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  Cheap Wine
Yell
[Cheap Wine records 2022]

Sulla rete: cheapwine.net

File Under: saved by rock'n'roll


di Fabio Cerbone (04/10/2022)

Scegliere la propria strada, senza guardarsi indietro, riprendersi il giusto tempo, senza inseguire le sirene di una società che ci vorrebbe programmati in tutt’altro modo. C’è un filo rosso, evidente nei testi ma anche nella storia stessa della band, che lega l’intera opera dei Cheap Wine e più in particolare quella sviluppata negli ultimi anni. Un periodo duro da attraversare per il gruppo pesarese, pandemia e di conseguenza tour cancellati, a maggior ragione per la loro orgogliosa indipendenza (anche questo disco nasce dal ricorso al crowfunding) e quel restare fuori dai giochi e fedeli alla linea tracciata ormai molte stagioni fa.

Yell
, urlo positivo anche nei colori e nei tratti grafici scelti per la copertina (curata da Alessandro Baronciani), è un grido liberatorio e al tempo stesso una accettazione/ consapevolezza della propria condizione di outsider nel panorama rock italiano, che in fondo ai Cheap Wine è sempre andato stretto, meglio, è sempre sembrato avulso. Loro scendono in un altro campo, quello che è diventato merce rara anche se si alza lo sguardo fuori dai nostri confini, un modo di intendere e interpretare il rock’n’roll che ha pochi riscontri persino a livello internazionale. Per questo dovremmo andare fieri di avere in casa un gruppo così “ostinato”, venticinque anni di carriera, una quindicina circa di dischi fra album di studio e dal vivo che confermano la tenuta della band, cambi di formazione compresi. Restano i punti fermi, le canzoni di Marco Diamantini, che non hanno la velleità di scrivere romanzi in musica, eppure afferrano una profondità rara in una rock band, e naturalmente le chitarre del fratello Michele, classiche e trascinanti dal primo istante.

Yell mette a frutto entrambe le caratteristiche, aggiunge e conferma l’apporto essenziale dei colori delle tastiere di Alessio Raffaelli (la formazione è completata da Alan Giannini alla batteria e Andrea Giaro al basso) e si incammina nella direzione di uno dei lavori più coerenti e maturi della loro discografia. Sorprendente, a giudicare dalla lunga militanza, quando altre band avrebbero già cominciato a “sopravvivere”: qui invece sembrano riemergere a tratti i Cheap Wine più spiritati dei tempi di Ruby Shade e Crime Stories (per chi vi scrive tra i momenti più alti della loro produzione), per esempio nella partenza a razzo di Greedy For Life, rock’n’roll classico che assimila in un sol colpo certe pulsioni garage degli Heartbreakers di Tom Petty e il tiro punk rock dei Social Distortion. La scelta di campo ancora una volta è netta e i Cheap Wine tengono alta la tensione anche in No Longer Slave, dove l’organo di Raffaelli concede quel tocco sixties al suono stradaiolo della band. Il trittico si chiude idealmente con la stessa Yell, riff e giri armonici che riconosciamo all’istante, ma che nelle mani giuste non appaiono affatto scontati, la differenza la fa sempre l’attitudine e la storia stessa di un gruppo.

E poi i Cheap Wine sanno come e quando dosare le forze, abbassare le luci, cercare una ballata elettrica che abbia quel passo epico e sognante nel medesimo tempo (Your Fool’s Gold), inseguendo una dolce melodia rarefatta (The Scent of a Flower) e addirittura gli accenti accattivanti, verrebbe da dire pop (ma il rock e la strada sono sempre all’orizzonte) di una scintillante Sun Rays Like Magic. Tutta la parte centrale di Yell è incentrata su questo mood, una ripresa e maturazione di quanto i Cheap Wine avevano già sperimentato nei toni più bluastri di certi loro album recenti, con una leggera nota di nostalgia adulta che si fa largo nel canto intimo di Floating, brano con una notevole apertura melodica del ritornello, che dà respiro e delicatezza all’insieme.

Anche la chitarra di Michele Diamantini sembra volersi librare ma adeguandosi al tono di queste ballate, senza mai eccedere. Tanto il tempo del rock’n’roll ritornerà comunque, deciso ad azzannare, nascosto dietro l’angolo: The Devil is Me, tra gli episodi più trascinanti e riconoscibili di Yell, pronta per essere servita dal vivo, è l’essenza estratta dal Neil Young di Like a Hurricane, mentre Colors riprende quel galoppante intreccio di acido garage e rock da strada meastra nel quale tastiere e chitarra si riconoscono a vicenda. E questo velo di classiche tonalità sixties, che pare avvolgere Yell e così accentuare la sua richiesta di sogni e liberazione dalle gabbie del nostro tempo, trova la sua conclusione più naturale in quella sorta di testamento che è The Last Man on the Planet, ballata dai morbidi andamenti jammati, con una chitarra più free, che aggancia vagamente il treno degli Allman Brothers/ Grateful Dead, in una perfetta dichiarazione di appartenenza a un unico grande romanzo rock.


    

 


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