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Curtis Salgado
Damage Control
[Alligator/ IRD 2021]

Sulla rete: curtissalgado.com

File Under: rhythm & soul

di Matteo Fratti (03/04/2021)

Suona come un “must” tra le gemme di casa Alligator, questo nuovo album “salgadiano” che infila una via l’altra una dozzina di tracce autografe dell’ormai veterano “ragazzo” del blues. Ed è Curtis Salgado, appunto, che fu performer di Eugene, nell’Oregon, dove l’aneddoto di quando John Belushi volle conoscerlo nel locale della sua città dove lo vide suonare (ai tempi delle riprese di Animal House) è ormai un classico dell’ambiente e anche l’ispirazione “dietro le quinte” a The Blues Brothers, e all’impensabile rinascita blues degli anni Ottanta. E’ perciò anche la sua storia un’appassionata vicenda musicale, che fu capace di trasmettere quell’autentico coinvolgimento a condirne non solo le performances del “Belushi – blues”, ma pure i suoi trascorsi con la band di Robert Cray, quanto coi suoi Roomful Of Blues, più tardi.

La sua strada si renderà poi autonoma in uno stesso scenario musicale ove i medesimi attori sono stati talora intercambiabili, nei dischi che ne hanno fatto apprezzato artefice di un sound si contemporaneo, ma scevro dagli eccessi di modernismi “rockeggianti” in un’autentica classicità virata al nero, vissuta e mai di maniera. Certo, non gli è mancato neanche quel blues della vita che neppure ha permesso però che la malattia lo allontanasse dalla musica, e a cinquant’anni dalla fondazione dell’Alligator, la casa discografica di Bruce Iglauer non se l’è lasciato sfuggire, ad oggi pluripremiato artista nella sua scuderia dal 2012. Sicché, come in un gioco di numeri, è il 2021 che invece ci licenzia proprio questo Damage Control articolato tra più studi di registrazione e l’alternarsi degli entourage, tra Nashville, TN; Studio City, CA; San José, CA. Quando poi sentiamo nomi come Mike Finnigan al piano o Tony Braunagel alla batteria, tra i musicisti coinvolti, raccogliamo impronte sonore che ci appaiono sovrapponibili, come evoca la stessa voce di Salgado, a un recente disco di Eric Burdon, quel My Secret Life del 2004, di cui fu proprio Braunagel, il produttore.

E anche se qui le note ci confermano l’armonicista-cantante alle redini del carro, il sound evoca similitudini che pure apprezzammo in quel disco, tanto quanto ritroviamo in Salgado una voce più che mai adeguata al groove che permea il lotto, “burdoniana” a tratti, solido intreccio di piano e tappeto d’organo, quindi energia che non è solo degli impasti strumentali gravidi di rhythm & soul, ma nel motto di tracce come In The Longer That I Live d’apertura, come di Precious Time, poco più innanzi. La title-track è invece uno scanzonato blues che pare invitare a prenderla con filosofia... O con la musica, appunto. Perché sia pure rock’n’roll (You’re Going To Miss My Sorry Ass) o zydeco (Truth Be Told, col cantante-fisarmonicista cajun Wayne Toups) c’è in essa quella possibilità di riscatto attraverso la quale rispondere agli urti della vita. Ce lo insegna pure un che di poetico, che in ballad come Always Says I Love You (At The End Of Your Goodbyes) quanto nella restante parte dell’album, sopravvive in quello spirito immanente anche ad un’ultima cover, resa celebre dai Beatles: quella rock’n’rollistica Slow Down, che Larry Williams scrisse nel 1958.