Michael
Weston King I Didn't Raise My Boy to Be a Soldier
[Valve
Records 2010]
Per i pochi fra voi che avranno conservato un ricordo di Michael Weston
King, forse riuscirete ad associare il suo nome ai Good Sons, piccola lodevole
meteora del rock delle radici attecchita niente meno che in Inghilterra (ma con
il cuore rivolto al deserto americano) e che fece parlare di sé alla metà degli
anni Novanta. Una manciata di lavori onestissimi e con un'anima talmente invischiata
nella polvere nel linguaggio roots da attirare le attenzioni della stessa scena
texana, dove il gruppo finì per registrare e suonare (Austin) con un contratto
per la ormai defunta Watermelon (in Europa fu la Glitterhouse a concedere una
chance al gruppo). Dai tempi di Singing the Glory Down, Wines, Lines
& Valentines e Angels in the End sono passati una quindicina di anni
e nel frattempo Weston king si è lasciato alle spalle i vecchi compagni, i ricordi,
le occasioni mancate, per dare seguito ad una carriera solista se non altro costante
e prolifica, che è arrivata a superare la decina di titoli fra dischi di studio
e live. In questo percorso, che francamente abbiamo tralasciato un po' distratti,
il nuovo I Didn't Raise My Boy to Be a Soldier occupa senza dubbio
un luogo a parte, tanto è rapito dalla sua integerrima dimensione folk da battaglia.
Una raccolta, in gran parte di cover e con tre soli brani inediti firmati
da Weston King, che riporta in superficie la dignità della canzone di protesta,
cercando disperatamente di legarla ai tempi moderni e a quella lunga fila di bare
di soldati inglesi che hanno sfilato negli ultimi anni, di ritorno dall'Iraq e
dall'Afghanistan. È lo stesso Micheal Weston King a esporre le ragioni di un simile
progetto nelle note interne, partendo dalla folgorazione avuta leggendo un articolo
della giornalista del Guardian Audrey Gillan nel febbraio del 2010. Da
quel momento di rivelazione è nata Hey Ma I'm Coming
Home, brano autografo insieme all'iniziale In
Time e In Spain The Dogs are Too Tired to
Bite You. Gesto nobile e sentimento inattaccabile per un songwriter
che non ha vergogna di esporre le sue rimostranze sulla sorte del suo paese e
del mondo intero, anche se l'iconografia musicale scelta per riempire gli spazi
di I Didn't Paise My Boy to Be a Soldier è sin troppo ligia all'esperienza del
folk revival.
Un piccolo kit di batteria (Rob Bon Homme), mandolino e
pedal steel a infondere qualche tocco rurale (Alan Cook), un'armonica di rigore
in questi casi, la chitarra acustica onnipresente in primo piano e abbiamo già
toccato l'essenza: peccato che tutto o quasi appaia come un souvenir del passato.
Fosse uscito una quarantina di anni fa (e forse anche qualcosa di più), non ci
saremmo minimante accorti della differenza: tra un paio di immancabili omaggi
a Phil Ochs (Cops of the World, Is
There Anybody here?), un ripescaggio dovuto di Bob Dylan (I
Pity the Poor Immigrant, dal capolavoro John Wesley Harding) e molte
più "oscure" folk song e blues di un'epoca dimenticata (si passa dalla title track
di Alfred Bryan alla High Price Blues di Sykes
Roosvelt, fino alla nota Simple Song of Freedom
di Bobby Darin), il disco scorre dentro un tempo parallelo e isolato. Avrà la
forza di farsi sentire? (Fabio Cerbone)