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Charles
Willeford Playboy
a Miami Marco
Y Marcos
pp.319 |

Miami è una città perfetta per ogni playboy che si rispetti. La percentuale di
donne disponibile, almeno sentendo le discussioni dei personaggi di Charles
Willeford, è tale che si può scommettere anche in quanti minuti ci si procura
un'occasione, e la si consumi. Una scommessa, ecco la vita dei Playboy a
Miami, che Charles Willeford incide a chiare lettere già nell'incipit:
"Tutto era iniziato come una specie di scherzo, ma quando si sono messi di mezzo
i soldi non fu più divertente. Perché nei soldi, in fondo, non c'è mai nulla di
divertente". Ed eccoli qui, i Playboy a Miami: Eddie Miller, Don Luchessi, Hank
Norton e Larry Dolman, quattro lestofanti con le loro piccole vite, le loro ambiguità
e, in fondo, le loro solitudini a caccia di emozioni nelle strade di Miami. Charles
Willeford, non a caso amatissimo da Quentin Tarantino e compagnia bella, costruisce
una storia cupa e nerissima incollando un dettaglio dopo l'altro, sicuro che sono
i dettagli a fare la storia almeno quanto la casualità e pur senza il suo loser
principale, il buon vecchio Hoke Moseley, tira fuori un romanzo che continua a
camminare sul filo del rasoio, in una zona d'ombra dove giorno e notte, vittime
e colpevoli, vita e morte non riescono a distanziarsi e sono confuse in una città
brulicante di casi umani e la cui morale, se proprio deve esisterne una, coincide
con il suo clima: è così caldo che per capire gli uragani gli devono dare un nome |
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Maksim
Cristan (fanculopensiero)
Feltrinelli
pp.201
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Sognatori come Maksim Cristan se ne trovano ad ogni angolo delle nostre
città. Tom Waits, il principe di questo popolo di sbandati, li ha chiamati "rain
dogs", che non è abbastanza tradurre in "cani randagi", perché i "rain dogs" sono
quei cani che, dopo la pioggia, non sanno più dove andare, visto che l'acqua piovana
cancella tutte le loro tracce, comprese le linee di demarcazione di piscio. Quel
senso di disorientamento è lo stesso che Maksim Cristan rende vivido collezionando
un episodio dopo l'altro, un volto dopo l'altro, un'emozione dopo l'altra della
vita nella strada, che è ben diversa da quella on the road. Se la storia ha qualcosa
in più delle più o meno illuminate farneticazioni di tutti i santissimi "rain
dogs" di questo mondo è perché Maksim Cristan, di movimento in movimento, di maratona
in maratona, come ama chiamare le sue writing sessions, deve aver intuito che
la scrittura è un mezzo particolare, a cui il tempo non basta mai. Allora il suo
sghembo (fanculopensiero) comincia a conoscere una logica e una
coerenza e, alla fine, vista la sua natura, non proprio accomodante, la recensione
migliore la si trova lì, dove dice di essere "a tratti poetico, a tratti filosofico,
a tratti ironico, a tratti ridicolo". Un diario di strada che è, nello stesso
tempo, il ritratto di un outsider e l'elogio a tutti i "rain dogs" e ai casi umani
che lo spazio e la vita se la devono inventare giorno per giorno
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Jim
Bessman
The Ramones Arcana
pp.380
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L'aver riportato il rock'n'roll, nudo e crudo all'essenza delle sue radici è stato
il loro traguardo migliore e Jim Bessman ricostruisce la loro esperienza
partendo proprio da lì, dalla strada, dai minuscoli locali di New York in cui
i Ramones andavano a suonare con le chitarre infilate nelle borse di plastica.
Il racconto è affettuoso e rispettoso eppure non manca di sottolineare i momenti
difficili, le scelte sbagliate, i contrasti all'interno del gruppo, la contraddizione
tra la vita vagabonda e dissoluta e la necessità di una disciplina quasi militare,
sicuramente professionale, nel gestire i tour, concerto dopo concerto, notte dopo
notte. An American Band, come diceva il titolo originale, travolta dal
rosario di morte che l'ha falcidiata con la fine del ventesimo secolo, come se,
nella loro ingenuità, non fossero stati capaci di andare oltre. L'unico difetto
è che, nel tentativo di essere più preciso possibile rispetto ai fatti e alla
realtà, Jim Bessman sembra aver sottovalutato l'immaginario dei Ramones, quel
mondo bizzarro che dal primitivo rock'n'roll degli anni Cinquanta, attraverso
i fumetti e i b-movie fino a Stephen King forniva la benzina per le loro canzoni
che partivano con l'one-two-three-four e non andavano molto più in là, perché
non serve. Un approfondimento sarebbe stato utile perché i Ramones sono stati
qualcosa di più di una grande e stramba rock'n'roll band | |  |
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Lee
Ranaldo
Road Movies
Quarup pp.192
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L'intuizione è essenziale e brillante nello stesso tempo:
visto che la vita del musicista è fondamentalmente on the road, e i Sonic Youth
di strada ne hanno fatta parecchia, Lee Ranaldo ha ben pensato di tenere
degli spiccioli diari di viaggi tra un tour e l'altro. "Era una cosa da nulla?
Lo dirà il tempo. Era ora di accendere i motori e andare": la partenza, così come
tutti i Road Movies è elementare, proprio nel segno di Jack Kerouac,
ma con uno sguardo attento all'evoluzione delle idee perché "scorrono attraverso
gli anni" e ancora "galleggiano, salgono nell'aria aperta e vagano libere fino
a sparire dalla vista". Gli appunti si susseguono, senza soluzione di continuità,
con una scrittura grezza e informale che deve alla sua immediatezza gli spunti
migliori e i racconti della vita in tour dei Sonic Youth si sovrappongono alle
confessioni personali di Lee Ranaldo ("A quei tempi la mia vita non era solo volti
e luoghi, c'erano sensazioni che non ho più provato, emozioni e idee congelate
insieme a quel periodo e quel posto") ma anche nella fiducia tout court nel potere
salvifico della creatività: "Se uno vuole andare avanti deve scegliere la vita,
l'attività, il mondo, la creazione. Ma sempre temperati dalla nuvola nera e dalla
sensazione che il tempo è limitato per tutti noi, non importa quanto cerchiamo
l'infinità. E' un concetto, un sogno che non ha fine. Cerchiamo una terra senza
confini, cerchiamo una speranza eterna". Un bel libro, molto on the road, molto
Sonic Youth
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