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Roy Buchanan
Live at Town Hall 1974

[Real Gone/ IRD 2018]

realgonemusic.com

File Under: unsung guitar heroes

di Fabio Cerbone (28/06/2018)

Non possedeva il "physique du role" e spesso un voce spendibile per cantare in prima persona, forse neppure il carattere per reggere le dure scelte del music business; gli restavano soltanto quelle dita, che grazie a una tecnica impeccabile nel picking e a un uso sapiente di tono e volume rendeva la sua inseparabile Telecaster uno strumento che parlava senza trucchi. Il nome di Roy Buchanan è da sempre relegato alle figure di culto della storia del rock'n'roll, questione di losers per vocazione e destino, nel suo caso persino tragico oltre ogni immaginazione (finito impiccato in una cella della Virginia nell'agosto del 1988, dopo un arresto per ubrichezza molesta). Resta il mito del "Best Unknown Guitarist in the World", come fu introdotto erroneamente in un primo documentario sulla sua figura dalla PBS americana, che a lui dedicò uno special all'alba dei settanta.

Buchanan arrivava da anni di gavetta e impareggiabili retrovie, nato in Arkansas e cresciuto in California, dove sulla scena blues e rockabilly locale fece le sue prime esperienze come session player. Soprattutto nel combo di Dale Hawkins, poi con Freddy Cannon e il cantante country Merle Kilgore, addirittura con i Temptations, per approdare al seguito di Ronnie Hawkins, l'uomo che lanciò gli Hawks (poi divenuti The Band) e dove Buchanan fece un poco da padrino al giovane Robbie Robertson. Disilluso, relegato fuori dai riflettori, quasi deciso a tagliare i ponti con la musica e la carriera, sarà soltanto grazie a quel documentario citato e alla ricollocazione nell'area della capitale Washington DC che Roy avrà una seconda possibilità, un contratto con la Polydor, una band nuova di zecca per le sue incisioni, per una serie di album mai veramente sostenuti a dovere e dalle alterne fortune.

La ristampa ampliata, anzi, completamente rivista di Live at Town Hall, 1974 si inserisce in questa vicenda, nella stagione più fertile a livello artistico per il chitarrista: si tratta infatti di una rilettura del famoso "Live Stock", album dal vivo del 1975 che la Polydor mise insieme con soli sette brani tratti in buona parte da un'esibizione alla Town Hall di New York City nel novembre dell'anno precedente. Una classica operazione di fine contratto, con Buchanan pronto a passare all'Atlantic per altri tre dischi ignorati, prima di risorgere a nuova vita nel decennio successivo con la Alligator. Eppure, nella dimensione live (sfruttata in seguito con tante uscite postume del suo catalogo), Buchanan semina le tracce più evidenti della sua arte e Live Stock diventa così un titolo imprescindibile per ammirare quello stile che conquistò fra gli altri l'ammirazione di Jeff Beck, Jerry Garcia, John Lennon, Billy Gibbons, tutti sostenitori disinteressati di questo anonimo, barbuto chitarrista.

La Real Gone rivernicia con nuova linfa quella performance arrivando al doppio in questione - Live at Town Hall, 1974 - proponendo l'intera scaletta delle due esibizioni di quel giorno a New York, ventuno tracce divise in Early Set e Late Set, con quattrodici inediti rispetto all'originale. Come da tradizione, gli episodi si ripetono e si accavallano, ma ci sono anche cambi di scaletta, con il finale del primo affidato a Driftin' & Driftin' e quello del secondo a All Over Again (I've Got a Mind To Give Up Living). Il mondo musicale rappresentato nel live è quello di un musicista che si forma nelle note calde del blues, del r&b degli anni cinquanta, del soul e del country, pescando dai repertori di Roy Milton (Reelin' and Rockin'), di Bobby Blue Bland (Further On up the Road) e Al Green (I'm a Ram) e fondendoli con ispirazioni giunte direttamente dalla scena rock psichedelica del tempo, riprendendo la celeberrima Hey Joe (speciale il legame con Hendrix, pur nella differenza delle loro teniche chitarristiche) e persino una soprendente Down by the River di Neil Young.

Affiancato da Billy Price alla voce solista (fatta eccezione per qualche episodio, cantato direttamente dal timbro modesto dello stesso Buchanan), Malcolm Lukens alle tastiere, John Harrison al basso e Ronnie "Byrd" Foster alla batteria, Roy ha poi l'occasione di avvicendare il tutto con le sue composizioni originali, da una classica Roy's Bluz alle varie I'm Evil, Done Your Daddy Dirty e In the Beginning, lì dove le tonalità spesso acide, acute della sua Telecaster (e l'inseparabile Fender Vibrolux come amplificatore) esaltano il fraseggio, alternando note nervose e placide, sempre sfruttando un approccio nudo e crudo, senza effetti di sorta che non siano legati al fingerpickin' e all'utilizzo del volume. È in questo che risiede buona parte della magia che deve avere conquistato colleghi e addetti ai lavori, senza purtroppo la scalata al grande pubblico, anche in un periodo, quello della prima metà degli anni settanta, in cui la febbre dei cosidetti "guitar heroes" era all'apice della sua diffusione.