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Cat Power
The Greatest
[2006]

La scelta di: Nicola Gervasini


La vita del lavoratore itinerante è tutto fuorché avventurosa e interessante. Spesso se dico a qualcuno che devo andare in una città per lavoro, quello mi risponde subito “ah, che fortuna, allora vai a vedere questo o quel monumento.”. Come se fosse una vacanza. Io invece so che i viaggi di lavoro sono sempre calcolati al minuto per risparmiare sui costi, che spesso sono con colleghi, e quindi non posso liberarmi come vorrei. Ma quell’8 maggio del 2007 mi trovai a Roma, con tutto un pomeriggio e una serata da passare in solitaria, e così ebbi effettivamente la possibilità di fare un po’ il turista. E, per la serata, dato un veloce sguardo a internet (in hotel, gli smartphone ancora non esistevano, anche se pare incredibile a dirsi oggi), vidi che al Piper, luogo che immediatamente mi ispirava ricordi dei gloriosi anni 60 e delle minigonne di Patty Pravo, era di scena Cat Power.

The Greatest, il suo settimo album, era uscito più di un anno prima, ed era stato per me una piacevole scoperta di un'autrice che non avevo avuto la fortuna di incontrare prima. Ero andato a recuperare i suoi dischi precedenti, ed effettivamente quello era un disco che riusciva a farle compiere un deciso salto di qualità, rendendo la sua musica forse più inquadrata in schemi classici, e quindi più prevedibile (come lamenterà qualche fan della prima ora, innamorato dell’essenzialità acustica dei primi lavori), ma decisamente più matura. Quella sera però sul palco del Piper rimasi scioccato nel constatare come Chan “Cat Power” Marshall era ai tempi qualcosa di più di una semplice cantautrice, era un’anima fragile che sul palco liberava tutte le sue insicurezze in una performance solo apparentemente incerta, ma proprio per questo emotivamente fortissima, oltretutto splendidamente supportata da una ottima band classicamente battezzata Dirty Delta Blues Band. Era come se a scuola la ragazzina sempre taciturna e timida là nell’angolo si fosse fatta improvvisamente violenza da sola, per prodigarsi in una esibizione artistica impressionante per intensità e capacità di mettere a nudo ogni singolo sentimento della propria anima. Cat Power le canzoni non le cantava, neanche le interpretava, semplicemente le faceva esplodere con movimenti tremanti e l’incapacità di guardarci negli occhi, quasi avesse paura del nostro giudizio.

Quella sera presentò The Greatest, e anche qualche rilettura che sarebbe poi finita sul successivo cover-record Jukebox, e diede a qualche suo vecchio brano una nuova veste, che l’uso massiccio dell’organo Hammond rendeva forse la cosa più vicina all’idea di musica che aveva avuto Laura Nyro 35 anni prima di lei. Cat aveva voluto registrare The Greatest a Memphis, usando una serie di session-men locali che portarono in dote un sound decisamente demodè (dove altro si sentiva un assolo di sax come quello di Willie in un disco indipendente del 2006?), ma molto vicino a certo soul-rock degli anni 90. Ma lei ci mise anche una lista di brani in cui si stracciava le vesti per mostrare tutto quello che aveva sotto, e non è un caso che fosse anche il suo primo disco completamente autografo. La title-track raccontava di un crollo emotivo, rappresentato da un diluvio che faceva scendere dal piedistallo di “la migliore” di tutti la protagonista. E dopo arrivavano la timidezza con cui viveva le tenerezze dell’amore in Could We, la visione di sé stessa come un figliol prodigo che esce dall’alcolismo di Lived In Bars, e ancora una volta le certezze che crollano per la fragilità dei rapporti amorosi di Islands (“vorrei governare le isole e il mare, ma se tu non torni, dormirò in eterno”).

Laddove Joni Mitchell aveva insegnato al mondo femminile ad esprimere i propri sentimenti senza filtri e senza dover usare stereotipi maschili, Cat Power, seppur meno brava a giocare con le parole, andò oltre, e trasformò la confessione in una vera e propria dichiarazione di resa incondizionata, con il tema dell’orgoglio personale che crolla davanti alla paura di perdere l’amato che faceva da filo conduttore. E se la copertina, decisamente maschile, se non proprio “machista” con la simbolica collanina con i guantoni da pugile degna di un gangsta-rapper, è una dichiarazione di guerra e di voglia di combattere, le canzoni sono invece un'unica richiesta (anche disperata in Where is My Love?) di pace con l’altro sesso (in Empty Shell arriva a perdonare il tradimento dell’uomo che l’ha appena abbandonata). “La luna non è solo bella, è anche tanto lontana”, il verso che inizia The Moon, sembra dire tutto sul suo stato d’animo, stupefatto per la bellezza dell’amore, ma anche rassegnato a non saperne godere a fondo. Forse solo a causa dell’incapacità a comunicarlo correttamente (Love and Communication), o forse solo per quell’odio che si ha dentro, ben descritto dal brano Hate, dove la frase “non ci sono leggi o regole per liberare la tua vita dalle catene”, suona come una auto-condanna per la propria propensione all’auto-punizione.

The Greatest resta una splendida seduta di analisi, dalla quale la stessa Cat Power faticherà a riprendersi.


    



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