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Curtis Salgado and Alan Hager
Rough Cut
[Aligator/ IRD 2017]

alligator.com

File Under: blues & roots

di Matteo Fratti (16/01/2018)

Quello di Curtis Salgado e del suo pard, Alan Hager, è un binomio che da tempo desiderava unirsi anche per fare un disco. La formazione, alla confluenza di due storie di musica decennali, viene fuori piuttosto per alcune collaborazioni precedenti, nel più classico degli abbinamenti armonica e chitarra. Ma ce lo ritroviamo qui in una formula affatto scevra degli abbellimenti di una band, quanto arricchita invece del giusto equilibrio che altri strumenti apportano al duo, senza snaturarlo di quella ricercatezza mai invadente, a farne un album misuratamente grezzo, nel giusto dosaggio di cover e autografe, comunque sicure e spiccatamente bluesy.

Un aggancio che trova feeling tra i due, amalgamati dagli ospiti che aggiungono basso e batterie, piano e percussioni, a seconda delle tracce e che, in una dozzina o più (una) di canzoni, mescolano gli stilemi più classici del blues ad un'impronta a volte più marcatamente "americana", a volte più decisamente roots (se mai volessimo individuare accenti di sorta su di questo o di quel genere, in ciò che è pur sempre musica popolare). Suonano allora come una più moderna reinterpretazione del canzoniere di un'american folk-music, Curtis & Alan, suggerendo a quanto le loro stesse songs si sono ispirate, tra nomi come (McKinley) Morganfield o (Sonny Boy) Williamson, (Son) House o (Big Bill) Broonzy. Insieme, blues cupi e profondi come quello che inaugura le danze, I Will Not Surrender, a quattro mani impaludato in umori "deltatici" che piacciono, quantunque non trasmettano fino in fondo quella naturale propensione all'inquietudine di certe interpretazioni che del genere son manifeste, di per sé remote o più attualmente riproposte da quella ricerca di sonorità più ancestrali di un lavoro "a togliere".

Sensazioni mai regalate fino in fondo, ma certo percettibili in ciò che brani come la penultima, strumentale The Gift of Robert Charles, tra le migliori del lotto, possono lasciare intendere, dei luoghi in cui si vuole andare a parare, tanto nell'animo quanto nel senso più geografico del termine. Ma la gamma di linguaggi che tuttavia si esplora in Rough Cut si estende preferibilmente a influenze d'elettrificazione urbana come a blues quanto più piedmont-style, che da "pre-rock'n'rollistiche" One Night Only arrivano a cose tipo Long Train Blues o l'ultima, "broonziana" I Want You By My Side, a evocare fantasmi di Sonny Terry & Brownie McGhee. E' decisamente un buon lavoro allora, quello di Salgado & Hager, a piene mani nel solco di una tradizione più raffinata di questo modo di proporre le dodici battute, meno "diabolicamente" impolverate dai crocicchi mississippiani e più rivolte ad una rilettura di grande rispetto, accurata, aulica e intellettuale dell'idioma afroamericano. Da sole, bastino a dircelo l'inflazionata I Can't Be Satisfied come l'altra, classicissima You Gotta Move: sole, ma che è pur sempre piacevole risentire, perché tali "renditions" sono degne di nota. A un ascolto diretto scoprirvi le altre.