Son Volt
Trace (Expanded & Remastered)
[Warner/ Rhino 2015]

www.sonvolt.net

File Under: searching for a truer sound

di Fabio Cerbone (07/11/2015)

C'erano stati gli Uncle Tupelo, poi fu il diluvio e si aprirono i cancelli dell'alternative country, fra mille carneadi e qualche buona rock'n'roll band. La storia che seguì dovreste conoscerla, quanto meno chi frequenta con regolarità queste pagine: due creature nacquero dalle ceneri della band di Belleville, Mirrouri, solitamente intrecciate come lo Yin e lo Yan del nuovo rock delle radici americano. Da una parte i Son Volt di Jay Farrar, dall'altra i Wilco di Jeff Tweedy: i primi idealmente insigniti del compito di "conservare la specie", di indicare la via alla tradizione, i secondi l'ala più progressista e rivoluzionaria, presto dediti a oltrepassare le regole del genere. C'è un fondo di verità, ovvio, in tutto questo, ma anche una vulgata che non sempre ha corrisposto al dato reale, visto che Farrar più volte ha condotto la band su sentieri impervi (basti pensare al sottovalutato The Search) e provato persino a sperimentare fughe soliste poco comprese (Sebastopol). Sta di fatto che i Son Volt catturati in Trace sono l'immacolata fotografia dell'alternative country nell'atto della nascita come entità riconosciuta (gruppi, locali, festival, finanche una rivista come "No Depression"), definizione dei suoi canoni estetici e musicali.

Per questo, vent'anni dopo la sua concezione, il disco riceve il regolare omaggio di una versione "expanded" e di una rimasterizzazione che ne sancisca il ruolo di ambasciatore del genere. Come strascico è previsto addirittura un tour denominato "Jay Farrar Performs Songs Of Trace", che per tutto l'autunno vedrà Farrar esibirsi in acustico con al fianco la steel del membro originario Eric Heywood. Atto dovuto e come sempre anche mera operazione discografica, poiché la suddetta opera di "ripulitura" del suono non aggiunge davvero nulla a un disco pubblicato in pieni anni Novanta. Tant'è, facciamoci convincere da questa nuova veste, curata espressamente da Farrar in persona e ripercorriamo la strada di un album che allora, per qualche breve momento, sembrò indicare nei Son Volt (e non nei Wilco contemporanei dell'esordio A.M.) il vero cavallo di razza su cui puntare.

Nell'autunno inoltrato del 1994 Jay Farrar traccia il suo sentiero. La pista che conduce a Trace è antica, profonda, arriva dal Minnesota, Northfield. Soltanto pensando al luogo in cui si tengono le sedute di registrazione il disco ha già in bocca il gusto acre del mito: "credo che Northfield sia il luogo dove la banda di Jesse James è stata cacciata indietro dai cittadini locali. Lo studio si trova dall'altra parte della strada rispetto alla banca dove ci sono ancora i buchi dei proiettili cerchiati sul muro esterno, probabilmente sparati dalla James Gang" (Jay Farrar). La musica dei Son Volt pare impossessarsi di questi spiriti, echeggiando una continuità con il passato che tuttavia, a differenza di Tweedy e dei Wilco, non si allontana dalla sua naturale collocazione umana e storica e per questo motivo offre una visione in apparenza più onesta e autentica, attraverso canzoni che sono la traduzione di un'idea di America fra l'epica e la realtà. Farrar ritorna insomma con un motto d'orgoglio lungo gli argini del Midwest, dai quali sentimentalmente non si è mai mosso di un millimetro: "Mio padre amava suonare le canzoni di Hank Williams e di Jimmie Rodgers, e mia madre possedeva una discreta collezione di dischi, grazie alla quale ho conosciuto Woody Guthrie, Leadbelly e cose di questo tipo, fin dalla mia infanzia" (Jay Farrar).

Il suo sguardo si posa su un mondo fatto di back road e small town, di cittadine che si chiamano Flat River, Times Beach, St. Genevieve, avamposti della provincia inondati da fiumi, spazzati dalla pioggia, massacrati dall'inquinamento, che rappresentano spazi geografici e della mente, dove i personaggi si spostano ("Vorrei incontrarti dovunque il sole dell'ovest incontra l'aria/ raggiungerò la strada, non guardandomi mai indietro" - Tear Stained Eye) e vivono secondo una ciclicità che appare persino immobile. Out of the Picture dunque, come recita il titolo di una delle canzoni, ancora una volta eclissato dentro un'America sottratta alla vista, Jay Farrar fa la spola fra Belleville e Minneapolis, dove la band debutta con i nuovi arrivati, i fratelli Jim e Dave Boquist, fiancheggiatori ideali del suono che gli gira in testa, una sorta di propaggine degli Uncle Tupelo di Anodyne, il disco dell'addio. C'è anche il vecchio amico ritrovato Mike Heidorn, batterista storico proprio degli Uncle Tupelo, che rivede in Jay un autore la cui prospettiva non si è trasformata, semmai approfondita.

Nella sua timidezza, in quella voce scura e chiusa, ripetitiva, finanche in una certa incomprensibilità che da sempre accompagna i versi delle sue canzoni, il leader dei Son Volt affronta comunque a viso aperto il recente passato. In Drown sentenzia: "quando sei nel dubbio/ vai avanti". Così ha fatto, gli Uncle Tupelo ormai un ricordo, cercando un riflesso in elementi che sono anche luoghi topici del sentire americano, come un fiume, un treno, una strada: "un giorno saremo insieme, più a sud della linea del treno/il fango del Delta sarà laggiù/ […] rimarrà il ritmo del fiume" (Live Free). È un atteggiamento innato quello che si rispecchia nella musica dei Son Volt, così come l'insistente collegamento fra antico e moderno è una lettura del mondo che mette insieme nostalgia e ricerca di un sentimento comunitario sul presente: "Beccando una stazione radio all-night/ da qualche parte in Louisiana/ sembra di essere nel 1963/ ma al momento suona come se fosse il paradiso" (Windfall). Per il carattere stesso di questi versi, nel loro richiamarsi ad un senso di purezza, per la natura evidente della musica che li accompagna, una sorta di declinazione della maturità raggiunta in Anodyne, Trace diverrà subito il punto di riferimento del sentire alternative country e di tutto ciò che con esso si vuole intendere: il suono grezzo di un rock'n'roll avvolto nella dura terra americana, il continuo incrociarsi di elementi tradizionali (gli echi del banjo, del violino, del dobro) e lo stridore dell'elettricità delle chitarre, come a voler cristallizzare un insieme di regole precise per il genere.

La veste allargata di Trace offre innanzi tutto otto provini inediti, registrati nel corso del periodo di pre-produzione: la consistenza è grezza, demo nell'autentico senso dell'espressione, in prevalenza acustiche e per nulla essenziali. Sono semmai la prova che l'anima di Farfar è racchiusa nella memoria americana, in una forma di ballata che sa di antico, tra malinconie folk sparse e un rock'n'roll ruvido che è uscito direttamente dall'underground degli anni 80. Ascoltare Drown, Loose String o Windfall uscire dal magma dello studio può avere il suo fascino soltanto per l'esegeta e il completista, il resto è già tutto perfetto nell'album ufficiale. Meglio dunque indirizzarsi sul secondo disco, trascrizione fedele di uno show tenutosi nel febbraio del 1996 al Bottom Line di New York, cuore del Greenwich Village, dove la band presenta un repertorio in gran parte costruito proprio sull'esordio Trace, aggiungendovi scampoli della passata stagione con i Tupelo e un paio di inediti.

Partendo dal fondo si tratta dell'allora sconosciuta Cemetary Savior, che pochi mesi dopo finirà nella scaletta del secondo lavoro, Straightaways, e un'unica cover, il classico country Looking At The World Through A Windshield di Del Reeves, segnale del percorso di recupero della memoria roots operato da Farrar e soci. L'esibizione in generale si muove lungo le coordinate di un suono riottoso, ancora impresciso (dal vivo la band suonerà molto meglio nella seconda fase della sua storia, quella di The Seacrh e American Central Dust), sporcato di chitarre rugginose, tra l'amato Neil Young e il post-hardcore in cui si è formato il carattere del musicista Farrar nel decennio precedente. Il tutto virato naturalmente verso la tradizione: da qui spuntano le sintesi di Route, Catching On e Live Free, o la desolazione acustica di Out of the Picture e Tear Stained Eye, in fondo propaggini dell'avventura Uncle Tupelo. Guarda caso il fantasma del passato rispunta nelle riproposizioni di Anodyne, struggente brano immerso in atmosfere country rock solitarie e desertiche, o delle più rustiche Slate e True To Life, e ancora nella younghiana, livida Looking for a Way Out e nell'esplosione country punk di Chickamauga.

A vent'anni di distanza Trace e la sua speculare trasposizione dal vivo al Bottom Line suonano ancora come la sintesi più stringente del concetto di rock dalla terra della "No Depression": America perduta, scorci di provincia, radici e rock'n'roll. Non è forse il disco migliore di quella nostalgica stagione (per molti sì, a me pare invece che gli faccia difetto uno slancio musicale che band come Jayhawks o Whiskeytown hanno meglio saputo incarnare), ma non è questo il punto: è la sua sintesi fra immaginario e realtà americana a farne un caposaldo del linguaggio del genere.

* alcuni paragrafi di questa recensione sono tratti da "Levelland. Nella periferia del rock americano" (Pacini editore), un libro di Fabio Cerbone


    



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