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Massimo Bubola |
L'intervista
Caro Massimo, vorrei cominciare quest'intervista parlando delle origini della tua famiglia….il Veneto, le tue radici… Vengo da una famiglia patriarcale veneta di Terrazzo, della bassa veronese. Mia nonna però era di Merlara, mia madre di Albignasego dunque di origine padovana. Da bambino sono cresciuto nella campagna veneta, i miei erano proprietari terrieri. Avevo molti parenti sparsi fra Verona e Padova: a Bevilacqua, Casale di Scodosia, Montagnana, Legnago. Erano sei le famiglie che vivevano intorno alla corte con al centro la casa padronale di mio nonno. Alla domenica e nelle feste comandate si mangiava tutti assieme in un tavolone enorme, anche se i bambini ne restavano fuori e con loro le donne. Era una vita comunitaria e quando c'erano le feste agresti, ad esempio per la fine della trebbiatura, si facevano delle grandi cene sull'aia. Chi poteva invitava dei musicanti e si ballava. Alla fine dei balli, gli anziani si mettevano a cantare le canzoni di guerra ed era un momento di grande commozione collettiva. Si faceva grande silenzio attorno, quasi "si abbassavano le luci" e i vecchi cantavano le canzoni della guerra. Era gente che la guerra l'aveva fatta, mio nonno era del 1882, e da lì ho capito che la canzone può avere una capacità emotiva ed anche epica straordinaria visto che per ruolo i capifamiglia al tempo non piangevano mai, nemmeno ai funerali e però cantando quelle canzoni lì, piangevano. Avevano vissuto dei massacri, degli shock terribili, basti pensare che sul Ponte de Priula sono morte 20.000 persone in pochi giorni, sull'Ortigara 30.000, zone che sono state letteralmente coperte dai cadaveri e perciò credo che gli anziani abbiano veramente avuto delle visioni apocalittiche. Queste immagini mi sono state trasmesse per via più emotiva che non razionale, perché poi nessuno affrontava il discorso, non dico fosse tabù, ma c'era grande rispetto, un pudore per il quale nessuno chiedeva mai: "Ma perché il nonno piange?". Mi sono portato dietro questo imprinting fin dall'infanzia. Parlami della dedicazione di Quel lungo treno. Quel lungo treno è dedicato in modo particolare a mio nonno, ma soprattutto a tanta, tanta commozione. Quando andavo a Cesuna, vicino ad Asiago, i miei avevano una casa lì, e tutte le estati finivo per andare su a vedere le trincee. Dobbiamo pensare che dal Lago di Garda fino a Cortina il Veneto è tutta una trincea, noi, infatti, abbiamo subito il più grosso impatto dalla Grande Guerra e questa, inevitabilmente, ha cambiato il DNA della nostra cultura. Per cui la dedicazione di questo lavoro è anche alle mie radici, ad un percorso personale, alla Bassa e perciò alla mia terra Quel lungo treno è un disco di recupero della musica popolare che non rinuncia ad una sapiente opera di rielaborazione. Che ne dici? Sai, la mia è l'ottica di un ragazzo della Bassa Veneta che ha elaborato un suo modello di musica popolare, ne è la prova più convincente una canzone come Volta la carta, che ho scritto a vent'anni influenzando fortemente la poetica di Fabrizio De Andrè, e che è davvero un "calco" di una filastrocca che si cantava sull'aia, quasi una square dance, una danza di piazza appunto. Non dobbiamo mai dimenticare, del resto, le "sedimentazioni" culturali tipiche della nostra terra: i celti, poi i romani e quindi le popolazioni germaniche, la nostra cultura ne è intrisa, e la musica, da questo punto di vista, è sempre stata un fortissimo laboratorio antropologico. Quello che cerco di fare è quindi un'opera di metabolizzazione della musica folk combinando la musica delle radici con quella elettiva che poi, nel mio caso, è quella di matrice americana, evitando così un approccio meramente filologico. Nel disco c'è molto la dimensione della memoria, dei ricordi, come sei arrivato a mettere a fuoco un tema così delicato ed elegiaco? A
volte si verificano delle strane coincidenze, come se ci fosse Dio a darti un
segno. Mi sono trovato con gli altri della band ad aprile e, sostanzialmente,
avevamo tre possibili direzioni per fare un nuovo lavoro. Quasi per caso abbiamo
visto La Grande Guerra di Monicelli, e subito dopo Uomini contro
di Rosi e questi sono stati indubbiamente dei segnali forti. Successivamente sono
andato con mia madre sul Pasubio e in quell'occasione ho appreso da lei che un
altro prozio era mancato a causa della Grande Guerra. Mettendo assieme tutte queste
coincidenze era davvero impossibile non prendere la direzione che poi abbiamo
effettivamente preso, e ci siamo perciò orientati verso un disco come Quel lungo
treno che poi è un album anche per questi motivi fortemente didascalico, illustrativo
e di elaborazione delle radici. Però è arrivato tutto un po' alla volta, lentamente
e questo probabilmente perché solo oggi mi sento di avere più coscienza e di capire
quello che il cuore aveva già capito nella mia infanzia. Parlando un po' delle canzoni di questo disco, mi pare opportuno notare che esse si dividono in canti tradizionali di guerra riarrangiati ed in pezzi originali. In base a cosa hai scelto i primi? Ho scelto semplicemente quelli che mi piacevano di più, due erano canzoni che conoscevo fin da piccolo, Era una notte che pioveva e Monte Canino, mentre Ponte de Priula è bellissima ma l'ho scoperta abbastanza tardi, le altre due Il Disertore e Adio Ronco sono di area trentino - tirolese, e rappresentano la guerra vista dall'altra parte. Personalmente fra le più belle mi ha colpito immediatamente "Il Disertore" Il Disertore rappresenta appunto la guerra vista dall'altra parte; narra dell'abbandono dell'esercito da parte di un soldato tridentino che combatteva nelle truppe austro-ungariche. Il caso di diserzione risale al 1835. Si tratta di un inno molto poetico che, come direbbe Calvino, fa dei salti logici: il protagonista per spiegare le ragioni che l'hanno portato a disertare dice: "…un giorno sono andato in un bosco e mi è venuto in mente che non volevo fare più il soldato", cioè non spiega niente, ma spiega tutto ed è semplicemente bellissimo. Fra i pezzi originali, di evidente matrice folk-rock, ammalia la bellezza di Noi veniam dalle Pianure, di cosa parla questa canzone? Noi veniam dalle Pianure, racconta la storia di chi, nato in pianura, va a combattere spostandosi a nord sui monti. Così, dai campi, in cui le case erano fatte di mattoni rossi e solo le chiese ed i cimiteri avevano pietra, i giovani, giungono in montagna. Là vedono la bella pietra spuntare naturalmente e quella vista diviene in qualche modo un annuncio, una premonizione di morte, simboleggiando, per loro uomini di pianura, la chiesa e il funerale. Noi veniam dalle pianure è una canzone dalla grande forza evocativa, con immagini di straordinaria efficacia, capace più d'ogni altra, probabilmente, di sintetizzare le molte facce della Grande Guerra. Vengono a mente il passo di marcia ed il cigolìo dei carri, le colonne di profughi ed i contadini sradicati dalla propria terra, la fame crudele e quel senso profondo di impotenza che permea le pagine di Lussu C'è nelle note la sensazione di una sorta di deportazione, di essere carne da bestiame e da cannone. Il Genio Civile, del resto, aveva a quel tempo costruito molte strade per portare velocemente i soldati al fronte, per "vomitarli" sugli austriaci: centinaia, migliaia di uomini. Il che dimostra una volta di più come la guerra si trasformò in una grande macchina economica, un grande affare insomma: "Quello che fa piangere un soldato fa ridere un assassino", diceva Leonard Cohen Quel lungo Treno contiene alcuni pezzi che sono autentici racconti costruiti su di una struttura circolare, da tragedia classica, penso in particolare a Jack O'Leary oppure a Bum Bum e per far questo la Grande Guerra è uno "scenario" perfetto… Sai la guerra è secondo me una cornice che fa più luce sul quadro perché i sentimenti si dilatano, si elevano al quadrato, ed è quell'impianto teatrale idealmente drammatico che la canzone ha sempre usato nell'antichità. La ballata, del resto, ha sempre avuto un impianto drammatico. Questo perché gli autori avevano bisogno di una struttura narrativa che consentisse di chiudere una vicenda, da qui la tipica forma chiusa della ballata, con un inizio ed una fine, a cui magari io poi posso aggiungere dei flashback e dei montaggi particolari come succede in Bum Bum ad esempio In buona sostanza costruisci su stilemi classici delle storie moderne. Cosa significa oggi come oggi, per Massimo Bubola, essere innovativi? Credo sia molto difficile oggi essere veramente innovativi. E' vero, io costruisco delle storie attuali utilizzando i modelli classici e con tutto questo non credo di aver inventato nulla perchè sono davvero tanti gli esempi di impianto narrativo drammatico nella musica o nella letteratura. Penso, fra i mille possibili esempi, alla Baronessa di Carini in cui il padre uccide la figlia perché la sorprende con l'amante, che poi è un po' come la storia di Paolo e Francesca, per non parlare di Shakespeare e quindi, a ben vedere, è davvero impossibile inventare delle storie nuove. Naturalmente si possono operare delle variazioni, magari aumentando la crudeltà, come fa da un po' di tempo Quentin Tarantino nelle sceneggiature dei suoi film, eppure continuo a pensare che ancora oggi non vi sia nulla di più crudele dell'Elettra o dell'Edipo Re. Alla fine, l'essere innovativi credo si risolva nel riuscire a guardare a queste storie con il gusto e con la cultura di un'altra epoca, la nostra, narrandole quindi con il linguaggio dell'oggi.
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