Ray Lamontagne
Monovision

[RCA 2020]

raylamontagne.com

File Under: pastoral vision

di Fabio Cerbone (01/07/2020)

È un ritorno a casa, dopo un lungo peregrinare, quello di Ray LaMontagne. Il tenero involucro agreste di Monovision evoca immediatamente la purezza acustica degli esordi, quando Trouble annunciò al mondo l’arrivo di una nuova voce per la generazione folk americana. Chi aveva apprezzato le increspature country soul di quegli inizi, l’eco del Van Morrison più astrale e i paesaggi del Laurel Canyon californiano che si aprivano fra le dolci melodie disegnate dalle ballate di LaMontagne, ritroverà un amico in questo album dalla concezione autarchica, scritto, suonato e prodotto in totale solitudine. La visione in mono di Ray si ricollega a tale scelta, quasi spirituale, e non solo di attitudine sonora: c’è la sua bella casa nella Franklin County, in Massachussetts, c’è il suo studio personale (ribattezzato Big Room), c’è infine un pugno di canzoni che fanno della semplicità d’animo, dei richiami alla dimensione della natura e di una sorta di ritiro dorato, il motivo del fascino principale dell’intero Monovision.

Già nel precedente Part of the Light LaMontagne era tornato al timone, dopo avere sperimentato, qualche volta anche cedendo un briciolo in carattere, insieme ai produttori Jim James (My Morning Jacket) e Dan Auerbach (Black Keys), musicisti che lo avevano spronato ad esprimere le sue ambizioni per la psichedelia, per un tono più “cosmico” e finanche pop della sua scrittura. Con titoli quali Summer Clouds, Misty Morning Rain, Highway to the Sun si intuisce che il viaggio di Monovision sarà tanto interiore quanto rappacificato con gli elementi del creato, e qui la bravura di Ray è nel rendere ciò che all'apparenza potrebbe persino sembrare banale, troppo elementare nel tracciare quegli accordi acustici, in qualcosa che invece sa esprimersi con un’anima. Lavorare con la semplicità: ci riescono in pochi, e occorre anche la convinzione di una voce, quella voce, che LaMontagne imprime con l’intensità sussurrata del singolo Roll Me Mama, Roll Me, venature country blues nel picking della chitarra e un basso che palpita sensuale.

La magia del brano è fatta e Monovision dischiude vedute da “buon ritiro” bucolico, in testa e negli accordi le cadenze che furono di album come White Light di Gene Clark o Harvest di Neil Young, insomma quella stagione americana di sogni implosi nella propria delicata intimità, fra le carezze romantiche di I Was Born to Love You (forse la più cedevole nelle parole, ma salvata da una melodia classica al primo istante) e Summer Clouds, tra i soffi di armonica e polvere da crepuscolo di We’ll Make It Through e Rocky Mountain Healin’, che stanno là sospese nella California immaginaria degli America, mentre una chitarra vagamente spanish ricama sull’interpretazione magistrale di Misty Morning Rain, qui davvero un cerchio che si chiude e prende la direzione che fu dell’esordio Trouble. Monovision adotta così, per forza di cose, una coloritura che descrive tutte (o quasi) le sue dieci canzoni, senza grandi cambi di registro: accade giusto nella vampa tra roots rock e gospel di una Strong Enough formato Creedence/ John Fogerty, laddove il canto si staglia invece sul tramonto dolcissimo di Weeping Willow, voce raddoppiata ad evocare gli Everly Brothers, e nei languori country rock espansi di Highway to the Sun.

Dopo tanto navigare per acque più agitate, Ray LoMontagne pare offrire a se stesso e a noi ascoltatori un disco per riconciliarsi con le piccole cose che contano al mondo: di questi tempi potrebbe tornare utile.


    


<Credits>