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Un Richard Ford un po' acido, un Raymond Carver meno crudo, un John Cheever
senza whiskey, un Richard Yates più sereno. La forma colloquiale per raccontare
la sua Festa d'amore si traduce in un modo molto lineare e pulito
di impostare il linguaggio, mentre il racconto segue traiettorie imprevedibili
perché come dice Charles Baxter "mi piace fare smarrire il lettore. La
forma narrativa standard che va da un punto A a un punto B non mi interessa".
Anche se i personaggi sono molto attinenti alla realtà della storia, Festa d'amore
si sviluppa circondato da un'aura insonne come se fosse un sogno di una notte
di mezza estate. Charles Baxter porta i personaggi dentro spazi e sprazzi onirici,
interpretati da pittoresche figure femminili. Hanno sempre il compito di imprimere
alla storia una svolta o di indicare una breccia come dice lo stesso Charles Baxter:
"Spesso sono i pazzi a vedere la felicità e io sono sempre più interessato ai
matti, a quelli che, tolti gli ormeggi, riescono ad avere visioni luminose sul
futuro". Forse la felicità non coincide proprio con una Festa d'amore, ma almeno
è un'alternativa alla "triviale infelicità", che Charles Baxter cerca di evitare
così: "Essere uno scrittore ti fa vivere bene. Non c'è routine nel pensare all'idea
di un libro. Sarebbe come se una donna descrivesse la propria partecipazione a
un parto. Il giorno ideale per me è questo: svegliarsi, fare colazione, scrivere,
pranzare, passeggiare, schiacciare un pisolino, bere del vino, fare l'amore, dormire".
Bel programma, sempre valido. | | |
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Jack
London
Il popolo dell'abisso
[Mondadori]
pp. 299
Amazon.it
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Di tutti i viaggi di Jack London, quello nel quartiere londinese dell'East
End all'inizio del ventesimo secolo, riportato in Il popolo dell'abisso
è il più duro, il più crudo, il più estremo. Una scelta univoca, sul campo e di
campo, dove Jack London rimane colpito da quello che incontra, tanto da ammettere:
"Ne ho letto e visto un bel po', di miseria; ma questa supera ogni immaginazione".
L'East End è un buco nero lasciato dalle rivoluzioni industriali: le descrizioni
sono minuziose, precise, puntuali e l'empatia di Jack London è totale, e non è
soltanto una questione di povertà o di insuperabili difficoltà quotidiane. L'atmosfera
plumbea che grava sull'East End di allora, come su tutte le periferie e i ghetti
di oggi, è una variazione antropologica che Jack London ha anticipato osservando
e vivendo in prima persona con Il popolo dell'abisso. In realtà la scelta nell'East
End è piuttosto circoscritta e il meticoloso racconto di Jack London è a metà
strada tra il diario, il reportage e il manifesto politico, eppure mantiene sempre
una viscerale sincerità, che è poi la sua nota caratteristica e per certi versi
definitiva che trova in questa nuova, curatissima edizione, seguita passo per
passo da Mario Maffi, la sua giusta collocazione. Nel caso non bastassero le parole,
è compresa nel (modico) prezzo una bella selezione di fotografie, che sono inequivocabili
nel rendere la realtà dell'East End, così come deve averlo visto Jack London.
Un libro necessario.
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Joe
Boyd
Le biciclette bianche
[Odoya]
pp.
299
Amazon.it
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Protagonista discreto, ma infallibile nel trovarsi sempre nel posto giusto
al momento giusto, Joe Boyd ha vissuto in prima persona quasi, se non tutti
gli eventi più significativi degli anni sessanta. Dal Village alla storica edizione
del Newport Folk Festival del 1965, dal primo singolo dei Pink Floyd all'UFO,
dai Fairport Convention a Nick Drake è stato promoter, manager, produttore (soprattutto),
discografico. Sempre con un gusto colto e raffinato, sempre con il senso della
misura e dello scrupolo, così come è il racconto che scorre in Le biciclette
bianche, ora rivisto e ristampato con la doverosa cura. Meritava perché
Joe Boyd è un testimone molto affidabile: non gli sfugge un particolare e non
nasconde nulla, dall'uso all'abuso delle droghe che hanno caratterizzato quegli
anni, alle politiche (spesso e volentieri scriteriate) del marketing e della pubblicità.
Ne viene fuori una storia che ha un suo senso proprio, persino con una sua eleganza
nello stile e non priva di qualche idea scomoda, nella sua lucidità perché, scrive
Joe Boyd nel cuore di Le biciclette bianche, "sotto la superficie, gli anni sessanta
progressisti nascondevano molti aspetti di sgradevolezza: il sessismo, il conservatorismo,
il razzismo e il conflitto fra diverse fazioni. In realtà, nulla di stupefacente.
L'idea che le droghe, il sesso e la musica potessero trasformare il mondo fu sempre
un sogno molto ingenuo". La ricostruzione non fa una piega, ma la passione è rimasta
intatta e la si trova tutta in Le biciclette bianche. Indispensabile.
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Pur sapendo di non essere il primo a restare affascinato dalla vita maudit
di Chet Baker, Matthew Ruddick si è buttato nell'impresa di ricostruirla
pezzo per pezzo. I termini di confronto restano la biografia di James Gavin (Chet
Baker. La lunga notte di un mito, Baldini & Castoldi, sempre molto valida)
così come la sua autobiografia (Come se avessi le ali, minimum fax), ma
Funny Valentine va più in là nel raccontare una vita con la musica,
sempre d'istinto, sempre a orecchio perché come ha vissuto la musica, Chet Baker
ha vissuto la vita. Intanto Matther Ruddick si spende con una certa generosità
(ci sono quasi settecento pagine, da leggere) senza nascondere nulla, a partire
dalla sua ammirazione: "Credo ci sia qualcosa di addirittura eroico nel modo in
cui Chet Baker rimase fedele ai suoi principi musicali, senza lasciarsi influenzare
dalle disavventure o dai problemi della vita privata". E' proprio l'equilibrio
della sua narrazione che rende Funny Valentine un gran bel libro, al di là della
biografia di Chet Baker. Senza scoprire niente di nuovo o di eclatante, Matthew
Ruddick in realtà riscrive una sorta di storia del jazz e dei jazzisti perché,
per un motivo o per l'altro, non manca nessuno dei grandi nomi del ventesimo secolo,
da Miles Davis in poi, anche se poi La vita di Chet Baker, come recita
il sottotitolo, è (ovviamente) la linfa vitale di Funny Valentine, in cui è facile
immergersi come in un romanzo (spesso dai contorni noir, come si sa). Monumentale.
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Il blues è l'ultima storia decente andata a male, i diavoli alle calcagna,
la gola secca bruciante di whiskey, polvere lungo la strada, un giorno di nebbia
e una notte senza riparo, grandine a sassate e un binario morto, a precipizio
sull'inferno. Prima ancora dei personaggi, sono allora le storie a costruire le
pagine di un libro in cui lo stesso autore si fa piccolo piccolo e lascia parlare
i fatti, piuttosto che le persone, e quegli stessi accadimenti che intorno a
Vite affogate nel blues, definiscono la produzione in proprio a firma
Roberto Menabò, oltre che musicista, anche cultore della materia di cui
qui preferisce tralasciare i tecnicismi saggistici e abbandonarsi a emotività,
colore e umanità, forse la più grande forza nel linguaggio del blues tra ardui
"casini" e tempi difficili, tutt'intorno e a venire. Sicché non trapelano altro
che incredibili vicende da quest'agile volumetto, fatto in casa come un distillato
clandestino, spacciato nei meandri della rete come ottimo additivo all'ascolto,
dalla geografia di un passato musicale che non smette mai di affascinarci, come
una sorta di dime novel della musica del diavolo. In un'operazione di grande modestia
quindi anche Menabò sparisce alla vista e in un testo dalla versione più che spartana
(nessuna introduzione, prefazione, postfazione o altro, che pure avremmo amato
leggere..) non fa altro che alimentare la "Leggenda" che sta ad altri spiegare:
a noi, il solo piacere del racconto, come una storia orale a una grigliata sul
fiume, con Charlie Patton, Peetie Wheatstraw, Blind W. Johnson, senza Robert ma
con Memphis Minnie, e tanti altri che non abbiamo mai conosciuto ma abbiamo qui
l'occasione per farlo. (Matteo Fratti)
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Pierluigi
Lucadei Ascolti
d'autore
[Galaad
edizioni] pp. 178
Amazon.it
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"Tutti i compositori, tutti i musicisti sono fuori di testa" risponde Rick
Moody ad apposita domanda e giusto per il rispetto dovuto alla categoria, bisogna
dire che anche gli scrittori non se la cavano male e, da quello che si capisce
leggendo Ascolti d'autore, se non fosse per la musica, la loro sanità
mentale sarebbe una chimera. Pierluigi Lucadei ne ha raccolto gusti, impressioni,
suggestioni in una lunga serie di interviste che comprende scrittori da entrambe
le sponde dell'Atlantico, Italia compresa. La presenza americana è maggioritaria
(sia per quanto riguarda gli scrittori, sia per quanto riguarda la musica) e l'elenco
degli Ascolti d'autore comprende, tra gli altri, Michael Chabon (primo dei fatidici,
miglior cinque album di sempre: Marquee Moon dei Television), Paul Harding (con
un passato da musicista che gli fa dire: "L'esperienza come batterista ha influenzato
moltissimo la mia scrittura e il suo ritmo. Intuisco il tempo della mia prosa,
il numero di battute, ancora prima di aver capito il senso della frase che sto
scrivendo"), David Leavitt, Joe R. Lansdale (gli American Recordings di Johnny
Cash al primo posto), Michael Dahlie e Dana Spiotta che prova a spiegare, un po'
meglio degli altri, il legame con la musica: "Noi leghiamo delle tracce alle cose
che ricordiamo: la musica è una di queste tracce. Una canzone può riportarti alla
mente un'intera estate, o una sensazione vividissima. Mi piace il modo in cui
la musica elude la nostra logica". Consigliato.
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