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Chilli Willi And The Red Hot Peppers
Real Sharp

[The Last Music Company / Proper 2CD 2017]

proper-records.co.uk

File Under: : Rockin' outside the pub

di Gianfranco Callieri (11/04/2017)

Ascoltando anche una sola delle 44 canzoni contenute in questa antologia (sebbene usare questa espressione per un gruppo con due soli album all'attivo sia forse un po' improprio), viene da chiedersi come fosse possibile, per dei musicisti operanti nelle strade grigie e sottoproletarie di Balham (quartiere operaio della Londra meridionale dei '70), suonare non tanto così pieni di senso dell'umorismo, perché l'ironia (in particolare la sua variante più acida) gli inglesi la conoscono bene, quanto spensierati, giocosi e soprattutto americani com'erano i Chilli Willi & The Red Hot Peppers, ragione sociale nata dal contrasto tra l'omonimo pinguino dei cartoni animati e le focose proprietà alimentari dei peperoncini rossi. La spiegazione, però, è presto data: il chitarrista Martin Stone (1946-2016), uno dei due membri fondatori del gruppo assieme a Philip C. Lithman (1949-1987), aveva trascorso qualche stagione nella California del decennio precedente, assorbendone gli umori (musicali e sociali), e poi rielaborandoli alla luce di un disincanto tipicamente britannico, fatto di sarcasmo, inesausta capacità di ridere su se stessi e allergia ai luoghi comuni.

E difatti il primo album della formazione, Kings Of The Robot Rhythm (1972), pur essendo in genere ascritto a quel movimento pub-rock - un robusto frullato, secondo la definizione formulata dal giornalista inglese Simon Reynolds nel suo Retromania (2011), di r&b, r'n'r e schegge hard esternate con la grinta teppistica dei primi mod - in realtà esploso davvero solo grazie ai Dr. Feelgood registrati in mono di Down By The Jetty (1975), assomigliava più che altro a un'ilare opera d'avanguardia, peraltro (malgrado le comparsate di Jo Ann Kelly e di qualche appartenente alla pattuglia dei Brinsley Schwarz) realizzata nel formato del duo, nella quale due hippie nati nella nazione sbagliata tentavano di appropriarsi, in modi e forme volutamente primitivi, sì, e tuttavia altrettanto scanzonati, di una tradizione americana i cui ingredienti basilari non avevano davvero nulla in comune con la seriosa pomposità, allora dominante, del rock cosiddetto progressivo o dei forbiti esperimenti della scuola di Canterbury.

Trasformatisi in quartetto, nonché tutelati dai continui passaggi radiofonici di John Peel, i nostri incisero un secondo album - Bongos Over Balham (1974), uscito su Mooncrest, la sussidiaria "rock" della Trojan, più rifinito ma non meno spiritoso del precedente - prima di sciogliersi in fretta e furia: Stone si sarebbe accasato presso la corte dei Pink Fairies e avrebbe coltivato la propria passione per l'antiquariato librario, Lithman entrò nell'entourage dei Residents e (sotto lo pseudonimo di Snakefinger) avrebbe infiammato la scena underground di San Francisco tramite nenie elettroniche minimali e dadaiste, il batterista Pete Thomas inaugurò un fruttuoso sodalizio con Elvis Costello e il bassista Paul Riley sarebbe invece diventato uno stimato produttore. La singolarità dei rispettivi percorsi solisti dei Chilli Willi fornisce la misura di come, dietro la facciata in apparenza semplice e accessibile, i quattro fossero invero artisti eclettici e poco incasellabili, catalogati alla voce quasi punkeggiante del pub-rock più per assenza di paralleli plausibili che per effettive affinità di stile. Dandy delle periferie industriali con una spiccata vocazione per il vaudeville, Stone e Lithman potevano altresì sembrare degli epigoni di Commander Cody sospesi tra parodia e vena amatoriale, magari filtrati attraverso lo sguardo velenoso di un Ray Davies.

Real Sharp
, composto dall'intero programma dei due album suddetti, dai materiali d'archivio affiorati nella raccolta I'll Be Home (1996) e da un'inedita, scoppiettante versione dal vivo di Papa And Mama Had Love, il tutto corredato da un corposo libretto di 24 pagine e dalle illustrazioni magnifiche e inconfondibili del grafico Barney Bubbles (responsabile, tra le mille cose, del logo del settimanale New Musical Express, e suicidatosi nel 1983), ne ripercorre l'epopea in un continuo intrecciarsi di country, swing, rock and roll e rockabilly dai contorni ora deliziosamente naïf, ora irresistibilmente rétro, tra le cadenze alla Buffalo Springfield di Living Out My Suitcase e le incantevoli armonie vocali di Window Pane, tra il falso passo "sudista" di Drunken Sunken Redneck Blues e la giga tarantolata di Nashville Rag, tra il 4/4 latinoamericano di Choo Choo Ch' Boogie e la brillantina di Pinball Boogie.

Perdetevi nella scaletta di Real Sharp e capirete perché, nel 22esimo e ultimo episodio della quarta stagione dei Simpson ("Lo show di Krusty viene cancellato"), un Barney Gumble - l'ubriacone della città - insolitamente lucido nonostante il consumo di alcol al solito smodato, continuasse, davanti a dei seccati Red Hot Chili Peppers in visita nella taverna di Moe, a gridare: "Vogliamo i Chilli Willi! Vogliamo i Chilli Willi!".