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Guy Davis
Be Ready When I Call You
[M.C. Records 2021]

Sulla rete: guydavis.com

File Under: blues ambassador

di Pie Cantoni (19/06/2021)

Di ambasciatori del blues con i piedi ben saldi nel presente, ma lo sguardo rivolto al passato, ne sono rimasti pochi. Molto pochi. Guy Davis è certamente uno di loro: dagli anni 70 ad oggi è stato uno degli artisti che ha portato avanti la tradizione e la musica di mostri sacri come Mississippi John Hurt, Skip James, Blind Willie McTell, tenendo però ben presenti le tematiche moderne e facendo progredire il blues come linguaggio universale e sempre al passo coi tempi. Pochi personaggi sono accostabili a Davis: Eric Bibb, suo contemporaneo o Taj Mahal, di un decennio più vecchio, mentre le “nuove” leve, da Keb Mo’ a Corey Harris, hanno sempre mescolato le carte con generi non affini al blues (raggae, pop, elettronica), con risultati, a nostro parere, altalenanti.

Be Ready When I Call You
è il nuovo disco del musicista originario di New York, e il quarto sotto l’etichetta MC Records. Tredici tracce, di cui una sola cover e il resto tutti episodi originali nati dalla penna di Davis. Possiamo dire sin da subito che due sono le anime del disco: da un lato la musica più rootsy e tradizionalista, in cui ci sono brani come Badonkadonk Train, con un banjo che la accosta al ragtime, oppure Got Your Letter In My Pocket, dove l’influenza di Mississippi John Hurt, dalle melodie delicate e dal fingerpicking vellutato, si sente forte e chiara. In God’s Gonna Make Things Over emerge come preponderante lo stile e l'ascendente di Reverend Gary Davis, e così altri brani in questo stile retrò rivisitato come Flint River Blues o la ruspante I Got a Job in the City. Ma oltre a queste canzoni, che rappresentano per Guy Davis un terreno di totale padronanza e un mirabile esempio di come la tradizione blues può essere portata avanti, ce ne sono altre che rappresentano maggiormente la vena “world music” e moderna, il cui risultato, sempre secondo il nostro opinabile parere, non è altrettanto convincente.

Da Be Ready When I Call You, che parte come un rock blues sostenuto ma scade subito in una canzone melensa, a Palestine, Oh Palestine, in cui Davis si cimenta in una canzone politica, ma con toni drammatici e melodie irish folk estremamente pesanti, avulse dal contesto, e che la vedrebbero bene come una canzone dei The Chieftains. O ancora I’ve Looked Around, che parte come una canzone degli Eagles e che probabilmente, nell’intenzione dell’autore, doveva essere una composizione da cantare mano nella mano con spirito di fratellanza universale, ondeggiando con espressione di beatitudine in volto, come se ci trovassimo a un concerto di christian rock. Imbarazzante. Non classificata Spoonful, ennesima versione di una delle canzoni più coverizzate della storia del blues (solo nel 2021, a 61 anni dalla prima pubblicazione, ne abbiamo recensite due versioni assolutamente evitabili). Altre scivolate come 200 Days e la finale (e un po’ noisy) Welcome to My World, chiudono il disco.

Per quanto apprezzato anche in virtù della sua lunga carriera, Guy Davis offre qui una prova molto altalenante della sua capacità artistica. Circa la metà delle tracce le saltiamo senza rimorsi, le rimanenti si fanno ascoltare volentieri, ma più per quello che ci ricordano quando le ascoltiamo come tributo ai padri del genere. Non sarà questo mezzo passo falso a farci disprezzare il bluesman newyorkese, ma a questo giro ci lascia con un senso di delusione che è difficile da scacciare.