inserito 18/12/2006

Nanci Griffith
Ruby's Torch
[
Rounder 2006]



Sono da sempre un estimatore della texana Nanci Griffith e del suo folk-rock forbito ed elegante, e ritengo dischi come There's A Light Beyond These Woods (1978), Poet In My Window ('82), Once In A Very Blue Moon ('84), The Last Of The True Believers ('86), Lone Star State Of Mind ('87) e Last Night Grande Hotel ('91) non solo opere imprescindibili per chiunque ami il cantautorato e la tradizione, bensì vere e proprie pietre angolari (o quasi) della musica americana in chiave roots degli ultimi trent'anni. . Se sulla restante produzione targata Elektra, dal '97 al 2000, sorvolerei volentieri, non saprei invece dove sistemare questo Ruby's Torch, con cui, nonostante mi stia sforzando da parecchi giorni, non mi tornano proprio i conti. Quel che voglio dire è che se da un lato l'esigenza dell'artista di rinnovarsi, cimentandosi magari (come nel disco in esame) con un repertorio di torch-songs da ore piccole e accantonando per un istante la chitarra che l'accompagna fedelmente da tre decenni a questa parte, non può non suscitare rispetto e curiosità, le procedure attraverso le quali Ruby's Torch espone la propria voglia di cambiamento suonano talvolta troppo affrettate, troppo poco convinte, troppo estemporanee per risultare efficaci. Perché - ne converrete - un conto è calarsi senza esitazione nei panni dell'interprete sedotta da jazz e swing e in grado di interagire in senso dialettico con l'orchestra che si trova alle spalle, e tutt'altra faccenda è arraffare qualche brano da crooner cantandolo esattamente come se fosse una qualsiasi ballata country-folk e imbellettandolo con gli interventi di trombe, sax e di una sezione d'archi un po' ingessata. Paradigmatica, in tal senso, mi pare l'inutile perifrasi di un pezzo autografo della stessa Griffith, Brave Companion Of The Road, qui gorgheggiato alla maniera di un consueto honky-tonk che dei mid-tempos fumosi e demodé cui la titolare vorrebbe ambire non ha un fico secco. Ciò detto, appurata quindi la natura non esattamente plausibile del tentativo, è altresì umanamente impossibile non raddolcirsi almeno un po' di fronte alla raffinatezza sobria di un'orchestra (e di un'esecutrice che all'occorrenza sa ancora come persuadere l'uditorio) intenta ad avviluppare il Jimmy Webb di If This Walls Could Talk, parecchio Tom Waits (la title-track, Grapefruit Moon, Please Call Me, Baby) e Sandy Mason (When I Dream, indimenticabile nella versione di Willie Nelson) in una morbida coltre di tenerezza e abbandono. Dacché la credibilità di Nanci Griffith come cantante jazz sarà anche relativa, ma quella artistica rimane al di sopra di ogni sospetto.
(Gianfranco Callieri)

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