All'inizio del disco c'è una breve intro strumentale che fa pensare all'ennesimo
omaggio, sulla scia dei Calexico, alle atmosfere western di Ennio Morricone
e Sergio Leone, ma appena la prima canzone prende corpo le incertezze
sembrano dissolversi in un istante: i Two Gallants, da San Francisco,
sono troppo selvaggi, irruenti, frenetici e urgenti per apparire in una
qualsiasi colonna sonora. A dire il vero, durante lo svolgimento di What
The Toll Tells i riferimenti all'immaginario della frontiera e
dell'ovest nordamericano, con annesse frequenti scappatelle in Messico,
si sprecano, eppure non c'è una sola nota, qui, che possa essere definita
"tradizionalista", neppure in senso lato. Non si può parlare di tradizionalismo
perché, come già detto, l'attitudine del gruppo (al secondo album dopo
l'esordio di due anni fa) è talmente brutale da scardinare il concetto
stesso di classicità o di pulizia del suono. Anche se in certi momenti
sembra di ascoltare una versione ispano-americana e ancor più bevuta dei
Pogues, i Two Gallants non sono certamente il solito gruppo lo-fi, perché
se è pur vero che sono capaci di produrre tonnellate di energia, è altrettanto
indubitabile che il romanticismo scorticato di alcune ballate dice di
un songwriting di qualità superiore alla media. Mi riferisco al lamento
animalesco di episodi come Some Slender Rest o Threnody,
posizionabili da qualche parte tra la raucedine di Bob Dylan e le canzoni
d'amore arruffate di Paul Westerberg, ma anche alle viscerali randellate
hard dell'epica Waves Of Grain, che sono poi le occasioni in cui
il mix di alienazione, rabbia e disperazione espresso dalle grida belluine
del cantante Adam Stephens (intendiamoci: questo non canta, urla)
ottiene i risultati più ragguardevoli. Il lancinante punk-rock-roots di
Stephens e del sodale e batterista Tyler Vogel (ovverosia lo zoccolo
duro del gruppo, nel libretto ribattezzatisi, chissà perché, Chelsea Jackson
e Auggie Washington), talvolta appena ingentilito dal violino di Jackie
Perez Gratz e dai fiati dei fratelli Alberto e Antonio Cuéllar (rispettivamente
tromba e trombone su 16th Street Dozens), non è certamente per
tutti i gusti: se però ad un primo approccio può sconcertare, ascolto
dopo ascolto rivela sfumature inaspettate. Il mio consiglio è quello di
abbandonarsi senza troppi pensieri al blues feroce dell'obliqua Steady
Rollin', al trionfo di efferatezze della furibonda Long Summer
Day e alle bordate devastanti di Age Of Assassins: canzoni
che molti giudicheranno intrise di troppa violenza gratuita, ma che in
fondo non rappresentano altro se non una lettura iperrealista e aggressiva
di tutto quello che siamo soliti definire "Americana".
(Gianfranco Callieri)
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