Francesco Piu Trio - Live
at Amigadala Theatre
[Groove Company 2010]
Dr. Sunflower Jug Band - Krotal
Oil Liniment [Cheyenne
Records 2009]
Indiscutibilmente uno dei nuovi grandi talenti della chitarra blues e
non solo in Italia (ha collaborato per diverso tempo nella band di Davide
Van De Sfroos), Francesco Piu ha sempre mostrato un approccio aperto,
curioso e moderno allo strumento e alla storia stessa del genere. La dimensione
"one man band" che solitamente lo ha visto crescere sui palchi italiani
da qualche anno a questa parte è stata sostituita dalla classica formula
di un trio, al fianco delle armoniche (diatonica e cromatica) del bravissimo
Davide Speranza e le percussioni di Pablo Leoni, in una
riedizione acustica e aggiornata delle esperienze rock degli anni settanta.
Si respira aria di libertà e improvvisazione in questo Live
at Amigdala Theatre, registrato lo scorso maggio nell'interessante
locale di Trezzo d'Adda, da tempo impegnato in una programmazione di qualità
che spazi nelle diverse anime del rock'n'roll e delle sue radici. Non
fanno eccesione Francesco Piu e i suoi compagni, concentrati nel tracciare
una sorta di radiografia dei gusti del giovane chitarrista sardo, non
ancora autore indiependente (uno solo il brano firmato in prima persona,
lo strumentale Train to Narcao) ma
musicista capace di rileggere e adattare secondo l'estro funanbolico della
sei corde un repertorio che passa da Robert Johnson e Sonny Boy Williamson,
come dire il giusto tributo ai padri indiscussi, fino alla contemporaneità
dei vari Keb Mo' (Hand It Over, Am
I Wrong) ed Eric Bibb (Good Stuff),
sconfinando con naturalezza nel rock (le riprese di All
Along the Watchtower di Bob Dylan, in una bella versione rallentata
e dal carattere soul, e Barcarolle
di Tom Waits, strumentale di nove minuti che spegne le luci sullo show).
La voglia di giocare con i linguaggi della black music è palese: Live
at Amigdala Theatre parte certamente dal blues e dal gospel (con
Don't Start Me Talking ad esempio o il traditional
Motherless Child) e da una vecchia chitarra resofonica per
abbracciare con acustica e weissenborn (per intenderci la particolare
chitarra da suonare sulle ginocchia utlizzata anche da Ben Harper) le
sfumature accese del funky, la passione del soul, rispolverando una vecchia
hit r&b come Sticks and Stones (Ray
Charles e Joe Cocker fra i tanti interpreti) e pescando uno dei brani
più singolari del repertorio di Robert Johnson,
They're Red Hot, dal passo ragtime. A "sorreggere"
Francesco Piu, che nel tempo ha acquistato forza ed esperienza anche nell'espressività
della voce, il citato Davide Speranza, qui niente affatto un semplice
comprimario, semmai un grande arricchimento per le sfumature del repertorio,
oltre che solista di valore, così come le dinamiche della ritmica di Pablo
Leoni, impegnato anche alla washboard, il tipico strumento percussivo
di un blues dal feeling sudista e antico. Una serata ispirata e coinvolgente:
peccato non essere stati presenti. (7.5) (Fabio Cerbone)
www.myspace.com/francescopiu www.francescopiu.com
Non sarebbe nostra intenzione svelarne alcuno, degli altarini sottesi
ai nomignoli della Jug band di Doctor Sunflower, lui in primis
a capo di questa carovana di affabulatori, ammaliatori, cantastorie e
cacciaballe interpreti della più sincera delle cose spacciate insieme
all'olio di crotalo, panacea di tutti i mali: la musica. Gli attori recitano
bene la loro parte e ne vien fuori l'iconografia fumettistica di copertina,
la sola traccia (e invero qualche altra soffiata) nei disegni firmati
da Guy(do) Migliaro a ricondurci all'entourage dei Blue Stuff, che ci
rimanda all'italianità del progetto e ne contestualizza la provenienza
blues d'area campana (ma anche internazionale, visto che alla fine Napoli
non è solo Italia). E costoro si muovono (come da copertina) nel quadro
di un non quantomeno precisato Sud degli USA, quando poi ogni sud è Sud
del mondo e tanto valga per la musica: il blues è blues e non c'è provenienza
che ne certifichi la qualità, quanto piuttosto, la integra a veicolarne
il contesto. Dato che il blues qui proposto allora è roba degli anni Venti
(e Trenta), diventa pur difficile, se non confermarne la provenienza spaziale,
accertarne il vissuto temporale: i protagonisti di quegli anni si diradano
via via col tempo e a chi proponga tali classici non resta altro che coglierne
le atmosfere giuste, mediarle e riproporle a loro volta ai posteri, come
fanno qui gli allegri compagnoni dell'olio di crotalo. Col Dottore, in
questo "medicine show" imbastito per l'occasione, ritroviamo a tratteggiare
i frequenti ragtimes, barrelhouses e delta blues, la chitarra e il mandolino
di Mojo Killer e la resofonica di un certo Wolframio, definite
e presenti, quanto ben equilibrate e mai invadenti. Inutile dire che accorgimenti
artigianali e ritmico - rumoristici riempiono non poco il contorno dei
brani, tra jug, kazoo o washboard del capo banda, cui si aggiungono una
fantastica fisarmonica di Red Buzzard e un'orchestra da barbecue che pare
a festa nel suono dal vivo di Lindberg Hop (Will Shade), apripista dall'International
Blues Fest di Capo d'Orlando in Blues 2007. Il resto sono pezzi in studio
che ripescano per l'occasione in remoti canzonieri popolari americani,
passando dai più noti Jimmie Rodgers (Mississippi
Delta Blues; Train Whistle Blues)
o Robert Johnson (From Four Till Late)
fino alla bella Border of The Quarter
di Owen Davis evocante vaudeville years in New Orleans, Broke
Man's Blues di Thom Dorsey o il trascinante gospel
Night Train To Memphis. Non potevano essere altro che due
tracce encore live a chiuderne le danze (da S.
Potito Sannitico Blues Got The World e In
a Town This Size) per un revival di certa musica oggi forse
un po' abusato, ma in un disco che, seppur di genere, è certamente ben
fatto. (7.5) (Matteo Fratti)
www.bluestuff.it