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Clare
& the Reasons
The Movie
[Fargo/ Self
2008]
 
Anzitutto, è bene dirlo: Clare è una donna fortunata. Perché bella, brava,
dotata di talento e di una voce suadente e ricca di sfumature. Ma è anche
perché di cognome fa Muldaur e suo padre di nome fa Geoff. Indovinato:
proprio il geniale folksinger e bluesman, partner di Dylan e Paul Butterfield
(fra gli altri) negli anni Sessanta, autore del celebre tema di "Brazil"
di Terry Gilliam, produttore, session man, nonché titolare, anche assieme
alla moglie Maria, di una manciata di ottimi album. Sicuramente, oltre
al dna, nella vicenda di Clare contano anche l'ambiente, le sollecitazioni,
le amicizie cui l'avrà sottoposta il padre. Non c'è da restare esterrefatti,
dunque, se il suo album di esordio, The Movie, sia un riuscito
pastiche di pop sognante, folk arguto e sbarazzino, richiami alle orchestre
jazz e fradicio di atmosfere sixties, cori, coretti, archi e chitarre
come non se ne sentiva da un pezzo.
Tutto merito di Marie, sia chiaro: il padre, stavolta, lo zampino non
ce lo mette, anche se la visita in studio di un vecchio amico paterno,
Van Dyke Parks, giova non poco all'ambiente. Se i Reasons, guidati
dal compagno di Clare, Olivier Manchon, sono qualcosa di più di
un ottimo accompagnamento al talento della lead singer, la presenza dello
storico produttore e musicista aleggia su tutto il disco. La sua impronta
fa capolino in ogni brano, che siano coretti alla Beach Boys, progressioni
melodiche alla Beatles o lussuriose orchestrazioni alla sua maniera; la
presenza di Van Dyke Parks in "The Movie" è il classico cacio sui maccheroni.
Il risultato finale è un disco piacevolissimo dall'inizio alla fine, assolutamente
consigliato a chi ama il pop d'autore, ma anche a chi vuole concedersi
una pausa rilassante, un bagno caldo fra chitarre acustiche, archi e dolci
melodie.
Quasi si fatica a indicare un brano migliore dell'altro e se alla fine
le preferenze cadono su alcuni episodi piuttosto che altri, è solo una
questione di gusti personali. Colpiscono Nothing/Nowhere,
arricchita da un cameo di Sufjan Stevens, l'iniziale Pluto
(poi riletta in chiave jazzy e cantata in francese alla fine del disco),
o la mossa Rodi. Delude, invece, l'unica
cover del lotto: Everydoby Wants to Rule the
World, ripescata chissà perché dal repertorio dei Tears fo
Tears, ma che nella rilettura di Clare mette mostra l'unico vero limite
del disco (anche se forse di forza si dovrebbe parlare), cioè una certa
uniformità negli arrangiamenti e nello spirito esecutivo. Peccato veniale:
in verità, infatti, conferma come Clare sia dotata di una scrittura ben
al di sopra della media.
Difficile ipotizzare che di lei non se ne sentirà più parlare poiché se
all'esordio appare già matura e navigata come autrice, è il fascino complessivo
del personaggio a colpire. Un hype tale da poter insidiare a una come
Joan as the Police Woman lo scettro di reginetta della nuova ondata di
musica d'autore americana.
(Francesco Meucci)
www.claremuldaur.com
www.myspace.com/claremuldaur
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