Al di là del fatto che, in Italia, la sinistra sembra possedere un fiuto
speciale per tutte le battaglie sbagliate, in occasione della recente
manifestazione per la libertà di stampa mi sono chiesto se il problema
fosse in effetti l'eventuale limitazione di questa. Di sicuro qui da noi
ci sono monopoli, interferenze e conflitti d'interesse grossi come case
(case? grattacieli!), tre fattori che, intrecciati, costituiscono sicuramente
un problema da non sottovalutare, ma più che una stampa non libera direi
che in Italia abbiamo una stampa di merda tout-court. Se il potere politico
pretende degli scendiletti, ebbene, nel dna di buona parte dei nostri
giornalisti dev'esserci una tendenza irresistibile a diventarlo. Per fortuna
ci sono eccezioni che vale la pena seguire e difendere, come nel caso
della buona musica. Per quanto la penisola, nel corso degli anni, si sia
dimostrata piuttosto refrattaria nei confronti di certi suoni made in
Usa, automaticamente identificati con un tipo di reazione imperalista
sovente reale solo nei neuroni sfibrati di chi la denuncia (un problema
culturale che non approfondiremo mai abbastanza), l'Italia non soffre
il problema dell'assenza di una rock'n'roll band da esportazione: ce l'ha,
ce l'ha da quasi quindici anni, solo che non se n'è ancora accorta. Altrimenti
qualche carica delle istituzioni avrebbe interpellato, che so, l'Unesco,
e perlomeno proposto una seria tutela di simile patrimonio.
Ecco, i pesaresi Cheap Wine dei fratelli Marco e Michele Diamantini
vanno avanti con la pazienza, le incazzature e la testardaggine dei bravi
giornalisti. Lavorano di fino sulla qualità dell'inchiesta (pardon, dei
dischi) e pretendono che ognuna contenga qualcosa di più, e di diverso,
rispetto alla precedente. Freak
Show, due stagioni orsono, ce li aveva consegnati energici,
febbrili e contrassegnati da inedite sfumature glam. Spirits
arriva dopo la defezione dello storico batterista/grafico Francesco "Zano"
Zanotti e il conseguente arruolamento dell'altrettanto valido Alan
Giannini: si tratta di un disco ambizioso, ricco di intonazioni differenti
come mai prima d'ora, da ascoltare con particolare attenzione sia sotto
il profilo dei testi sia nell'articolarsi di un suono che, pur figlio
delle esperienze anteriori, riesce nel non facile compito di svelare un
lato inedito del gruppo senza snaturarne il fondamento. Potrei definirlo
un concept, ma non amo il termine e non credo lo amino neppure i Wines,
sicché mi limitero a dire che Spirits guarda alla desolazione del presente
come potrebbe, o vorrebbe, fare ciascuno di noi, sbarrando gli occhi eppure
tornando a chiuderli per sognare, radiografando il cuore squartato di
una società (dove il concetto di responsabilità e impegno nei confronti
della collettività sembrano essersi dissolti in un grumo agghiacciante
di cinismo, disinteresse, rapacità e coercizioni) eppure continuando a
seguirne il battito, piangendo una lacrima per il destino degli emerginati
eppure cercando di coinvolgerli in un canto liberatorio che li accompagni
fino alla fine del mondo.
Resta, nella contemporaneità afflitta di Spirits, l'alto valore civile
e ideale di chi non abbassa lo sguardo e non piega la testa, restano le
piccole resistenze di ogni giorno, restano i ribelli e i sognatori, resta
l'inferno personale di una donna sconfitta dalla vita - Suzanne Valadon,
musa di Henri de Toulouse-Lautrec - che ispira alcuni tra i quadri più
belli di un grande pittore dell'ottocento, resta la presenza spettrale
di un uomo dal lungo cappotto nero per il quale "la gente non vive né
muore / la gente si limita a galleggiare", resta il coraggio dei partigiani
che ci hanno regalato libertà e Costituzione, restano le imprese zingaresche
del bandito Pancho che i federali asserivano di poter acchiappare in qualsiasi
momento e se non l'hanno fatto, si suppone, fu solo per gentilezza. La
bellezza del disco sta nella sua capacità di veicolare decine e decine
di storie e messaggi senza mai ricorrere a uno slogan o a una frase fatta,
nemmeno negli episodi (penso alla fantasmagoria orwelliana di
Just Like Animals o alla beffarda cronaca partigiana di una
A Pig On A Lead dedicata al faentino
Silvio Corbari) dove la retorica parrebbe dietro l'angolo. Avrete letto
in giro che Spirits è il disco "roots" dei Cheap Wine, quello dove si
dispiegano soluzioni acustiche di ogni genere e il mordente del r'n'r
lascia spazio a sfumature tra folk e country. Tutto vero. Però intendiamoci:
come i Greateful Dead sembravano suonare acustici anche con la spina attaccata,
così i Cheap Wine mantengono un feeling selvaggio e urticante anche in
chiave (quasi) unplugged. Basterebbero l'incredibile baraonda rock-blues
di The Sea Is Down, con una slide
- il "solito", incredibile Michele Diamantini - che ulula e ringhia
senza tregua, il boogie deragliato e psicotico della sferzante Leave
Me A Drain o la sibilante elettricità che scorre sotto la pelle
metropolitana di La Bouveuse (occhio
alla tromba di Gigi Faggi) per rassicurare circa la persistenza di uno
straordinario coefficiente rockista nella scrittura dei Cheap Wines.
Nondimeno, stavolta, oltre a una Man In The Long
Black Coat (Bob Dylan) e a una Pancho
& Lefty (Townes Van Zandt) più realiste del re (ovvero superbamente
notturna e funerea la prima, folkie e luminosa come una mattina di primavera
la seconda), a colpire sono la stupenda dolcezza country-rock di Dried
Leaves e Lay Down, il sensuale
blues notturno di Just Like Animals, l'epos semiacustico di una A Pig
On A Lead che potrebbe saltar fuori da un disco della Nitty Gritty Dirt
Band (!), gli arpeggi delicatissimi di Circus
Of Fools; colpiscono, insomma, tutti quei pezzi che volutamente
si staccano dal canone della band senza rinnegarlo, solo esplorandone
una diversa facciata. In fondo, cos'è Spirits se non una celebrazione
in punta di plettro dell'essenza stessa del rock'n'roll e della sua capacità
di trasformarsi in uno strumento insostituibile di resistenza e rivoluzione?
I Cheap Wine ce lo dico sin dal titolo: perché lo spirito, anche per noi
laici senza rimedio, è quello che non muore. (Gianfranco Callieri)