Frank Carillo & the Bandoleros - Bad Out There Jezebel 2005
inserito il 03/02/2005

Un illustre sconosciuto o quasi, ammettiamolo, a meno che non andiate a scartabellare nei meandri delle vostre vecchie collezioni di vinili, o in qualche approfondita biografia dedicata agli anni settanta. Frank Carillo & the Bandoleros faranno pure sorridere nel nome, ma non scherzano affatto in questo Bad Out There, una delle prime sorprese indipendenti del 2005. E soprattutto non suonano tex-mex! Il loro è invece uno splendido rock d'autore caricato di elettricità e di radici country-folk, con qualche svisata blues secondo l'occorrenza. In poche parole un disco vero, ruvido ed elegante al tempo stesso, vivo in ogni singola nota e scritto in stato di grazia. Carillo non è uno sprovveduto certo, ma francamente il suo curriculum a tutto farebbe pensare meno che ad un songwriter con il gusto che ha sfoderato nel cesellare questi suoni. E' stato un eroe minore del rock'n'roll con i misconosciuti Doc Holiday, ha suonato con Peter Frampton (e non so se ritenerlo un vanto...) e Carly Simon, jammato con i Led Zeppelin e i Bad Company, inciso un paio di dischi solisti alla fine dei settanta per l'Atlantic e buon ultimo ha fatto parte della band di John Hammond jr. Insomma un professionista coi fiocchi, che ha speso una vita negli studi e sui palchi di mezzo mondo, ma in questo caso ha buttato a mare il semplice mestiere, creandosi la sua personale rock'n'roll band, i Bandoleros: Karl Allweier, basso, Norman Del Tufo, percussioni, Eddie Seville, batteria. Inganna Bad Out There, che apre i giochi, forse incappando nell'unico errore, con il torrido rock-blues della title-track: saremmo tutti disposti a bollarlo come il solito onesto chitarrista dal taglio southern. Non è affatto così signori, perchè oltre l'ostacolo si nasconde ben altra mercanzia. Innanzi tutto la travolgente carica di Red Queen, un rock'n'roll tutto asfalto e benzina da sobbalzare sulla sedia, che trova una spalla ideale in Wrong #, apertura per acustica e armonica, esplosione "blue collar" nel ritornello, con una punta di radici offerta dal banjo dell'ospite Paul Orofino. Potrebbe persino bastare, ma ovviamente non è finita qui: ecco allora la poesia urbana di Chapel Street (con il piano di Chris Cubeta), il romanticismo acustico della commovente Blame All my Troubles on the Moon, quello più rootsy di Just a Photograph, le ombre dylaniane di Last Plane e The Bluebird is Gone, le tonalità notturne e swingate di All in Chains, quelle soffuse di With Her Pajamas On, ballata noir alla Tom Waits. I Bandoleros assecondano meravigliosamente la sua vena di rocker a tutto tondo, con una voce al catrame che trasuda passione. Un autore dunque, prima che un semplice chitarrista, e lo confermano i testi niente affatto banali.
(Fabio Cerbone)

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