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Virgil
Shaw
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Mother
Hips
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Scontroso
e dal fascino oscuro questo debutto solista di Virgil Shaw,
leader dei Dieselhead, interessante band di San Francisco con
all’attivo cinque dischi ed una certa fama nel circuito alternativo
della California. Scarno e sperimentale (arricchito però dall’utilizzo
di tromba e vibrafono), Quad Cities attraversa i territori
di un folk-blues depresso e moderatamente modernista, strettamente legato
alla poetica dei contemporanei eroi del più cupo e "soporifero"
songwriting di estrazione tradizionale (Palace, Hayden, il Beck acustico
sono i primi nomi che balzano alla mente). La voce increspata di Virgil
asseconda nove episodi molto omogenei tra loro, che raggiungono momenti
di grande pathos nelle nervosa Surfboard shaper e nel
canto soul di For your precious love.
www.virgilshaw.com
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Ritroviamo rinnovati e convincenti i Mother Hips, storica rock-band della Baia di Frisco, con alle spalle una rispettabil carriera, che li ha visti pubblicare anche tre dischi con la ormai defunta American di Rick Rubin. Tornati purtroppo nei più ristretti ranghi di una indipendente, hanno comunque l’occasione di liberare il loro talento e dimostrare nuovamente un eclettismo sonoro che li ha sempre contraddistinti. Abbandonate parzialmente le tonalità country-rock e da tipica jam-band cresciuta con i suoini dei seventies, i Mother Hips abbracciano con passione la causa di un fresco e vitale pop-rock, con frequenti divagazioni psichedeliche, che tanto richiamano alla mente la stagione del "flower power". Gli intrecci melodici rimandano al genio di Brian Wilson ed ai Beatles di Revolver, che sono poi i loro nuovi punti di riferimento (Take us out, Channel island girl, Sarah Bellum o Singing seems to ease me), anche se non disdegnano qualche sfuriata rock’n’roll (Rich little girl, dove sembrano i Black Crowes, e Smoke). |
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Johnny
Dowd
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For
Stars
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Country-blues
modernista in cui la tradizione viene fatta a fettine e strapazzata
da un clima sonoro malsano, con atmosfere da film noir. Una nuova e
curiosa versione delle tematiche sudiste, la più lontana possibile
dalla classica iconografia musicale di quelle terre, che ti lascia addosso
un generale senso di sofferenza e peccato. Prendete il rock pungente
e scheletrico di Lou Reed ed il Tom Waits rumorista di Bone Machine,
accostateli al blues futurista di Hugo Race e del primo Nick Cave ed
aggiungeteci un vago sapore di radici: non avrete ancora un’idea precisa
di dove voglia trovare rifugio la sua musica ed il suo songwriting.
Terzo lavoro di studio, Temporary Shelter si avvale dell’apporto
sostanziale di Kim Sherwood Caso ai cori e spesso alla voce solista,
delle fondamentali tastiere di Justin Asher e delle diavolerie
ritmiche di Brian Wilson. Dal minaccioso organo di Strumble and fall
alle lunghe cavalcate funeree di Cradle to the grave e Angel
eyes non c’è via di scampo. Decisamente ostico
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Un’altra
formazione proveniente dall’area di Frisco, poco affine tuttavia alle
altre proposte della Munich. Il quintetto guidato dal suo principale
autore (Carlos Forster) si muove piuttosto sulle linee guida
tracciate in questi anni da una buona parte del rock californiano: passano
sotto gli occhi le esperienze di Mark Eitzel e dei suoi American
Music Club su un versante più cantautorale o di band quali Flaming
Lips e Sparklehorse (l’atteggiamento low-fi di There was a river)
in ambito più sperimentale. C’è una forte propensione
ad un pop intelligente ed elaborato (How it goes, The astronaut
song, If I could, che sembra un brano degli ultimi Wilco),
qualche ballata folk sussurrata, sulla scia di tutto il recente fermento
per la poetica di Nick Drake e Tim Buckley (Back in France, Only
stars) ed un vago sapore di psichedelia, che, viste le origini della
band, non guasta affatto.
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