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Kirk Fletcher
Hold On
[Kirk Fletcher/ IRD 2019]

kirkfletcherband.com

File Under: routine rock blues

di Matteo Fratti (15/05/2019)

Un manipolo di otto tracce con quella del titolo a chiudere il cerchio, è il primo lavoro da solista per Kirk Fletcher, corpulento chitarrista già nei Fabulous Thunderbirds e nei Mannish Boys, progetti di certo blues californiano poi non così lontano dagli stilemi chicagoani, convogliati infine in quella formula rock-blues troppe volte superficialmente detta blues. Ma chi non si fermasse alla prima osteria sa che blues non sono le frange chitarristiche dai mille fraseggi muscolosi a fare delle portate di gran qualità, ma il sentimento che bada all’essenziale di uno scenario espressivo povero, minimale, ricco di un messaggio che travalica la forma musicale a farsi paesaggio sonoro.

Una visuale distorta stavolta, offuscata in questa autoproduzione datata 2018 che rimane invece nel novero di lavori chitarristici full band come ce ne sono molti, con più o meno anima d’intorno a dei pezzi che troppe volte rappresentano un già sentito, ennesimi fronzoli retorici di un tecnicismo chitarristico alle volte un po’ fine a sé stesso, esercizio di stile che di solito, piace più per la rappresentazione di un mondo che non per quello che è veramente. Ecco allora che i lavori si aprono su Two Steps Forward, definendo già i contorni di ciò che andremo a sentire, per non dire i limiti di un sound d’intrattenimento, che ha nella modernità e nel funk la sua chiave di volta. Si replica quindi un modello troppo spesso simile nell’incedere dei pezzi, allorché la band appronta anche Sad Sad Day dall’appeal molto ferroviario e comunque dal buon impasto d’insieme, fatto dal nostro pure alla voce e Matt Brown per i tamburi di sotto, quindi Johnny Henderson ai tasti bianco-neri, siano essi quelli dell’organo che si sente talora a trascinare il lotto, quanto del piano che qui contestualizza gli innumerevoli “ghirigori” di Fletcher.

Ci sono inoltre i lentoni come The Answer, presenze un po’ di maniera costruite ad hoc per certi solismi, o i mid–tempo come la penultima Gotta Right a fare il paio con la funkeggiante You Need Me, che compariva poco dopo l’apertura a darci l’idea che forse un paio di canzoni già erano sufficienti a chiarirci il copione su cui verteva la parte. Sicché, come in una cornice chiusa, Hold On ci rimanda ancora al punto di partenza, pur con l’impressione a questo punto, di non esserci mai mossi da quel che forse è un po’ difficile chiamare blues.