will T Massey che al tempo inseguiva il suo Nebraska e avrebbe trovato di lì a poco un precario eppure memorabile debutto.