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Mary Lou Lord
Got No Shadow

[Fire records 2018]

maryloulord.net

File Under: Indie gone major

di Gianfranco Callieri (05/11/2018)

È sorprendente constare come, rispolverando certi periodi, sembri di rivolgersi, anziché al medioevo, a neppure vent'anni addietro. E invece. Comunque, volevo dire, c'era una volta un'epoca - i primi '90 - in cui, mentre le multinazionali gareggiavano nell'accaparrarsi quanto di più strano fosse un attimo prima appartenuto alla scena indipendente, le sussidiarie delle major godevano di relativa libertà nello scritturare artisti fino a quel momento ritenuti indigeribili per le grandi platee: tra esse la Work, piccola ma agguerrita divisione del colosso Sony che, avendo azzeccato la tombola commerciale di Jennifer Lopez, si prendeva il lusso di mettere sotto contratto esordienti del calibro di Dan Bern e Andrew Dorff passando per Fiona Apple (miracoli, da qualunque parte la si voglia vedere, di un'industria già svanente eppure ancora in grado di allineare ricerca e ammiccamenti con una componente di stravaganza oggi del tutto scomparsa).

Tra i beneficiari delle attenzioni della suddetta Work ci fu anche, nel 1998, Mary Lou Lord da Salem, Massachussetts, cantante folk dirozzatasi nell'ambiente universitario di Boston, poi operativa nell'area di Washington e a quei tempi piuttosto chiacchierata in ragione d'una amicizia da alcuni reputata qualcosa in più con Kurt Cobain dei Nirvana. Titolare di qualche bel disco all'insegna di un folk stradaiolo dagli spigoli talvolta in odor di post-punk, l'artista sarebbe nelle stagioni successive tornata a un regime di totale autonomia, registrando altri lavori - l'ultimo dei quali, Backstreet Angels, uscito tre anni or sono - abbonati con estrema coerenza e qualche limite espressivo alla dimensione di rockeuse dal passo folk e dalla tendenza a scantonare in un romanticismo urbano né troppo edulcorato né troppo pungente.

Got No Shadow
, fuori catalogo da una vita e oggi ristampato tale e quale al prototipo (per il mercato europeo c'è persino una sciccosa edizione in vinile viola), ebbe invece il merito d'inquadrare Mary Lou Lord con chiarezza, candore e ispirazione irripetibili proprio grazie al finanziamento di un lavoro in studio a dir poco certosino, finalizzato non solo a integrare nelle canzoni i contributi di amici e colleghi quali Shawn Colvin, Elliott Smith, Nels Cline, Nick Saloman (The Bevis Frond), Ethan Johns, Money Mark, Jon Brion e persino Roger McGuinn, ma soprattutto a ricreare il calore e l'efficienza melodica di un folk-rock elettrico depositario di una salutare sporcizia grungy negli strumenti e dell'innocenza di gruppi quali Shangri-Las, Crystals o Ronettes nel cuore. Non a caso il primo brano del disco prendeva le mosse da (Marie's The Name) His Latest Flame, un vecchio successo di Del Shannon (sbucato dalle penne immortali di Doc Pomus e Mort Shuman) del 1961 qui però reintitolato His Lamest Flame, non più "l'ultima fiamma", quindi, bensì "la più anonima", in omaggio al clima di opacità e avvilimento tipico dei gruppi di Seattle peraltro celebrati anche nel rifferama tutto scintille di una Some Jingle Jangle Morning forse inerente il mai dimenticato Cobain.

Già allora Got No Shadow assomigliava a un piccolo ponte costruito su passaggi di tempo alquanto diversi tra loro e nondimeno portati a combaciare usando passione, melodie irresistibili, citazioni a raffica e un pizzico di malizia. E lo sembra ancora, perché malgrado siano passati due decenni, la pioggia di 12 corde in Western Union Desperate, lo scazzo da Lucinda Williams newyorchese della trascinante Throng Of Blowtown, il passo costelliano di una The Lucky One presa in prestito dal repertorio di Freedy Johnston e lo zucchero acustico di Shake Sugaree (talmente rilassata e pop da risultare quasi irriconoscibile rispetto all'originale di Elizabeth Cotten), per non dire della sublime malinconia elettrificata dell'ultima Subway, emozionano di nuovo con il gusto di un linguaggio tanto garbato quanto, all'occorrenza, puntuto, tipico di chi tra le righe, senza darlo a vedere, sappia rinfrescare lo stile, i temi e le note dei classici in qualche modo agguantandone il respiro.

Mary Lou Lord non aveva mai confezionato un disco così bello prima, né avrebbe più saputo confezionarlo dopo, ma nelle canzoni di Got No Shadow, sia esso, per voi, oggetto di ripasso o scoperta nuova di zecca, brilla ancora l'incanto di un'opera capace d'interrogare il presente esaltandone le radici.