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The Buzzcocks
Another Music In A Different Kitchen
Love Bites
[Domino 2019]


File Under: punk melodico

di Guanfranco Callieri (21/02/2019)

Quando escono, alla fine del 1977, le quattro canzoni di Spiral Scratch, EP di debutto per i Buzzcocks formati, circa due anni prima, da Pete Shelley e Howard Devoto, il punk del Regno Unito, esploso da poco e ancora non trasformatosi nei primordi della futura new-wave (sebbene ai controlli dell’extended ci sia Martin Hannett, in seguito direttore artistico della Factory Records di Joy Division, Durutti Column, New Order etc.), attende ancora di veder bruciare la propria parabola. Mentre i Sex Pistols, assistiti da Malcolm McLaren, fanno a pezzi le liturgie della comunicazione di massa (in realtà rispettandole con estremo scrupolo, ma questa, come si dice, è un’altra storia), i Clash la buttano in politica, terzo mondo e rock and roll, i Damned (non a caso prodotti da quella vecchia volpe di Nick Lowe) virano sull’ironia e gli Stranglers propongono una dimensione gotica, i Buzzocks spingono sul pedale delle melodie, ancorché opportunamente frantumate sul passo di carica della sezione ritmica, e della credibilità di strada, sul versante dell’autoproduzione e sul ruggire di mille tensioni adolescenziali cariche di frustrazioni, spigoli, prese in giro e spregiudicatezze.

Anche se Devoto se ne va quasi subito, per dare vita ai Magazine, l’attaccamento del pubblico al gruppo di Bolton nella sua migliore incarnazione, appunto quella guidata da Shelley (con Steve Diggle alla chitarra ritmica, Steve Garvey al basso e John Maher alle bacchette) tra il 1977 e il 1981, si mantiene modesto nei numeri ma incrollabile per fedeltà, al punto da incoraggiare una rinascita della sigla (tornata a galla nel 1993 per altri sei lavori messi in cantiere da formazioni rimaneggiate e, benché mai al di sotto della decenza, di altalenante spessore artistico) a oltre dieci anni dal suo scioglimento. I primi due album dei Buzzcocks vengono oggi ristampati dalla Domino in nuove e accuratissime confezioni, però senza aggiungere alcunché, com’è giusto, al programma originario (evitando così di cedere alla tentazione di trasformare eventuali contenuti integrativi in richiami estemporanei per gli estimatori di vecchia data): l’occasione è quella del loro quarantesimo compleanno (entrambi uscirono nel 1978: il primo in marzo, il secondo in settembre), per cinismo della sorte quasi concomitante alla prematura scomparsa di Shelley, morto lo scorso dicembre all’età di 63 anni.

Malgrado la vulgata comune abbia visto e continui a vedere in Another Music In A Different Kitchen l’espressione più cruenta e istintiva del gesto punk-pop dei Buzzocks (di fondamentale importanza per i ritornelli minimali e travolgenti di Descendents, Nofx o Bouncing Souls), e nel successivo Love Bites un ammorbidimento quasi commerciale (la stessa tesi oltranzista di chi non aveva colto nelle New York Dolls del secondo album, tanto per fare un esempio, una maturità e un istrionismo glam senza nulla da invidiare alla foga del celebrato debutto), è invece un piacere ritrovare entrambi i lavori — uno più caustico e violento dell’altro, l’altro più rockista e ammiccante dell’uno — elettrizzanti, freschi e trascinanti come un tempo, di nuovo caratterizzati da un’esaltante ferocia interpretativa alla quale la stagionatura, anziché corroderne lo smalto, sembra aver donato la statura inequivocabile del classico. Merito, soprattutto, delle canzoni di Shelley, al secolo Peter Campbell McNeish, figlio di due operai del settentrione britannico, innamorato della poesia romantica (da cui il cognome d’arte), bisessuale dichiarato e, nonostante un’attitudine incrollabile verso l’intreccio di furia esecutiva e pienezza melodica (tale da attirargli le antipatie degli ascoltatori e dei punk più radicali, che l’avrebbero sempre etichettato come fautore di un ambiguo compromesso tra rabbia e immediatezza), compositore molto più eclettico e raffinato di quanto non sia riconosciuto.

Almeno fino a oggi, perché ora, verificata la fascinazione verso la musica tedesca di stampo cosmico d’inizio ’70, poi rielaborata con estrema personalità nelle opere soliste (in particolar modo tra i solchi elettronici dell’allora controverso Homosapien [1981]), e l’influenza esercitata dai Buzzcocks sul punk di mezzo mondo, e non solo (dai quasi coetanei Dickies e Skids a tutto l’hardcore dei ’90 e oltre), è arrivato il momento di rendere a Shelley l’onore non solo di una voce unica, pulita e in contemporanea ringhiante (secondo un timbro dalla configurazione a dir poco singolare); non solo di un coraggio invidiabile nel maneggiare il tema della sessualità (argomento prediletto sebbene foriero di perpetue interdizioni dalla messa in onda radiofonica o televisiva); ma di una scrittura sapiente e febbricitante, capace di sintetizzare gioia e amarezza, riscatto e sconforto, e più in generale tutti i fantasmi dell’anima di un uomo, nella perfezione semplice eppure nient’affatto semplicistica di pillole punk sempre affilate e convincenti. Chi scrive, dopo ripetuti ascolti e pur senza nulla togliere (ci mancherebbe altro) alla nitroglicerina tra Ramones e doo-wop di I Don’t Mind, ai sette minuti ondivaghi, ipnotici e scorticati di una Moving Away From The Pulsebeat piuttosto esplicita nell’omaggiare il ritmo primordiale e ossessivo dei Can, alle sei corde frontali dell’iniziale Fast Cars, alle atmosfere abrasive di You Tear Me Up (dov’è impossibile non scorgere un embrione degli Hüsker Dü di Bob Mould e Grant Hart) o al boogie scalcinato e vorticoso di No Reply, ossia agli episodi più significativi di Another Music In A Different Kitchen, sarebbe tentato di preferirgli il successivo Love Bites, da più parti incompreso perché, in un certo senso, più accessibile e composto (verrebbe da dire, ancora una volta, classico) del predecessore, ma rispetto a quello ugualmente esplosivo.

Si tratta, inoltre, dell’album con cui Maher (ascoltatelo alle prese con la catalessi stellare dell’ultima Late For The Train) dimostra di essere uno dei batteristi forse più dotati del punk britannico tutto, nonché dell’opera in cui Shelley azzanna gli stacchi brucianti e rapinosi dell’intramontabile Ever Fallen In Love (With Someone You Shouldn’t’ve) e in cui Diggle si piazza davanti al microfono per il cameo semiacustico della deliziosa Love Is Lies. E non è tutto, perché ci sono anche i cambi di tempo teatrali di Operator’s Manual, il riff devastante di Nothing Left, le sei corde schizzate di Real World e la ruvida malinconia di Nostalgia: il fatto non si tratti comunque dell’album migliore della carriera dei Buzzcocks (titolo, questo, ancora spettante all’inarrivabile Singles Going Steady [1979], antologia degli otto singoli usciti in Inghilterra nel primo biennio di vita dei nostri), la dice lunga sul talento, l’energia e l’originalità di un gruppo da amare quanto Pete Shelley ha amato la vita. Cioè tantissimo.