Tim Easton
The Truth About Us
New West
2001




Tim Easton
fa parte senza dubbio di quella ristretta cerchia di songwriters che definire roots è semplicemente riduttivo: parallelamente a personaggi quali Robbie Fulks, Jeff Tweedy e recentemente l'ottimo Chris Mills, il suo approccio alla tradizione si contamina con spunti musicali che schizzano in ogni direzione. D'altronde una breve carrellata sul parterre di musicisti coinvolti nel suo secondo bellissimo disco solista è sufficiente a spiegare le coordinate sonore della sua carriera, dopo lo scioglimento degli Haynes Boys, roots rock band assai più ortodossa e ruspante nel rileggere il passato country e folk americano. Con tutta la ciurma Wilco al seguito (escluso Tweedy, ci sono Ken Coomer alla batteria, Jay Bennett al piano e John Stirrat al basso) The Truth About Us si avvicina pericolosamente ed inevitabilmente a certe intuizoni degli stessi Wilco, flirtando con il pop d'autore, sperimentando negli arrangiamenti (Downtown lights sembra un pezzo di Beck), ma mantenendo saldi i piedi nella tradizione di menestrello in cui si è formato Tim (ha girato per parecchio tempo America e Europa come un tipico "busker"). Tra episodi marcatamente folkie, acustici e leggeri (Carry me) o irrimidiabilmente dylaniani nell'impostazione (Get some lonesome), lasciano il segno soprattutto quei brani che sposano le due anime di Easton. Definiamolo pure folk-rock con intelligenti mire pop, giusto per dare un'idea la più vicina possibile all'anima gentile, delicata di questo interessantissimo cantautore: dal clima raccolto ed etereo (fondamentale l'accoppiata piano-pedal steel) di Half a day alla leggerezza di Out of your life e I would have married you (con un'aria molto seventies) fino al passo leggiadro di Bad Florida, che è proprio una gran bella canzone, in decisa competizione con quel piccolo genietto del rock americano di questi anni quale è Jeff Tweedy. Happy now si colloca nella "norma" di un roots-rock dal passo Byrdsiano, mentre gli accenti bluesati ed il solo rock'n'roll di Soup can telephone game conversation contribuiscono a spezzare il clima raccolto del disco. Il finale è tutto rimesso nelle mani di una corale country ballad, Don't walk alone, dove il fruscio delle spazzole ed il tocco felpato di piano e violino ci fanno sprofondare in una piacevole sensazione di pace ed armonia.


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