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Marah
Angels
of Destruction!
[Munich/
IRD 2008]
I Marah la distruzione ce l'hanno nel sangue. Non sanno essere
calcolatori, non sanno gestirsi e soprattutto non sanno mettersi in posa
al momento giusto davanti al flash dei fotografi, come un Pete Doherty
qualsiasi, per dimostrare quanto sono "fichi" ad essere delle debosciate
rockstar. Ci hanno provato in tanti a farli diventare macchine da show-business,
nel 2002 li misero persino nelle mani di Owen Morris, uno che nella vita
faceva il domatore di fratelli burrascosi (o il produttore degli Oasis
se preferite…), ma non c'è stato nulla da fare, risultati disastrosi e
destino segnato a rimanere "la band di culto che piace tanto a Springsteen
e Stephen King". Ma nella loro scelleratezza i fratelli David e
Serge Bielanko hanno saputo rinascere dalle loro ceneri, e per
Angels Of Destruction! hanno messo assieme un vero gruppo
con l'entrata in formazione della bella pianista Christine Smith e
le conferme degli ottimi Adam Garbinski, Kirk Henderson e Dave Peterson.
Confermati sì, ma anche prontamente licenziati mentre stiamo scrivendo,
a riprova che il tran-tran quotidiano non è proprio nelle loro corde.
I Marah sono eccessivi come quel punto esclamativo del titolo, apparentemente
inutile, quasi a dire che la distruzione è una vera è propria perdizione
morale. E rappresentano poi una continua contraddizione, perché prima
nella melodica Angels On A Passing Train
ti dicono che la redenzione è "proprio dietro l'angolo", poi nel primo
verso della title-track scopri che "dietro l'angolo c'è tutto ciò che
voglio distruggere…". E allora a che gioco giochiamo?. Chiudono l'album
ritrovando la luce nella adrenalinica gospel-song Wilderness,
quando il tutto era iniziato con un brano mefistofelico e senza speranza
di salvezza come Coughing Up Blood.
E come la mettiamo con il paradosso tra testi maledetti e la dolcezza
di alcune ballate sornione quali Blue But Cool
o Songbirdz, per non parlare
di Can't Take It With You, scanzonata
marcetta da pop-band inglese con fiati a iosa.
Come sostenere la loro piena originalità quando Dave Peterson scrive
e canta una Jesus In The Temple probabilmente
immaginandosi Lennon e McCartney durante l'ultima sbronza presa assieme
ai tempi del White Album, oppure diteci voi se dobbiamo considerare
Old Time Tickin' Away un gran bell'omaggio alla violenza
del garage-rock anni 60 o semplicemente poco più di 2 minuti di sconclusionato
casino. E che ci azzeccano i campanellini, i coretti e le fisarmoniche
di Santos De Madera con la ruggine
del suono di Wild West Love Song?.
Come chiamare insomma semplicisticamente "rock and roll" questo caleidoscopio
di suoni, stili, umori, melodie scopiazzate a destra e a manca miste a
lampi di genio da avanguardia?.
Si aprano le discussioni, noi quello che sappiamo è che tutte queste contraddizioni
stavolta hanno partorito un grande fottuto disco, talmente bastardo che
sta già mettendo d'accordo tutti e talmente degno di essere la loro grande
occasione che probabilmente non ne sapranno approfittare. E che merita
dunque una recensione bastarda, eccessiva e contraddittoria.
(Nicola Gervasini)
www.marah-usa.com
www.yeproc.com
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