Dub
Miller Post
Country
Pontotoc records 2002   
Credo di aver perso il conto: il cosiddetto new breed
del country-rock texano non conosce sosta e continua imperterrito a sfornare autentici
outsiders, tutti indistintamente sottoposti alla vigile protezione di Lloyd
Maines, produttore di un centinaio di dischi all'anno, che credo abbia ricevuto
il dono dell'ubiquità. Dub Miller allunga la lista e non cambia
le carte in tavola: mettetelo tranquillamente al fianco di Pat Green, Cory Morrow,
Roger Creager e compagnia cantante, vista la materia trattata con sufficiente
freschezza in Post Country, seconda uscita dopo il brillante esordio
di American Troubador. La copertina per altro sintetizza meglio di qualsiasi recensione
la sostanza delle sue canzoni, che sono uno spaccato ruspante del grande Texas,
lungo le strade impolverate del rock'n'roll. Come sempre si registra una produzione
cristallina da parte di Maines, che mette a disposizione qualche mezzo in più
della media e musicisti poco noti, ma in grado di fornire le giuste vibrazioni,
le quali, vale la pena segnalarlo, non si ricucono al solito honky-tonk di maniera.
Nelle vene del giovane Dub scorre sangue da ribelle rocker di provincia: Cowboys
and Sailors e specialmente la palpitante I'd Do Anything possiedono
il tiro stradaiolo del primo Steve Earle,
periodo Guitar Town-Exit O. Il resto raccoglie quello che ti aspetteresti da un
buon disco di country-rock made in Texas: ballatone di gran effetto quali Insanity
and Texas, honky-tonk spicciolo (That's When I'm Coming Home, Honky
Tonks and Dancehalls), malinconiche cowboy songs in stile Jerry Jeff Walker
(citazione per The Little Cowboy's Prayer) e saltellanti quadretti rootsy
(21st Century Cowboy). I texani hanno la pelle dura e non deludono mai.
(Fabio Cerbone) www.dubmiller.com
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