Ho sempre pensato che il nome scelto da questa formazione californiana
non fosse poi un grande colpo di genio: per questioni di "marketing" hanno
probabilmente avuto fiuto, perché il semplice richiamo al grande "Man
in Black" ha garantito una certa curiosità intorno alla musica della
band, ma da un altro punto di vista ne ha forse delimitato troppo le caratteristiche,
che in realtà con Johnny Cash possiedono punti di contatto molto superficiali.
Chissà perché, ma pensando ai Bastard Sons of Johnny Cash mi sono
semrpe immaginato una congrega di irriverenti rockers alle prese con le
radici, cow punk si diceva un tempo. E invece tutta la loro produzione,
e maggior ragione questo recente Mile Markers, il più interessante
fino ad oggi pubblicato, dimostra quanto siano dei fedelissimi rappresentanti
del roost rock americano più tradizionale. Un suono robusto certo, tendenzialmente
elettrico, ma in fondo devoto alle regole più ferree del genere. Lo dimostra
il fatto che Mile Markers sia stato prodotto con discreti mezzi e altrettanti
musicisti, tra cui Greg Leisz alla steel e dobro, Taras Prodaniuk
al basso e Skip Edwards all'organo, praticamente mezza band di
Dwight Yoakam. Ovviamente ne ha guadagnato sensibilmente tutto il repertorio,
una sorta di bignami del country rock e derivati, con una predilezione
per il Texas sound. Lo dice anche la canzone di apertura, una dolcissima
Austin Night che fa tanto "border radio", un tocco tex-mex tra
i Lobos e Willy De Ville. Più sostenute viceversa The Road to Bakersfield,
tagliata da una bella slide guitar e la bellissima Borderline of the
Heart, che sembra uscire da un vecchio Lp di Steve Earle degli anni
ottanta. Nella medesima direzione di queste ultime si muovono anche King
of the World, Night Comes Down e il l'esuberante honky tonk
di No easy Road - ricorda Georgia on a Fast Train di Billy Joe
Shaver - con un grande sventolio di chitarre, quelle dell'ottimo Mike
Turner. È lui la spalla di Mark Stuart, quest'ultimo vera mente
dietro le canzoni dei Bastard Sons of Johnny Cash, in pratica l'unico
membro originario che mantiene in vita l'azienda. A lui vanno fatti i
complimenti, non solo per la voce, brillante in tutti gli episodi, ma
anche per il songwriting, magari non un miracolo di originaità, eppure
nemmeno senza grossi punti deboli. Anche le ballate infatti funzionano
molto bene, tra cui citiamo il country&western vecchio stile di California
Sky (con il fidle di Gabe Witcher) e il trittico Lonely Tonight,
Under Your Spell, Restless Heart, chitarre riverberate e
country rock epico di frontiera. Forse di maniera, ma un gran bel disco.
(Davide Albini)
www.bsojc.com
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