 | | Cracker
Berkeley
to Bakersfield
[429
Records/ Floating World
2015] www.crackersoul.com
File Under:
Left
to Right
di
Nicola Gervasini (03/01/2015)
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Non
ci si interroga neanche più su quale siano ormai le differenze tra Camper Van
Beethoven e Cracker. Se i primi sono stati simbolo d'avanguardia negli
anni 80, i secondi hanno poi normalizzato la lezione nei grandi dischi pubblicati
negli anni 90, con più focus sulle canzoni, e molta meno sperimentazione. Negli
anni 2000 le due sigle si sono però confuse in un unico percorso che fa capo al
leader David Lowery, ormai unico vero deus ex machina di tutto. Tanto che
Berkeley to Bakersfield esce a nome Cracker, ma pare un terzo lungo
capitolo finale della doppietta di album usciti come Camper Van Beethoven tra
il 2013 e il 2014 (La Costa Perdida e El Camino Real). Ma se in quel caso si celebrava
la West Coast da un punto di vista quasi turistico, il nuovo progetto racchiude
un viaggio socio-politico tra San Francisco (Berkeley) e Los Angeles (Bakersfield
è nelle vicinanze).
Due album in uno, il primo (Berkeley) decisamente
rock-oriented, con un sound che rimanda ai loro capolavori come Kerosene Hat e
Gentleman's Blues, mentre il secondo sposta il baricentro più verso il country
e la roots-music . Quello che però sorprende è che finalmente la strabordante
prolificità di Lowery pare nuovamente focalizzata sulle canzoni e non sulle forzature
dovute al plot del progetto. In altre parole Berkeley to Bakersfield potrebbe
essere davvero il loro disco definitivo, il riassunto di tutta una carriera mai
troppo lodata, seppur cosparsa di troppi titoli minori negli ultimi anni. I due
album hanno avuto anche una genesi diversa: Berkeley infatti vede in azione per
la prima volta dopo tanto tempo la line-up storica con Lowery, Johnny Hickman,
Davey Faragher e Michael Urbano, mentre Bakersfield vede i soli Lowery e Hickman
a comando di una folta schiera di session-man della country-music. Ma al di là
degli aspetti produttivi, il disco è in verità un bellissimo affresco del mondo
politico statunitense, simbolizzato dalla progressista Berkeley e dalla ben più
storicamente conservatrice Bakersfield, città che distano poco in termini geografici
(solo cinque ore di macchina), ma tantissimo come stile di vita proposto.
Magari
poi ci sarebbe da discutere sulla scelta di rappresentare il pensiero progressista
americano con un sound decisamente garage-oriented e quello più conservatore con
i blandi ritmi della country music, ma Lowery è uomo in grado di usare con intelligenza
anche i più triti stereotipi. Charles Pitter di Popmatters ha definito l'album
"uno duello alla morte tra i Flamin Groovies e Merle Haggard", e francamente non
ci provo neanche a trovare definizione più centrata. Non c'è spazio per entrare
nel merito di ogni singolo brano (diciotto in tutto, e davvero nulla da buttare
via), ma il consiglio (o direi proprio imperativo) e di ascoltare l'album testi
alla mano e assaporare così al meglio la verve ironica di Lowery, degna dei comics
Doonesbury di Garry B. Trudeau (se non le conoscete, riparate in fretta, sono
la via migliore per comprendere la politica americana). Per il resto, dopo l'exploit
di Lucinda Williams, questo è il secondo album doppio che fa centro pieno negli
ultimi mesi, un vero pugno in pancia al "tutto, tanto e possibilmente veloce"
che domina i nostri ascolti in questi anni dieci. Se cercate il titolo su cui
soffermarvi con più attenzione, a Berkeley to Bakersfield non manca
davvero nulla: grandi canzoni, grandi melodie, ottima produzione, e testi che
vi chiariranno tutta la follia politica e sociale degli stati Uniti. Il tutto
percorrendo solo cinque ore di macchina.
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