Giant Sand
Returns to Valley of Rain
[Fire records
2018]

howegelb.com

File Under: punk desert rock

di Fabio Cerbone (27/08/2018)

Cosa spinge un autore a tornare sui suoi passi, rivisitando canzoni e album che dovrebbero essere ormai consegnati alla storia? Soprattutto cosa muove a compiere tale gesto un artista come Howe Gelb, in apparenza lontano dagli schemi della nostalgia, noto per la sua voglia di sperimentare, mettersi costantemente in gioco, ribaltare le certezze di una tradizione, quella rock, che ha spesso destrutturato nelle sue incursioni. Difficile trovare una ragione plausibile alla pubblicazione di Returns to Valley of Rain, trentacinque anni dopo quel disco, Valley of Rain, che sancì l'esordio della creatura Giant Sand, almeno non sia un atto di ribellione contro se stesso. Probabile, visto il personaggio coinvolto, ma l'idea che sia iniziata una stagione di album incisi nuovamente "da capo a coda" continua a sembrare una stortura e non fanno eccezione neppure i Giant Sand, con tutto l'estro che possiamo riconoscergli.

Gelb scava nei ricordi e racconta di un lavoro registrato alla metà degli anni Ottanta in fretta e furia, espatriato dalla sua Tucson a Los Angeles con una rock'n'roll band ancora precaria: Winston Watson e Tommy Larkins che si alternano alla batteria, Scott Garber al basso, in attesa di mutare presto pelle, seguendo l'istinto del leader. Valley of Rain è un vagito imperfetto e scombinato, ma contiene già tutti i semi di quel desert rock che renderà famosa la formazione di Gelb. Scatto virato in bianco e nero, cactus e orizzonti americani sperduti, la musica è una sintesi di furioso post punk e visioni psichedeliche in acido dalla sabbia dell'Arizona, lambendo i territori del Paisley Underground, in simbiosi con gruppi quali Dream Syndicate, Green on Red e Thin White Rope. Perfetto nella sua incompiutezza, spontaneo negli strali della chitarra di Gelb e fra i ritmi nervosi e spezzati del gruppo. Fu inciso con un amplificatore Roland JC120, suono digitale incastrato nei famigerati 80 e questo fatto sembra non essere mai andato giù a Howe. Returns to Valley of Rain dovrebbe dunque rimettere le cose al posto giusto, coinvolgendo i vecchi compari Winston Watson e Tommy Larkins e aggiungendovi nel frattempo Thøger Lund al basso e due collaboratori giovani come Gabriel Sullivan e Annie Dolan.

Scaletta rimodulata, copertina più variopinta (e assai meno affascinante), canzoni suonate con impeto vintage e finalmente amplificatori valvolari, per dare una riverniciata a Tumble and Tear, Death Dying and Channel 5, Curse of a Thousand Flames, Torture of Love o alla travolgente Black Venetian Blind. L'animosità resta la stessa, il suono è livido e punk nell'attitudine, soltanto più compatto, persino quadrato rispetto al parente lontano. Ed è questo il guaio: Valley of Rain era e resta il debutto dei Giant Sand, diamante grezzo, affascinante nella sua prima stesura, con la stessa title track, ballata che filtrava elettricità ed epica dal deserto, qui collocata in una diversa sequenza e lontana dallo slancio originale. Howe Gelb è un altro musicista rispetto al ragazzo del 1983 che cominciò ad incidere questi brani: una banalità sottolinearlo, ma forse un bene ricordarlo anche a lui perché Returns to Valley of Rain, pur dignitosa in sé come operazione e accattivante nella resa sonora, resta un disco che nell'avventurosa vicenda artistica dei Giant Sand non avrà mai una vera ragion d'essere.


    


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