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Tony Joe White
Bad Mouthin'
[Yep Roc 2018]

tonyjoewhite.com

File Under: a man and his blues

di Fabio Cerbone (10/10/2018)

Logica conseguenza di una carriera votata spesso alla sottrazione in musica, quello stile swamp tutto rintanato fra acquitrini e paludi sudiste per cui è giustamente ritenuto un maestro, Tony Joe White approda all'essenza del suo gesto, al ritmo scheletrico del boogie, in una parola al blues. Il più giovane di sette figli, nato in una fattoria di cotone della Lousiana settantacinque anni fa, White ha sempre attinto dalla stessa fonte, e il cuore scuro, denso del linguaggio blues ha costituito l'ossatura delle sue composizioni. Pensare che nell'età della saggezza e dei ricordi possa cambiare qualcosa in questo approccio è insensato: Bad Mouthin' dunque non è esattamente una novità né tanto meno una sorpresa, solo la declinazione più sensata dell'artista Tony Joe White dopo cinquanta stagioni di incisioni.

Una voce che sente gli acciacchi del tempo, che è un "mugugno" fatto di tensione e sospiri, e che oggi assomiglia sempre di più agli stessi fantasmi evocati dalle cover scelte per l'occasione: Big Boss Man di Jimmy Reed, Awful Dreams di Lightnin' Hopkins', Boom Boom di John Lee Hooker, l'arcinota Baby Please Don't Go (da Big Joe Williams a centinaia di interpretazioni) e Down the Dirt Road Blues di Charlie Patton sono masticate e riproposte con il sound che appartiene solo e soltanto al protagonista. Al loro fianco una manciata di inediti, persino un paio di brani giovanili risalenti agli esordi dell'autore (la title track e Sundown Blues), che formano un corpo unico e fuori tempo, secondo la filosofia del buona la prima (o al massimo la seconda, ad essere generosi). Così è stato concepito e così è stato inciso Bad Mouthin', con la produzione del figlio Jody e la sola collaborazione del batterista Bryan Owings, nella vecchia stalla di casa. Tony Joe White ha fatto spazio fra i box dei cavalli, inventandosi letteralmente uno studio di registrazione. Ha dovuto persino coprire l'odore sgradevole della vernice delle assi (e immaginiamo forse qualcosa d'altro, lasciato dai vecchi ospiti...) per riuscire a respirare.

Quindi ha attaccato il cavo della sua inseparabile Stratocaster del 1965 al vecchio Fender Deluxe del 1951 e ha cercato di evocare una magia, meglio, un voodoo, perché questo in buona parte hanno sempre fatto i bluesman. Il risultato non ha nulla di soprannaturale o rivelatorio, gioca di mestiere, soltanto un uomo con i suoi blues, domati da un suono che più primitivo di così si muore. Ci siano noi e Tony Joe nella stanza, tra episodi più acustici e scarni (l'eccezione è un'armonica di ordinanza) come Cool Town Woman, Rich Woman Blues e Stockholm Blues, ed altri che rincorrono un rantolo boogie, pigro e "hookieriano" nella stesura (Sundown Blues, Bad Dreams). È il contrario di quello che farebbe qualsiasi giovane musicista desideroso di mettersi in mostra: Bad Mouthin' asciuga tutto, oltre ogni possibile idea di abbellimento, fin quando si arriva alla combinazione voce e chitarra di Heartbreak Hotel e il rock'n'roll torna là in mezzo al fango, dove è nato.