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Nolan
McKelvey
The Sound of the Crash
[NOlan McKelvey 2008]

Dopo l'exploit di Gold nel 2001, i cercatori d'oro nei territori, brumosi
e dai confini incerti, dell'Americana sono spuntati come funghi nel bosco
dopo un temporale. A qualche anno dalla pandemia, se guardassimo nei nostri
forzieri scopriremmo che le pepite sono poche, non molte le pagliuzze
e tanta, troppa la pirite scambiata per metallo prezioso. Attenzione,
però, a credere Nolan McKelvey l'ultimo della lunga lista di imitatori
del genio sregolato e logorroico di Jacksonville: il ragazzo non è un
new kid in town. Bassista nei Benders, combo di bluegrass alternativo
di Boston, collaboratore di nomi di un certo peso (Levon Helm, Dana Colley
dei Morphine, Kris Delmhorst), negli ultimi anni ha fatto la punta al
suo songwriting grazie ai 33, band con cui ha realizzato 3 album di country-rock
parsonsiano meravigliosamente fuori del tempo. Quest'ultima fatica, la
prima edita solo a suo nome, rivela in qualche misura una svolta pop/rock.
Certo, si parla di un rock da tempi medi e orizzonti larghi, in cui sotto
lo spessore più elettrico degli arrangiamenti si coglie ancora la tessitura
tradizionale, folk, della sua scrittura. Soprattutto, al di là o, forse,
in virtù di questo cambio di passo, McKelvey rivela una maturità compositiva
che sarebbe un crimine continuare a ignorare. Dalla apertura perfetta
di Michigan, ai tentativi di sfidare
Ryan Adams nel gioco che gli riesce meglio (Perfect
Crime, Weathervane), ai
debiti di nostalgia pagati ai Jayhawks (I Can't
Disguise), fino al sussurro acustico che diventa urlo nella
conclusiva Fallen Star, The
Sound of the Crash sorprende e si impone per l'alta qualità delle
canzoni. Prendiamo la già citata Michigan, che potrebbe essere stata smarrita
da Tom Petty nei primi anni '90, tra grandi spazi aperti e fiori selvatici:
andamento un po' indolente, una vibrante epicità sottopelle e un solo
di chitarra che scuote il brano al momento giusto. "Non ci cvedo, cava,
c'è ancova gente che mette assoli di chitavva nelle canzoni, che volgavità..."
Se l'avete pensato, tornate pure alla pagina di Pitchfork. Qua non stiamo
parlando della sperimentazione di un linguaggio nuovo, ma della solida
capacità di parlare una lingua forse abusata ma che in bocca a tanti altri
colleghi si frantumerebbe in balbuzie e afasie.
Tra le liriche, semplici e dirette (nessuna aspirazione di iscriversi
al club dei nuovi Dylan), segnaliamo la sinistra e antibellicista The
Decider, dalla veste sonora notturna e psicotica. Tra i musicisti,
nessuno di grido, ma tutti bravi a mettersi al servizio delle canzoni,
ottimo il lavoro di Jeff Lusby alle chitarre e di Mike Seitz
al wurlitzer (in evidenza nella fumosa e jazzata Twilight).
Certo, non è tutto oro 24 carati, e manca probabilmente il piccolo grande
classico che restituirebbe fede nei miracoli a noi poveri agnostici del
rock'n'roll, ma nessuna canzone difetta di personalità, e anche quello
che potrebbe sembrare un tentativo di farsi notare da qualche producer
hollywoodiano per finire nella colonna sonora della prossima stagione
di Grey's Anatomy (Ripple on the Water)
può dirsi riuscito. Consigliato, se non si era ancora capito.
(Yuri Susanna)
www.nolanmckelvey.com
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