Guy
Davis Give
in Kind
Red House 2002    
Non è affatto semplice portare sulle spalle il peso di rinnovare una
tradizione che si perde nella mitologia della storia americana, eppure,
anche in un momento in cui parlare di rinascita della vecchia folk music è
una verità incontrovertibile, personaggi come Guy Davis mantengono
una linea di condotta artistica talmente intransigente e pura da essere quasi
snobbati. Insieme ad altri giovani autori afroamericani (Corey Harris, certo,
ma anche Alvin Youngblood Hart) prova a dare un senso nuovo e affascinante ad
una musica antica quanto e più degli stessi States. Il suo approccio nobile
alla materia, da raffinato finger-picker acustico (alla chitarra e al banjo),
potrebbe confondere le idee: qui non si tratta di revival fine a se stesso, ma
di una conoscenza talmente intelligente, profonda ed enciclopedica dei linguaggi
rurali del blues, che riesce ad essere rielaborata per creare nuovi classici.
Certo, in Give in Kind (quinto disco in ciso con la Red House) passano
in rassegna Big Bill Broonzy (Good Liquor), Mississippi Fred Mcdowell (Loneliest
Road That I Know) o Leroy Carr (Six Cold Feet of Ground), omaggi personali
e pieni di trasporto ai propri padri ispiratori, ma è il materiale originale
a rendere il disco uno degli atti d'amore più passionali del nuovo movimento
blues: il magico afflato gospel di I Will Be Your Friend, il crudo delta-blues
di Layla Layla (in apertura si sente persino un digeridoo, strumento tradizionale
aborigeno) e I Don't Know, la dolcezza country-blues di Grandma is Dancing,
gli spiriti di Mississippi John Hurt in Joppatown. Una voce immensa, quella
di un quarantenne che sembra portarsi appresso tutta la storia di un popolo, ed
arrangiamenti dalla forte impronta acustica sono un bagaglio sufficiente per incidere
un mezzo capolavoro. (Fabio Cerbone)
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