Chris Eckman
Harney County
[Glitterhouse
2013]

www.chriseckman.net


File Under: my Nebraska

di Fabio Cerbone (12/12/2013)

È impossibile non pensare a Chris Eckman come ad uno dei cantori più profondi dell'estremo Ovest americano, lui che da anni dentro e fuori il progetto Walkabouts (non contando appunto le sue sortite in solitaria e i progetti a nome Chris&Carla) ha rinnovato l'immaginario del folk rock, persino della tradizione country, pasta fatta dei suoni più bui e desertici, da una angolazione tutta personale. Ora che incide e risiede nella Vecchia Europa, nel suo Studio Zuma di Ljubljana, dividendo il tempo tra l'America (i Walkabouts ancora attivi e ispirati) e l'Africa (il progetto Dirtmusic nel Mali), si fa quasi fatica a pensare che possa avere concepito un disco asciuto e tremendamente "americano" come Harney County.

Sorta di secondo atto dello splendido Travels in the Dustland (ultimo vagito e clamoroso disco della maturità per i Walkabouts), l'album è invece una raccolta di desolate ballad in prevalenza acustiche e scheletriche nel suono, che trasuda immaginario western e paesaggi degni di un libro di Cormac MCCarthy. Ispirato apertamente dall'omonima contea di Harney, zona pressocchè disabitata al confine tra Oregon e Nevada, sobillato dagli scritti di William Kittredge, che a quella terra ha dedicato le memorie di Owning It All, il disco si sorregge in buona parte sul binomio tra la chitarra di Eckman e il basso di Ziga Golob, musicista conosciuto a Praga, ai quali si affiancano pochissimi, dosati colori di fondo: la chitarra di Paul Smith in The Carnival Smoke, l'armonica dell'amico e compagno di etichetta Terry Lee Hale in Many moons, le percussioni di Milan Cimfe in rarissime occasioni di abbellimento ritmico. L'effetto è quello, come sottilmente richiama lo stesso Eckman, di un personale Nebraska, l'opera ombrosa e acustica per eccellenza di Springsteen. Qui però il taglio è assai meno narrativo (fa eccezione forse Katy Cruel) e più evocativo, diremmo poetico: Chris Eckman richiama i propri viaggi nella landa deserta di Harney, luogo che ha frequentato a più riprese da vent'anni a questa parte, passando da versi confessionali a brevi flashback, da immagini scure e malinconiche a pure meditazioni.

L'impatto è evidentemente asciutto, quasi arido nella solitudine e nei silenzi di Nothing Left to Hate, Sound of No return e The Carnival Smoke, ma nel cammino svela anche tutto il fascino di un disco cucito insieme per sottrazione, dove le parole cadono come macigni e reclamano attenzione (la lunga declamazione di Rock Springs, ispirata all'omonima raccolta di racconti di Richard Ford). Ciò non toglie che vi siano momenti in cui le tinte rock noir dei migliori Walkabouts trovino una loro naturale espressione: la tensione di Requiem For the Old School Heavy e i suoi rintocchi carichi di riverbero non sono immuni a quella strada, così come il denso orizzonte western della citata Many Moons. Rappresentano certo delle eccezioni - e comunque mai fuori sincrono rispetto alla visione d'insieme, così coerente e austera - in una scaletta che si tuffa nel paesaggio stesso di Harney County, terra solcata da colline brulle, vasti campi di artemisia e piatte distese paludose. Un disco per sempre più rari momenti di raccoglimento a disposizione, forse non per tutte le stagioni, ma immerso in un forte e caratteristico fascino.



    


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