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Cowboy Junkies
Songs of the Recollection
[Latent Recordings/ Proper 2022]

Sulla rete: cowboyjunkies.com

File Under: covers' art


di Fabio Cerbone (04/04/2022)

Che il concetto di cover possa essere un’arte e non soltanto un mero esercizio di stile, è una questione di talento che in pochi riescono ad esprimere fino in fondo. Ci sono esempi, singoli album, rare operazioni di tributo, che restano circoscritti e apprezzabili, più difficile tuttavia pensare a un artista che consapevolmente ne abbia fatto un terreno fertile per la sua stessa crescita e identità. I canadesi Cowboy Junkies rappresentano la classica eccezione, una band che non si è mai negata questa rischiosa pratica di rilettura, fin da quel loro timido esordio del 1986, Whites Off Earth Now!!, che navigava in acque folk e blues attraverso un pugno di classici. Per non dire poi di una personale pietra miliare, The Trinity Session (1988), che sebbene li svelasse al mondo con brani originali, raggiungeva il cuore degli appassionati soprattutto grazie alle rielaborazioni spettrali di Sweet Jane (Velvet Underground) e I’m So Lonesome I Could Cry (Hank Williams), a riprova di questo rapporto speciale.

Songs of the Recollection
si insinua in un tale percorso, dopo più di trent’anni di carriera, svelandone il segreto: l’appropriazione del materiale altrui con un gesto che è al tempo stesso rispettoso del modello di partenza e attraversato dal desiderio di farne una personale creazione dell’anima, in questo aiutato dalle capacità istrioniche delle chitarre di Micheal Timmins e soprattutto dal canto angelico, tutto languori e introspezione, della sorella Margo. Nove brani, nemmeno del tutto inediti, con cinque nuove incisioni e altre chicche sparse, recuperate da tributi, singoli ed Ep lasciati come segnali lungo la strada, l’album è solo in apparenza un diversivo in attesa di nuove registrazioni, un richiamo per gli adepti, anche se colto nel suo insieme brilla di una luce che molto racconta dell’intensità dei Cowboy Junkies, di quella loro immutabile formula musicale che nel tempo sembra essersi affinata. E così, paradossale, si finisce per amare questo Songs of the Recollection più delle ondivaghe, anche se riguardose, prove discografiche offerte dalla band nelle ultime stagioni.

Facile, si dirà, è la bellezza delle canzoni scelte, eppure la magnificenza delle dinamiche ricreate dai Cowboy Junkies è qui a dimostrare la differenza, in quel gioco di vuoti e pieni, di sussurri e scrosci, lì dove il gesto folk rock del gruppo incontra l’epica e i maremoti di Five Years (David Bowie), si liquefà nell’irriconoscibile versione tra acid rock e riverberi di Ooh Las Vegas (Gram Parsons), prima di ritrovare la via delle radici nella più ossequiosa lettura di No Expectations (Rolling Stones). Gli amori, anzi, le ossessioni dei Cowboy Junkies, ci sono tutte, a cominciare dal connazionale Neil Young, che è sempre stato un’ombra protettiva e sicura sulla loro stessa musica (Powderfinger faceva bella mostra sul loro terzo album, The Caution Horses): qui scelgono un brano quasi intoccabile, Don't Let It Bring You Down, e lo espandono con l’immancabile piglio elettrico di un Michael Timmins particolarmente aguzzo, in contrasto con la solita tenerezza di Margo al canto, mentre la piccola sorpresa è Love in Mind, da Time Fades Away, fedele alla fragilità di Young, ma allargata rispetto al tono intimo e pianistico dell’originale. C’è il tempo per un altro orgoglioso frutto del Canada folk con The Way I Feel di Gordon Lightfoot, ispessita dagli stridori elettrici, un western rock sul quale la sezione ritmica avanza precisa prima di acquietarsi sulle carezze da valzer country folk di una commovente I've Made Up My Mind to Give Myself to You (Bob Dylan) per chitarrra acustica e mandolino.

I fuochi di artificio però sono riservati per il gran finale, come altrimenti: Marathon è una composizione di Vic Chesnutt che arriva dal raccolto di Demons (album tributo del 2011, al tempo la traccia uscì solo come bonus digitale), ballata dolente trafitta da feedback e scricchiolii elettrici, preparazione ideale alla chiusura di Seventeen Seconds, il brano dei Cure che qui letteralmente galleggia in un letargico mare psichedelico che sembra uscire da una session perduta di Neil Young (ancora lui) con i Crazy Horse, fuochi fatui che accompagnano l'uscita di scena della band.


    

 


<Credits>