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John Mayall
Talk About That
[Forty Below 2017]

www.johnmayall.com

File Under: british blues

di Paolo Baiotti (10/02/2017)

Da quando ha firmato per la label indipendente Forty Below allo scoccare dell'ottantesimo compleanno nel 2013, John Mayall sembra rinvigorito. Sciolti i Bluesbreakers cinque anni prima, per non avere più una formazione fissa e per ridurre il ritmo dei concerti, in realtà ha formato un nuovo quartetto con il chitarrista texano Rocky Athas, il bassista Greg Rzab e il batterista Jay Davenport, non ha ridotto l'attività e ha inciso tre dischi in studio, Tough nel 2009 per la Eagle, A Special Life e Find A Way To Care per la nuova label, girando il mondo con qualche pausa in più, ma con un ritmo che per un musicista della sua età non mi sembra così tranquillo (per intenderci ha già fissato una cinquantina di date nei prossimi quattro mesi). E ora pubblica questo Talk About That, che sembra ancora più fresco e godibile dei precedenti!

Sempre prodotto da Eric Corne, John ha inciso l'album in soli tre giorni all'House Of Blues Studio di Encino in California lo scorso febbraio, aggiungendo in alcuni brani una sezione fiati formata da Ron Dziuba, Mark Pender e Nick Lane. Undici brani, otto originali e tre covers nei quali l'anziano leader emerge più che mai alla voce (quasi immutata rispetto agli anni sessanta), al piano e all'armonica, dimostrando la vitalità di un esordiente. Come ciliegina sulla torta in due tracce si ascolta la chitarra di Joe Walsh, che ha chiesto espressamente a Mayall di partecipare alla registrazione. Il funky scoppiettante della title track apre il disco, con la voce sciolta e le tastiere in primo piano prima dell'entrata della chitarra incisiva di Athas, che in questi anni ha affiancato John con discrezione, dimostrando le sue notevoli capacità senza strafare, seguito da It's Hard Going Up, una cover della cantante soul degli anni settanta Bettye Crutcher (ennesimo brano minore riscoperto da Mayall…la prima versione è stata dell'armonicista Little Sonny per la Stax nel '73) irrorata dai fiati.

La traccia migliore è l'ennesimo slow blues da antologia, The Devil Must Be Laughing, puro british blues con un testo sulla follia del mondo moderno e una prestazione rimarchevole di Joe Walsh alla solista. Si prosegue su livelli più che soddisfacenti sia quando l'uso dei fiati richiama New Orleans in Gimme Some Of That Gumbo, sia quando approdiamo al Chicago Blues di Goin' Away Baby di Jimmy Rogers, sia quando il ritmo si alza in Cards On The Table, nobilitata dalla preziosa slide di Joe Walsh, sia quando il piano elettrico prende il comando in I Didn't Mean To Hurt You. Non ci sono momenti di stanca fino alla chiusura di You Never Know, traccia intima nella quale Mayall riflette sulla sua vita accompagnato unicamente dal piano e da una discreta sezione ritmica.

E, tanto per non smentirsi, il musicista di Macclesfield dopo avere inciso il disco ha liberato Rocky Athas, cambiando schema di gioco: adesso si muove in trio con basso e batteria, occupandosi direttamente anche della chitarra, oltre che delle tastiere e dell'armonica. Una mossa che ricorda la scelta prevalentemente acustica e senza batteria del seminale The Turning Point e che conferma l'immutata voglia di sperimentare di un artista prezioso come il vino d'annata.