Howe Gelb
Gathered
[
Fire records/ Goodfellas 2019]

howegelb.com

File Under: Howe's crooning

di Fabio Cerbone
(12/03/2019)

La mani sul pianoforte sono in evidenza, certo, ma nelle cornice capeggia anche una chitarra acustica e una seriosa posa da folksinger: l’anima di Howe Gelb divisa in due, la sostanza sempre la stessa, un autore sfuggente, un romantico senza speranza, come si definisce egli stesso, che getta uno sguardo sui dettagli poetici della vita e sulla complessità delle relazioni. La maestria ancora una volta è giocare con le parole, creare liriche multiformi su una musica in apparenza scarna, quasi svagata nella ricerca di silenzi e pause. A metà strada fra un giovane e scapestrato Tom Waits da piano bar e un Frank Sinatra in improbabile versione a bassa fedeltà folk, Gelb offre uno dei dischi solisti più intimi della sua produzione, influenzato dal recente percorso di uscita dalla gloriosa storia dei Giant Sand, inaugurato con Future Standards.

Un fatto è chiaro, Gathered è un raccolto distante dalle visioni sabbiose e di confine dell’amata band di riferimento, fedele a quella regola per cui Howe conserva uno spirito volubile, eccentrico, irresistibile proprio nella sua incoerenza. Registrato per le strade del mondo, Gathered riunisce quindici cartoline (una in meno nell’edizione in vinile, a cui manca la chiusura acustica sussurrata di Steadyfast) spedite da Copenaghen, Amsterdam, Parigi, Dublino, Cordoba e naturalmente Tucson, aggrappandosi a musicisti dalle più disparate biografie. Tre le interpretazioni altrui, da cui potremmo per semplicità partire: perché in fondo c’è tutto lo spirito ammaliatore di Gelb nella riedizione in veste spanish gitana di A Thousand Kisses Deep (Leonard Cohen), con la seconda voce dell’amico M Ward a mormorare in falsetto, così come non manca un omaggio, splendido per solipsismo al pianoforte, alla scomparsa anima gemella di Rainer Ptacek con Storyteller.

La terza incomoda cover è una rivisitazione bizzarra del classico Moon River, cantato dalla figlia quindicenne Talula Gelb. Come dire: Howe non può fare a meno di provocare, e anche se avremmo volentieri fatto a meno delle moine vocali di Talula, è altrettanto innegabile che Gathered vada preso nel suo insieme, fra sfide più o meno riuscite. Sta scritto nella natura stessa di Howe Gelb, il quale infila stralci strumentali (la flessuosa melodia rock di Anna, lo schizzo desertico di The Open Road) e abbozzi di canzone pronti a disvalarsi in tutta la loro bislacca essenza (On the Fence, Give It Up, la stessa title track, con la partecipazione di Pieta Brown). Imprecisa, senza dubbio zoppicante, eppure più giudiziosa del previsto, la colonna sonora di Gathered è dissimulata nella poetica di questo gigante del songwriting americano più marginale: altrimenti non si spiegherebbe la bellezza cubista di Flyin' Off the Rails, il battito tutto sospiri jazz che guida piano e melodia in My Little Word e la pantomima da night club e bicchieri di scotch in Presumptous, con la spalla femminile di Kira Skov.

Nei panni inconcepibili di crooner tra i cactus e i cieli infiniti dell’Arizona, Gelb trova, nonostante tutto, la chiave per incantarci ancora.


    


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