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alt-country, southern rock di
Fabio Cerbone (03/03/2014)
Il
cuore pulsante della band è sempre stato il loro, inutile negarlo: quasi vent'anni
di carriera, la bellezza di dodici album in bacheca, ma Patterson Hood
e Mike Cooley restano l'unico punto di riferimento imprescindibile nell'avventura
dei Drive-By Truckers, oggi più che mai veterani di una nuova scena sudista
che hanno contribuito ad alimentare costantemente attraverso canzoni, caratteri
e storie dall'altra faccia dell'America. Tuttavia, erano parecchie le ombre che
si addensavano intorno al gruppo dopo le continue defezioni degli ultimi anni:
Jason Isbell ormai affermato principe dell'Americana, Shonna Tucker e John Neff
fuoriusciti per altrettante legittime mire soliste, lo stesso Patterson Hood impegnato
in un personale tentativo di trovare spazio alle sue composizioni (Heat
Lightning Rumbles in the Distance nel 2012), c'era nell'aria uno smottamento,
acuito senza dubbio dalla qualità decrescente dei più recenti lavori dei Drive-By
Truckers. Gli scricchiolii nella barca erano iniziati con The
Big To-do, proprio in occasione del cambio di casacca con la ATO, ma
evidentemente la benzina di riserva non era finita del tutto e serrate le fila
con l'ingresso del nuovo bassista Matt Patton dagli amici Dexateens (restano le
tastiere di Jay Gonzalez e il vecchio compare Brad Morgan alla batteria), English
Oceans rilancia prepotentemente le credenziali della band.
Per
coesione e richiami continui fra i due songwriting di Cooley e Hood, si tratta
forse dell'album più ispirato e robusto dai tempi di The Dirty South, coda finale
della splendida trologia sudista della prima metà dei 2000, partita con il capolavoro
Southern Rock Opera. Meno dispersivo (seppure la lunghezza resti uno dei vizi
di casa DBT) e ambizioso di Brighter Than Creation's Dark, certamente più denso
di personaggi e canzoni rispetto all'accoppiata The Big To-Do e Go-Go Boots, il
disco è maturato in soli tredici giorni di sessioni con il fedele produttore
David Barbe, lo scorso agosto in Georgia. È lo stesso Mike Cooley a sentirsi fiero
del progetto, dichiarando fragorosamente di consideralo il loro progetto più riuscito.
Enfasi a parte (l'ultimo nato è sempre il più bello...), è fuori discussione che
lo stesso Cooley sia tornato a scrivere con efficacia, firmando metà degli episodi
e persino cantando, per la prima volta, un brano scritto dall'amico Patterson
(una imprecisa ma passionale Til He's Dead or Rises
percorsa da sventagliate di piano elettrico e riff southern blues). Questa presenza
massiccia fa da sprone per la coppia di autori, decretando un ritorno alla spietata
semplicità del loro rock'n'roll nei 4/4 scanditi dalle bacchette di Brad Morgan,
che introduce l'apertura di Shit Shots Count,
epopea Rolling Stones anni 70 con tanto di fiati a ingrassare il suono.
Un
disco che non potrebbe partire con un manifesto più chiaro: in verità, nel suo
svolgersi, English Oceans alterna come sempre schiaffi elettrici e dimensioni
più raccolte (potreste partire dall'amara filastrocca di Hanging
On), arma vicente di una rock'n'roll band che nasconde nel suo seno
due songwriter "mancati". Ecco allora sopraggiungere la galleria di
storie umane e piccoli volti dai brandelli del sogno americano che da sempre popolano
il songbook dei Drive-By Truckers: la fiammeggiante ballata sudista Pauline
Hawkins prende spunto da un racconto del collega Willy Vlautin (Richmond
Fontaine); l'elegia rock finale di Grand Canyon,
affranta ed epica, è una dedica per l'amico scomparso Craig Lieske, animatore
del 40 Watt Club di Athens (i DBT vi incisero un disco dal vivo qualche anno fa);
l'incalzante alt-country di Made Up English Oceans e
la gemella The Part of Him due fotogrammi
dell'anima più politica del gruppo, al centro nuove e vecchie demagogie di Repubblicani
guerrafondai; la dolente e pianistica When Walter Went
Crazy uno degli immancabili racconti di disgregazione e deriva umana
che fanno parte della sensibilità di casa.
In questa alternanza di luci
e ombre e nella buona tenuta strumentale della nuova line up risiede la solidità
del disco, che non avrà dalla sua parte l'irruenza e l'assalto degli anni giovanili,
ma vi sopperisce con il mestiere (la tipica colata elettrica di When He's Gone,
il rozzo sbuffare southern di Hearing Jimmy Loud,
l'alt-country agrodolce di First Air of Autumn) ma soprattutto con la sapienza
e l'equilibrio di una delle poche carovane ad avere tenuto alto il vessillo della
tradizione rock americana in questi anni, senza scadere mai nella copia sbiadita
del passato.